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Gli ignavi di Alatri

aprile 9, 2017 Riccardo Paradisi

Perché decine di persone scelgono di assistere paralizzate alla mattanza selvaggia di un ragazzo? C’entra l’assenza dello Stato, certo. Ma forse c’entra anche il nostro disarmo mentale

 

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Emanuele Morganti aveva vent’anni, una fidanzata e un futuro: era «un ragazzo innocente e perbene» come lo ha definito il procuratore capo di Frosinone Giuseppe De Falco. Non c’era vittima migliore per il branco di devianti col mito della coca e del gangster style che l’ha ammazzato di botte sulla piazza d’Alatri la notte del 24 marzo. Emanuele era l’innocenza da distruggere in un rito pubblico di sangue e terrore, un sacrificio umano vòlto ad affermare il potere sul territorio. Intento raggiunto, se è vero che solo il ventunenne Gianmarco Ceccani ha tentato di farsi largo nel branco assassino per difendere il suo amico: «Lo stavano massacrando: Emanuele stava lì per terra, quasi non si muoveva, dovevo fare qualcosa e così mio sono buttato su di lui per proteggerlo. L’ho fatto per istinto, perché dovevo farlo». E tuttavia tra le decine di astanti solo Gianmarco ha sentito questo dovere, questo istinto. Gli altri no, erano soggiogati dalla mattanza.

Quella domanda essenziale
E dire che ne sarebbero bastati sei o sette di loro per impedire che su Emanuele si infierisse fino a fargli venir fuori l’anima. Ne bastavano una manciata per interrompere il sacrificio umano. Invece sono rimasti tutti paralizzati, ipnotizzati dal rito omicida. «Sono degli ignavi?», si domandava Francesco Merlo su Repubblica. Perché sono rimasti pietrificati? Perché hanno lasciato fare? La domanda afferra l’essenziale di quanto è accaduto ad Alatri ma anche di quanto è avvenuto recentemente a Vigevano, dove dieci ragazzini avevano ridotto in schiavitù, fino a portarlo al guinzaglio, nell’omertà generale, un loro coetaneo quindicenne; di quanto avvenuto a Roma, lo scorso settembre, quando nella metro B due tossici hanno pestato a sangue sotto gli occhi d’un pubblico passivo un uomo di 37 anni e sua madre settantenne, colpevoli di aver loro ricordato che nei vagoni è vietato fumare; di quanto avvenuto sulla spiaggia di Torre Chianca, nel leccese, l’estate scorsa, dove nell’indifferenza dei bagnanti un ambulante è stato prima selvaggiamente picchiato e poi tenuto sott’acqua per lunghi secondi da due balordi. Per sadismo.

Sono innumerevoli i casi di imbambolata impotenza di chi potrebbe, dovrebbe intervenire e però non lo fa. E ogni volta torna la domanda: perché questa ignavia? È una domanda scomoda perché evoca una risposta che come il buon senso di Manzoni finora è rimasta nascosta per paura del senso comune. Tuttavia dopo l’enormità di Alatri è arrivato il momento di dirla. Di dire che se si assiste impotenti e inermi al trionfo del male è perché decenni di pedagogia irenista, di esorcismo e rimozione d’ogni possibile fuoco marziale hanno diseducato la società civile all’uso della forza consegnando di fatto il monopolio della violenza nelle mani della feccia. Si è così realizzata la perfetta eterogenesi dei fini della filosofia sottesa al contratto sociale: in assenza dello Stato che aveva disarmato i cittadini per porre fine alla condizione ferina dell’homo homini lupus, l’uso della violenza resta esclusivo appannaggio criminale.

Non c’era l’ombra di un poliziotto nella piazza d’Alatri la notte in cui è avvenuta l’esecuzione pubblica di Emanuele e del resto «la compagnia dei carabinieri che presidia il nostro territorio ha solo due mezzi per coprire paesi distanti 70 chilometri», come dice il sindaco Giuseppe Morini. Non c’è bisogno di dire altro per capire che abbiamo un problema sociale e politico ma prima ancora di questo noi abbiamo un problema con Marte.

Non è ovunque così
James Hillman una volta ha detto che gli dèi rimossi diventano malattie psichiche e patologie sociali e avremmo dovuto sapere che l’aggressività resta al suo stato incolto in assenza di quei riti di passaggio attraverso cui, in ogni società normale, passavano i giovani per diventare adulti. Tabuizzata dalla pedagogia irenista l’aggressività rimossa produrrà così negli “educati” dei depressi inetti all’azione e nei devianti una violenza sempre più proterva. Di fatto un disarmo unilaterale e fatale nel momento in cui lo Stato perde settori sempre più ampi di territorio e di società.
Non è ovunque così. La Svizzera e il Giappone sono le due nazioni democratiche che registrano tassi di criminalità tra i più bassi al mondo. Sono paesi dove a Marte si tributano ancora i dovuti onori. In Giappone la pratica delle arti marziali è praticamente materia di insegnamento a scuola sin dalle prime classi elementari mentre la Svizzera unisce a un alto tasso di possesso di armi da fuoco da parte dei civili un numero di reati connessi particolarmente basso: 0,72 reati ogni 100 mila abitanti. C’è un motivo preciso: la diffusione delle armi in Svizzera è dovuta al fatto che tutti i cittadini maschi tra i 18 e i 35 anni svolgono periodi di servizio militare e sono dotati di un’arma che sono tenuti a conservare nel tempo in cui sono riservisti.

C’è ancora sangue nelle vene
La realtà è che una società addestrata all’uso della forza è anche un argine alla delinquenza ed è una garanzia democratica rispetto all’avvento del quinto stato criminale. Tutto questo non per fare sociologia muscolare ma per dire che se non fosse per l’oblio di quel corredo genetico e culturale che ha spinto le legioni di Roma a portare il diritto al mondo, la cristianità a organizzare la Cavalleria, l’Occidente a dare una forma alla storia, Emanuele, un ragazzo innocente e perbene, sarebbe ancora vivo e noi non staremmo qui a interrogarci e vergognarci della nostra ignavia. E però Gianmarco che si getta nella mischia come un legionario e come un cavaliere dice che c’è ancora sangue prezioso che scorre nelle nostre vene. Che il sacrificio di Emanuele possa risvegliarlo.

Foto Ansa

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