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Giornali italiani in crisi e nemmeno in Rcs si parla di futuro e sviluppo. Almeno fino a dopo le elezioni

febbraio 19, 2013 Matteo Rigamonti

I modelli di business sono vecchi e la crisi economica costringe a ripensare il domani, a partire dal web. Ma l’assenza di capitali da investire e un mercato del lavoro ancora fermo gettano ombre sull’avvenire

La crisi economica dell’informazione su carta stampata sia italiana sia mondiale non si arresta; ma senza investimenti non potrà mai esserci sviluppo. Dopo i tanti piani di tagli, risparmi e ridimensionamento degli organici, dai giornalisti ai grafici passando per il personale amministrativo, resta da capire quando e come i proprietari dei principali strumenti di informazione del globo e del paese potranno reperire risorse utili da impiegare, una volta messi in ordine i conti, nell’inevitabile percorso di rinnovamento dei tradizionali prodotti editoriali cartacei e di contestuale messa a regime dei nuovi format online, ancora così poco conosciuti e compresi, per tablet, smartphone e pc.

RIFLETTORI ACCESI SU VIA SOLFERINO. È innegabile che gli occhi del settore siano puntati su cosa succede al Corriere della Sera in via Solferino e in tutto il Gruppo Rcs. Il nuovo amministratore delegato, Pietro Scott Jovane, infatti, ha da poco tempo annunciato un piano di riduzione dei costi, e quindi tagli del personale in esubero e chiusura di alcune testate (tra cui anche A-Anna, Max, l’Europeo, Novella 2000 e le riviste di enigmistica), nonché di ristrutturazione del debito, e quindi l’ipotesi di vendere l’immobile della storica sede per traslocare, forse, in periferia in via Rizzoli. Quanto agli esuberi si parla di almeno 700/800 dipendenti, la maggior parte dei quali sono in Italia (pari a 640 e 160 in Spagna), di cui una settantina lavorano in via Solferino e 55/60 sono giornalisti. Tagli che, pertanto, coinvolgeranno anche mostri sacri come Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Quanto al debito con le banche, invece, si aggira intorno ai 900 milioni di euro.

APPUNTAMENTO A DOPO IL VOTO. Crisi economica, cali delle copie vendute e degli abbonamenti, una raccolta pubblicitaria che sprofonda con segni meno in doppia cifra (meno 13/16 per cento in media del settore tra quotidiani e periodici) e modelli editoriali da ripensare rendono, almeno in parte, comprensibile la volontà della direzione d’azienda (di Rcs come di tutti gli altri editori) di tagliare i “rami secchi”, ritenuti improduttivi e costosi o comunque non più facenti parte dei piani di sviluppo, per effetto anche di molteplici pesanti contratti giornalistici in essere. Ma è altrettanto comprensibile l’auspicio da parte di quei dipendenti direttamente coinvolti, o non ancora, e operatori del settore che chiedono investimenti per sopravvivere al presente e guardare al futuro: ricapitalizzazioni, insomma. Un discorso di cui, in via Solferino, non si sentirà parlare che dopo l’esito delle elezioni di fine febbraio e su cui sarà interessante sondare le reali intenzioni del composito mondo dell’azionariato del gruppo.

LA CASSA DELL’INPGI PIANGE. Stati di crisi e contratti di solidarietà sono stai dichiarati e avviati anche al Sole 24 Ore e a Libero; prepensionamenti e cassa integrazione sono stati e saranno adottati un po’ dappertutto. E La Stampa ha venduto la sua sede storica per traslocare. Ma il nuovo anno non si è aperto con buoni auspici: i fondi a disposizione dell’Inpgi, l’ente di previdenza dei giornalisti, permetteranno di pagare solo 18 prepensionamenti in coda dal 2012 e circa un centinaio per il 2013, quando le richieste pervenute sono già una cinquantina. Mentre la difficoltà a inserire nuove e giovani leve è dovuta non solo alla penuria di liquidità ma anche all’assenza di forme contrattuali flessibili e poco costose da un punto di vista fiscale e previdenziale: in questo senso, gli effetti benefici della riforma Fornero sono lungi dal farsi sentire.

NEL MONDO. La crisi dell’editoria italiana è un po’ la stessa che si vive anche in altri paesi del globo: è di ieri la notizia di agitazioni e scioperi da parte dei dipendenti della britannica Bbc e della maggiore agenzia di stampa francese, l’Afp, a seguito di tagli e ridimensionamenti d’organico. Altri due grandi colossi dell’informazione che perdono pezzi sotto i colpi della crisi.

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