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Giovanni Pascoli, a cent’anni dalla morte un’ipotesi sull’omicidio del padre

aprile 10, 2012 Daniele Ciacci

Cento anni fa moriva Giovanni Pascoli, la cui poesia fu intrisa del dolore per la perdita del padre assassinato. Un’ingiustizia che rimase senza colpevoli, ma nuove scoperte e una mostra a San Mauro Pascoli rivelano particolari inediti. E che potrebbe fornire un’interpretazione nuova a quel delitto che «non fu potuto o meglio non fu voluto scoprire e punire».

È passata un po’ inosservata la notizia del centenario della morte di Giovanni Pascoli. Ed è un peccato, per un poeta che tanto diede alla letteratura da essere definito – insieme a Gabriele D’Annunzio, a Guido Gozzano ed ad altri minori – il fondatore della moderna lingua poetica. Ricca di oggetti, di parolette popolari, di inglesismi immigratori. Ma, all’interno della sua dimensione sociale, è una poesia aperta ai movimenti dell’animo, a domande profonde sull’origine del dolore, storico e personale, su «quest’atomo opaco del Male» che è il mondo di X agosto, uno dei molti testi che lo consacrò.

Forse è riduttivo pensare che proprio il 10 agosto 1867 nacque la poesia di Giovanni Pascoli. Quando il padre, Ruggero, tra le otto e le dieci di sera, fece ritorno a casa su un calesse trainato da una giumenta maculata – la «cavallina storna / che portavi colui che non ritorna» – con un foro di scoppietta in fronte. Un dolore atroce, questa perdita, che portò alla morte a pochi mesi della madre e, nel giro di qualche anno, di Margherita e Luigi, suoi fratelli. Un male amplificato dal profondo senso d’ingiustizia che portava con sé. Furono, infatti, condannati due sicari: Raffaele Dellamotta e Michele Sacchini, di Savignano. Ma, nel giro di pochi mesi, furono assolti e delitto rimase irrisolto.

Almeno fino ad oggi. Da sabato 24 marzo al Museo Casa Pascoli è visitabile la mostra documentaria Il Complotto. Il delitto di Ruggero Pascoli, un mistero da svelare, avanguardia d’una serie di eventi volti al ricordo del grande poeta. Si indagano, in questa sede, i moventi, le cause oscure della tragedia, le ragioni del suo insabbiamento. Come scrive Giovanni in una lettera del 29 giugno 1904: «Vittima allora e ora e sempre, d’un delitto più atroce di tutti perché delitto a freddo, provo una severa rassegnazione di tutta l’anima al fatto che il delitto non fu potuto o meglio non fu voluto scoprire e punire». Si fotografa una Romagna omertosa e arretrata, dove la tensione sociale contro il potere regio sabaudo aveva scatenato i terroristi mazziniani, i briganti, gli agitatori sociali. E Ruggero era una persona potente, che gestiva i terreni dei Torlonia, una famiglia romana di origine francesi con possedimenti a L’Aquila.

Ma amava aiutare il prossimo. Per questo non disdegnò la politica attiva, sebbene soltanto come consigliere comunale del piccolo fazzoletto romagnolo di San Mauro. Ruggero era un uomo integro, che respinse fortemente le minacce del signorotto Cacciaguerra. Il potente di Savignano, infatti, voleva sostituire Ruggero Pascoli nel ruolo di fattore presso i Torlonia con uno dei suoi e, perciò, avrebbe inviato dei sicari a mezza strada tra le campagne di Savignano e San Mauro. Con la complicità, tra gli altri, dello stesso Alessandro Torlonia, avendo la necessità di scaricare definitivamente il suo fattore. In definitiva, un’ingiustizia oscura ma feconda, simbolicamente trasferita nei testi più sentiti di Giovanni Pascoli. Come narra la poesia dei Canti di Castelvecchio, Tra Savignano e San Mauro: «Oh padre… Gli astri… Vega, Aquila, Arturo… / splendeano sopra il camposanto oscuro…». E ad Aquila, forse, si riferisce proprio la sede dei Torlonia, simbolicamente avvicinata alla costellazione. Un rimando di significati ai quali la poesia di Giovanni ci ha abituato.

twitter: @DanieleCiacci

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