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Giunta Pisapia indecisa tra «ritocco all’Irpef» e «liberalizzazioni»

gennaio 2, 2012 Chiara Sirianni

«Milano riparte», come dice Pisapia, ma dalle parole a Tempi.it di Carmela Rozza (Pd) e Carlo Masseroli (Pdl), ancora non è chiaro come. Per la prima bisogna «cercare di evitare nuove tasse e vendere il patrimonio comunale, anche se non escludo un nuovo ritocco all’Irpef», per il secondo «risparmiare sui servizi introducendo una concezione sussidiaria»

«Milano riparte», ha assicurato il sindaco Giuliano Pisapia durante la conferenza stampa di fine anno. «Abbiamo superato l’emergenza e mettiamo in cantiere interventi importanti». I riferimenti sono al bilancio comunale e al Piano generale di sviluppo, il documento-guida per tutti gli atti programmatici dell’Amministrazione comunale fino al 2016. Il Pgs individua una serie di linee di intervento: dalla riforma dell’urbanistica (a partire dal nuovo Pgt) agli interventi sulla mobilità (il 16 gennaio entrerà in vigore l’Area C) e sulla casa; dal rilancio della crescita economica, del lavoro e del benessere sociale nel nuovo contesto globale alla promozione e valorizzazione della cultura, dell’internazionalizzazione e dell’Expo, passando per la riqualificazione degli spazi verdi, il potenziamento degli impianti sportivi e molto altro. Soprattutto, il Pgs traccia un quadro generale delle risorse economico-finanziarie per i prossimi anni. È leggendo questa parte del documento che i toni ottimistici del primo cittadino sembrano stridere con la realtà, prima di tutto perché i trasferimenti di fondi dallo Stato sono fortemente ridotti e bisognerà aspettare almeno marzo e il bilancio triennale prima che le linee di intervento vengano attuate.

È vero che il Patto di stabilità per il 2011 è stato rispettato, per la soddisfazione dell’assessore al Bilancio Bruno Tabacci, col nuovo anno, però, sul Comune grava un’aria pesante. «Sappiamo già della mancata entrata di 450 milioni di euro» spiega a Tempi.it il capogruppo della maggioranza, Carmela Rozza. «La sfida principale sarà la stesura di un nuovo Patto di stabilità. Dobbiamo capire quanto si può liberalizzare per cercare di sopravvivere ai gettiti fiscali, Imu in testa». La posizione del Pd è presto detta: «Valutare la vendita del patrimonio comunale. È l’unica strada per evitare ai cittadini nuove tasse comunali, anche se non mi sento di escludere un nuovo ritocco all’Irpef. Cercheremo, come Partito democratico, di alleggerirla almeno per i redditi inferiori ai 30.000 euro».

Gli interventi varati dopo la “spending review” dall’Amministrazione subito dopo l’insediamento, insomma, non sembrano bastare. Bisogna tagliare ancora. E sul piatto c’è anche A2A energia, i cui azionisti di controllo sono il comune di Milano e di Brescia, con partecipazioni pari al 27,5%. I conti potrebbero quadrare vendendo le partecipazioni azionarie, attraverso un’azione coordinata con Brescia, e Tabacci ha recentemente dichiarato che la riduzione della quota nell’utility «non è un tabù».

Concorda il capogruppo del Pdl a Palazzo Marino, Carlo Masseroli, per cui il modello consociativo è ormai obsoleto: «La partecipazione non offre alcun vantaggio per i cittadini, che si trovano in un mercato ormai liberalizzato, per quanto riguarda luce e gas. Finisce che i Comuni si tengono in vita “succhiando” i dividendi straordinari dell’azienda. Quindi non solo la macchina amministrativa finisce paradossalmente per rappresentare un costo, ma il servizio viene elargito a un prezzo più alto». Insomma, il controllo pubblico non solo non produce vantaggi, ma causa danni. Per questo Masseroli invoca il modello anglosassone, in cui i servizi sono in mano ai privati e l’amministrazione viene esclusa dai giochi.

Masseroli chiede anche misure di contenimento: «Se aumentano le tasse locali, si crea un immediato blocco dell’economia. È un rischio troppo grande: occorre risparmiare sui servizi». Ad esempio? «Un asilo nido comunale ha un costo di produzione più alto di un nido privato. Lo stesso vale per la sanità e l’istruzione. Soprattutto in tempo di crisi, un’impostazione statalista non può pretendere di essere lungimirante. Milano può ripartire solo se fa sua una concezione liberale e sussidiaria di bene comune».

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