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Giudici allo sbando, Ppi alle corde e l’uomo non scimmia

giugno 16, 1999 Tempi

La settimana

Marta Russo il “mostro di Firenze”:
la giustizia in corto circuito Martedì 1 giugno, dopo 13 mesi di dibattimento si è concluso il processo per l’omicidio della studentessa della Sapienza Marta Russo. Giovanni Scattone è stato condannato a 7 anni di reclusione per omicidio colposo e Salvatore Ferraro a 4 per favoreggiamento. Assolti tutti gli altri sei imputati. Il giorno prima, lunedì 31 maggio, la corte d’Appello di Firenze ha confermato l’ergastolo per Mario Vanni per aver commesso quattro degli otto duplici omicidi del cosiddetto “mostro di Firenze” e ha condannato Giancarlo Lotti, l’altro “compagno di merende” di Pietro Pacciani, a 26 anni. L’accusa, sostenuta dal procuratore generale Daniele Propato, aveva chiesto l’assoluzione per Vanni e una sensibile riduzione per il supertestimone Lotti, considerato non attendibile.

Per il caso Marta Russo si è avuta la degna conclusione di un processo in cui è successo di tutto e durante il quale i pm sono sembrati più impegnati a mettere sotto accusa una corrente filosofica che non a raccogliere le prove di un omicidio. Bisognerà aspettare la pubblicazione delle motivazioni, ma una condanna per omicidio colposo appare come un compromesso che smonta di fatto tutto l’impianto su cui si regge l‘accusa a Scattone e Ferraro (se tutto quanto è stato detto sui due assistenti e su quanto avvenne nella famosa aula 6 è vero, e quindi i due sono colpevoli, non può trattarsi di un omicidio casuale) senza però assolverli. Quanto alla conclusione dell’ennesimo capitolo di quello che appare ormai come uno psicodramma vissuto su una serie di omicidi di giovani coppie attribuiti a un improbabile mostro, è difficile comprendere la certezza “oltre ogni ragionevole dubbio” della corte se perfino l’accusa aveva chiesto l‘assoluzione per gli imputati. In entrambi i casi, comunque, il sospetto è che la giustizia italiana viva in un drammatico cortocircuito dove i giudici, più che dalle prove e dalle carte processuali, siano influenzati dalle cronache dei giornali, dai precari equilibri e dalle tensioni interni alla stessa magistratura.

Pronti all’intervento di terra?

Da indiscrezioni giunte da Aviano e dalle basi Nato del Triveneto alla redazione di Tempi risulterebbe che tutte le caserme, gli hangar e i depositi militari sarebbero stati svuotati dei mezzi pesanti e corazzati di terra e trasportati verso destinazione ignota.

Continuiamo a sperare che l’ormai pianificata invasione di terra si trasformi in un dispiegamento di forze di pace per il rientro dei profughi.

Il Ppi alla resa dei conti Martedì scorso (1 giugno), l’ex ministro della Pubblica Istruzione Giancarlo Lombardi e altri esponenti popolari quali Giovanni Bianchi, Raffaele Cananzi, Giuseppe Gervasio, Alberto Monticone e Lino Prenna hanno diffuso un appello ai cattolici italiani perché vadano a votare e votino “cercando il riferimento più omogeneo con le ispirazioni dei valori del cattolicesimo”, ovvero il Ppi. L‘appello continua sottolineando l’importanza civile e politica delle prossime elezioni, accentuata dal dramma dei Balcani che dimostra la necessità di un’Europa non solo economica, ma anche unita politicamente: “I cattolici italiani devono partecipare per garantire più efficaci politiche estere e sociali”.

Nell’imminenza delle elezioni le poltrone di piazza del Gesù devono essere diventate roventi. Non si capisce però perché i cattolici italiani dovrebbero concedere ancora una qualche fiducia a chi, in nome della difesa del proprio potere, negli ultimi anni ha sistematicamente svenduto ogni loro battaglia di libertà: dalla battaglia per l’educazione e la scuola libera (ex ministro dell’Istruzione Lombardi, do you remember? E Mr. Cananzi, do you too?), alla battaglia per il principio di sussidiarietà e il riconoscimento del Terzo settore (vedi Tempi n° 12, n° 17 e n° 20), alla battaglia per la libertà di cura e una sanità meno statalista (Miss Bindi, what are you doing?)… Tutte occasioni in cui i prodi del Ppi si sono distinti per l’animosità con cui si sono battuti. Sempre contro il loro popolo.

Quelle buone leggi sul lavoro minorile Mercoledì 2 giugno, il Senato ha approvato una nuova legge contro lo sfruttamento della manodopera minorile da parte di aziende italiane con produzione all’estero. Il testo, proposto e sostenuto dai Verdi, prevede l’approvazione di un marchio per i prodotti realizzati solo con manodopera di età superiore ai 14 anni. La normativa istituisce inoltre un albo delle imprese che garantiscono di non ricorrere al lavoro minorile e un “comitato di gestione” delle autocertificazioni: se fossero false le aziende sarebbero cancellate dall’albo. Ora la legge passerà all’esame della Camera.

Innanzitutto, un’osservazione di tipo giuridico: in quasi tutti i paesi del terzo mondo esistono già legislazioni che vietano il lavoro minorile e in base alle quali le aziende che impiegano manodopera infantile potrebbero essere già perseguibili. L’utilità pratica di questa legge sarà quindi assai limitata. Ma, il problema fondamentale (come già osservato in Tempi anno 4 n° 22, 10 giugno 1998) è che in quei paesi i bambini lavorano perché è l’unico modo che hanno per sopravvivere, loro e la loro famiglia. Senza quei soldi sono condannati alla fame, né d’altra parte avrebbero alcuna possibilità di impiegare il loro tempo in attività ricreative o in scuole che non esistono. In definitiva, o vietando il lavoro per i minori di 14 anni si offrono loro e alle loro famiglie mezzi alternativi di sussistenza oppure, non solo tali provvedimenti saranno inutili, ma addirittura dannosi perché in molti casi, in nome di un mondo ideale e irreale dove il lavoro infantile non esiste, negheranno a queste popolazioni anche l’unica, miserevole, opportunità di sopravvivenza. Realizzando un unico scopo possibile: ripulire (dopo le mani) anche le coscienze dei buonisti di casa nostra.

Quell’1,5% che fa un uomo Da uno studio pubblicato dalla rivista britannica “New Scientist” si apprende che il patrimonio genetico umano e quello degli scimpanzé è identico per il 98,5%. Le evidenti differenze esistenti tra l’uomo e la scimmia fanno quindi ritenere che quel rimanente 1,5% di Dna diverso abbia un peso decisivo. Alcuni genetisti, antropologi molecolari, biologi evoluzionisti e primatologi perciò hanno deciso di studiare cosa sia ciò che fa la differenza: confrontando la sequenza del Dna di scimpanzé, esseri umani, fossili dei nostri antenati e altri primati cercheranno di comprendere il mistero della nostra evoluzione e perché non siamo semplicemente degli scimpanzé di lusso.

Dunque, c’è qualcosa nell’umano che ha origine dal suo dato materiale, ma va ben oltre il dato materiale; è misurato in un 1,5% di Dna, ma ha manifestazioni non misurabili e a quella misura non riducibili. In fondo, questa, non è che la conferma scientifica di un’evidenza cui l’uomo da sempre ha cercato di dare una spiegazione e un nome: spirito, anima…, e che pur misteriosa – e anzi più misteriosa, in percentuali che percorrendo all’indietro la storia dell’uomo, e di ogni uomo, si confondono fino a ridursi a un minuscolo granello genetico – si è sempre imposta all’esperienza domandandone il significato. Per questo, comunque, è difficile pensare che gli scienziati potranno definire tale evidenza meglio di quanto un verso di Leopardi, un brano di Chopin o un bambino che per la prima volge lo sguardo a qualcosa di sconosciuto sappiano darne testimonianza. D’altra parte non occorrono chissà quanti studi a ritroso per cogliere questo gap tra uomo e scimpanzé, basterebbe osservare quel fenomeno per cui in tutta la natura c’è un solo essere che dice “io”.

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