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Gli Stati Uniti accerchiano la Cina in Asia, alleanza dopo alleanza. Mappa

luglio 13, 2012 Leone Grotti

Barack Obama ha rivelato a gennaio di voler rafforzare la presenza degli Stati Uniti nel Sudest asiatico. E ha mantenuto la promessa: basta guardare la cartina.

Il processo è graduale ma inesorabile. La politica degli Stati Uniti nel Sudest asiatico è sempre più chiara: accerchiare la Cina. Da una parte consolidando i rapporti con gli alleati di vecchia data, dall’altra ammorbidendo i contrasti con nuovi possibili alleati (tutti sottolineati in rosso nella cartina). Cercando di strapparli a Pechino. L’obiettivo americano non è un segreto, e le oltre 300 navi da guerra di stanza nel Pacifico lo dimostrano. Il 5 gennaio scorso Barack Obama, mentre annunciava tagli al budget militare, dichiarava: «Vogliamo rafforzare la presenza militare nel settore Asia-Pacifico e i tagli di bilancio non si faranno a spese di questa cruciale regione». Da quelle parole in poi una serie di segnali inequivocabili, che stringono sempre di più il cerchio intorno alla Cina. Basta leggere i nomi dei paesi a cui gli Stati Uniti sono legati da sempre e quelli a cui hanno cominciato a legarsi: Australia, Indonesia, Singapore, Brunei, Taiwan, Corea del Sud, Giappone, Filippine, Thailandia, Myanmar, Vietnam, Cambogia e in ultimo Laos. La mappa parla chiaro.

Il primo passo degli Usa risale a novembre 2011, quando è stata allargata la cooperazione militare con l’Australia, dove sono stati inviati nella base militare di Darwin tra i 200 e 250 marines, destinati a diventare 2.500 entro la fine dell’anno. L’ultimo è la visita di pochi giorni fa del segretario di Stato Hillary Clinton in Laos, tra i paesi più bombardati al mondo durante la guerra in Vietnam. Il Laos è un paese dominato dal Partito comunista e cinque dei nove membri del Politburo sono veterani del Pathet Lao, il gruppo di guerriglieri che sostenevano il Vietnam comunista contro gli Stati Uniti. Hillary Clinton ha offerto aiuto per far entrare il paese nel Wto e cooperazione dal punto di vista della protezione dell’ambiente. Da parte sua Vientiane ha rinunciato alla costruzione di una diga che avrebbe danneggiato il corso del fiume Mekong, il più grande di tutto il Sudest asiatico. I rapporti sono ripresi dopo oltre 50 anni.

Cominciando dal consolidamento di vecchi rapporti, a maggio gli Stati Uniti hanno rafforzato il loro legame con il Giappone. Durante una visita dell’allora primo ministro giapponese Noda Yoshihiko a Washington è stato trovato un accordo sul trasferimento a Guam, alle Hawaii e in altre isole del Pacifico di 9 mila dei 19 mila soldati americani di stanza a Okinawa. Questa mossa ha aiutato gli Usa a rinforzare il legame militare con Tokyo. In comune, i due paesi hanno la preoccupazione per le mosse di Cina e Corea del Nord. Se da una parte le truppe americane sul suolo giapponese diminuiscono, dall’altra non si parlerà più delle chiusura delle basi americane di Okinawa, cavallo di battaglia delle precedenti amministrazioni, e, come dichiarato dal premier nipponico, «l’alleanza tra i due paesi» deve essere considerata come «la pietra miliare della pace».

La cooperazione militare è stata rinsaldata anche con Corea del Sud e Taiwan. Da una parte Washington continua a condurre esercitazioni congiunte con la Corea del Sud, aumentate dopo l’attacco da parte della Corea del Nord all’isola di Yeonpieong, con Seul che fa sempre più affidamento sull’esercito degli Stati Uniti per tenere a bada le velleità di conquista nordcoreane. Dall’altra, nonostante si sia dimostrata più fredda nei suoi confronti, continua a rifornire di armi e mezzi militari Taiwan.

Gli Usa non hanno trascurato neanche l’Indonesia, con cui hanno condotto esercitazioni militari aeree. A luglio l’Australia, che ha rifornito l’aviazione indonesiana di aerei da guerra americani, ha annunciato che le prossime esercitazioni militari saranno effettuate da Indonesia, Australia e Stati Uniti assieme. La Cina è stata invitata ma non ha risposto.

Va poi sempre meglio la cooperazione tra Stati Uniti e l’ex arcinemico Vietnam. L’anno scorso le trattative commerciali hanno raggiunto un volume di affari pari a 22 miliardi di dollari, un record. Hillary Clinton, che l’11 luglio si è recata ad Hanoi, continua a lamentarsi della restrizione della libertà di espressione, fortemente limitata dal regime comunista che domina il paese. Ad ogni modo, gli Usa riforniscono il Vietnam di equipaggiamenti militari non letali ed offrono al paese una possibile spalla alternativa alla Cina che, pur rimanendo il principale partner commerciale del paese, è però anche lo Stato con cui è in contesa per diversi tratti di mare nel Mar cinese meridionale, ricco di gas e giacimenti naturali.

Continua a correre ottimo sangue tra Washington e Singapore: il 5 aprile i due paesi hanno riaffermato il patto di difesa bilaterale e lo Strategic Framework Agreement (SFA) del 2005, che per quanto non permetta a truppe statunitensi di stanziarsi in Singapore, permette agli aerei e alle navi a stelle e strisce di sfruttare le strutture del paese.

A fine giugno l’amministrazione Obama ha chiesto alla Thailandia, alleato di lungo corso che già ospita ben 49 mila effettivi americani, di insediare soldati nella base aerea U-Tapao, che già ospita e funge da scalo per gli aerei da combattimento americani. La proposta ha incontrato l’opposizione di diversi partiti ma è molto probabile che alla fine sarà accolta.

Ma l’America non ha solo rafforzato vecchi legami, ne ha anche creato di nuovi. È del 12 luglio la notizia che, dopo la storica visita di Hillary Clinton nel maggio scorso in Myanmar, paese dominato da una giunta militare, che oggi siede in Parlamento travestita con abiti civili, le compagnie americane potranno tornare a investire nel paese dopo 15 anni di sanzioni e embargo. Da una parte il regime viene premiato per aver liberato il premio Nobel Aung San Suu Kyi, per aver firmato la pace con alcune minoranze etniche e per la liberazione di centinaia di detenuti politici. Non solo: il Myanmar ha anche rinunciato a un progetto di costruzione di una diga colossale in comune accordo con la Cina. Gli Usa hanno così cominciato a guadagnarsi un alleato che da anni faceva affidamento solo su Pechino, a causa dell’isolamento dalla comunità internazionale.

Si possono quasi considerare un nuovo alleato anche le Filippine, ex colonia a stelle e strisce. Dopo giorni di altissima tensione tra Manila e Pechino per uno scoglio conteso nel Mar cinese meridionale, l’ex colonia ha stretto legami militari più forti con gli Usa. Dopo aver condotto assieme esercitazioni militari, i due paesi hanno rinnovato l’impegno preso con la firma di un trattato di reciproca difesa e Leon Panetta, segretario della Difesa degli Stati Uniti, ha promesso a Voltaire Gazmin, suo omonimo filippino, un’altra nave da guerra e alcuni caccia F-16. Negli ultimi dieci anni gli Usa hanno versato a Manila 512 milioni di dollari in aiuti militari e non è da escludere che le Filippine concedano agli Usa di utilizzare le proprie basi. Non si parla, però, di aprire nuove basi militari, dopo che l’ultima era stata chiusa nel 1992.

Se Hillary Clinton in questi giorni ha fatto tappa anche in Cambogia, Leon Panetta a maggio e giugno ha migliorato i rapporti con il Malaysia. In un incontro con il ministro della Difesa Datuk Seri Dr Ahmad Zahid Hamidi i due si sono trovati d’accordo a rafforzare i legami militari, compresa l’espansione di esercitazioni militari congiunte.

Terminato questo (inevitabilmente sommario) excursus di alleanze economiche e militari, si può tornare a guardare la cartina del Sudest asiatico e si comprenderà perché la Cina si sente accerchiata e con il fiato sul collo.

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2 Commenti

  1. alessandro says:

    Bell’articolo, ma la cartina con quelle sottolineature tremolanti fatte a colpi di mouse e’ orrenda. L’Infographics e’ spesso la parte piu’ interessante di un articolo ed e’ un peccato trascurarla.

  2. Andrea says:

    Osservando la cartina ci si può chiedere quali siano le relazioni economiche e militari statunitensi con gli altri paesi confinanti con la Cina: India, Pakistan e le repubbliche ex sovietiche.

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