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Io, giornalista emarginato dalla comunità gay perché non odiavo abbastanza Trump

febbraio 15, 2017 Redazione

Scaricato dagli amici democratici per un articolo troppo «equilibrato», Chadwick Moore ha fatto il coming out più difficile per un omosessuale liberal come lui

trump-protesta-ansa

Chadwick Moore è un giornalista americano che pochi giorni fa si è trovato suo malgrado a dover fare probabilmente il più sofferto coming out della sua vita. Il più difficile in assoluto, per un omosessuale progressista newyorkese: Chadwick Moore è diventato conservatore. E a costringerlo a questa scelta quasi inconcepibile, come ha raccontato lui stesso in un articolo ospitato dal New York Post, è stato proprio il trattamento intollerante riservatogli dalla sua (ex) comunità Lgbt democratica e progressista a causa di un articolo non sufficientemente “allineato”.

PRESENTARE L’IMPRESENTABILE. Tutto è cominciato in settembre, quando la rivista arcobaleno Out ha chiesto a Moore di scrivere un ritratto-intervista di Milo Yiannopoulos, celebre giornalista di Breitbart, gay, antifemminista e trumpiano sfegatato che sta facendo letteralmente impazzire l’America (vedi la violenta sommossa organizzata ai danni dell’Università di Berkeley per impedire una sua conferenza). «Sapevo che sarebbe stato un articolo controverso. Soprattutto nelle comunità gay e liberal, [Yiannopoulos] è una figura detestata, e io sapevo che la scelta di presentarlo in un giornale così liberal avrebbe suscitato attenzione negativa. È stato ripetutamente cacciato da Twitter perché accusato fra le altre cose di istigazione al bullismo razzista e sessista nei confronti dell’attrice di Ghostbusters Leslie Jones».

MANI AVANTI. Lo stesso staff di Out era ben consapevole del rischio di parlare al proprio pubblico di un personaggio del genere. In testa al ritratto di Yiannopoulos firmato da Moore appare infatti una “nota” preventiva della direzione che recita così: «Non ci dovrebbe essere bisogno di dire che le opinioni espresse dal soggetto di questo pezzo non rappresentano in alcun modo le idee di questo giornale, ma in questa era di tribalismo da social media, il semplice atto di occuparsi di una persona contestata può essere frainteso come un endorsement. I media Lgbtq che prendono seriamente le proprie responsabilità non possono evitare di occuparsi delle persone omosessuali che sono protagoniste di questo anno elettorale fortemente polarizzato, e vi chiediamo di valutare Milo Yiannopoulos, il soggetto di questo ritratto, sulla base delle sue parole senza prenderle erroneamente per nostre».

ALLA GOGNA. Accingendosi a intervistarlo, Moore era ben conscio di doversi occupare di un «indecente egocentrico», tuttavia, racconta, «volevo fare un pezzo neutro su di lui riportando semplicemente i fatti». Grave errore. Ricorda il New York Post: «Nell’articolo apparso su Out non c’erano prese di posizione favorevoli – non ce n’erano di alcun tipo – rispetto a Yiannopoulos, eppure Moore si è ritrovato messo alla gogna dai compagni democratici e ostracizzato dai vecchi amici».

TROLL E CARI AMICI. Scrive Moore: «Dopo che l’articolo è stato pubblicato online nelle prime ore del 21 settembre, sono stato svegliato dalle oltre 100 notifiche di Twitter ricevute sul mio iPhone. C’erano troll che mi davano del nazista, minacce di morte e foto scherzose che avevo fatto avvolto in un burqa ripescate come “prova” del fatto che fossi un islamofobo. Non lo sono». La cosa più «sconcertante», continua il giornalista, è che non si trattava solo di estranei esagitati. A prendersela con lui erano anche «miei amici personali – sessantenni che erano stati per anni i miei mentori». Anche loro contribuivano al linciaggio mediatico, «scrivevano su Facebook che quell’articolo era “irresponsabile” e “pericoloso”. Una dozzina di persone circa mi ha tolto l’amicizia. È girata una petizione online che condannava la rivista e il mio articolo».

AL SOLITO BAR. Tutto questo, osserva amaramente Moore, solo per non essersi diligentemente allineato. «Tutto quello che avevo fatto era stato scrivere un articolo equilibrato su un sostenitore dichiarato di Trump per una rivista gay progressista. (…) Mi sentivo alienato e spaventato». Passata una settimana in sordina, il giornalista si è fatto coraggio, «ho deciso di tornare al mio gay bar di Williamsburg, che frequentavo regolarmente da 11 anni. Ho ordinato un drink ma niente sembrava più lo stesso; metà del locale – gente con cui mi ero fatto tante risate – sembrava snobbarmi. Un amico che di solito mi saluta con abbracci e baci, come mi ha visto si è girato e se n’è andato».

«FUORI DALLA BOLLA». Ma il «gelo» ha seguito Moore anche fuori dal suo gay bar. «Il mio migliore amico, con cui di solito uscivo più volte a settimana, all’improvviso è diventato perennemente irreperibile. Alla fine, a Natale, mi ha mandato un lungo messaggio in cui mi dava del mostro, mi chiedeva dove se ne fossero andati il mio cuore e la mia anima e mi informava che tutti gli altri nostri amici ridevano di me». Qui la tremenda presa di coscienza: «Per la prima volta nella mia vita da adulto, ero fuori dalla bolla liberal e stavo guardando dentro».

UN ODIO OBBLIGATORIO. Nei giorni seguenti, nel solito locale gay, Moore si è preso del nazista anche da un estraneo, soltanto per avergli detto che «sono contrario al muro di Trump ma favorevole al rafforzamento dei confini». A furia di prendersi insulti e perdere amici, il giornalista ha realizzato che «forse le mie opinioni non rientravano nello status quo liberal, che a quanto pare significa che bisogna per forza odiare Trump, i suoi sostenitori e tutto ciò che pensano. Chi osa non protestare o non boicottare Trump, è un traditore». Così come «traditore» è chiunque «osi mettere in questione le posizioni liberal o si sforzi di capire perché i conservatori la pensano come la pensano».

«HO VOTATO HILLARY». «Non voglio più far parte di quel club», scrive Moore. Un tempo, spiega al New York Post, «se eri un ateo gay e istruito di New York, non avevi altra scelta che essere liberal», ma dopo aver conosciuto diversi trumpiani e aver potuto «discutere civilmente» almeno con loro, «ho capito che mi piacciono queste persone – anche se ho diverse obiezioni rispetto a Trump». Insomma, «alla fine ho dovuto ammettere a me stesso che sono più vicino alla destra che alla sinistra così com’è oggi. E sì, solo tre mesi fa ho votato per Hillary Clinton». Moore dice di avere stretto rapporti e amicizie che qualche settimana fa non erano nemmeno concepibili per lui. «Spero di scoprire che mantenere la mente aperta paga. E spero che i newyorkesi siano aperti e tolleranti verso il mio nuovo status quanto lo sono stati per il mio orientamento sessuale».

Foto Ansa

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