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Giorgi (In-presa): «Da noi i pluribocciati non lasciano la scuola perché scoprono di valere»

settembre 3, 2012 Daniele Ciacci

Intervista a Stefano Giorgi, direttore generale della Cooperativa sociale In-presa. «L’abbandono scolastico è alto perché la proposta educativa è in crisi. Noi ad ogni ragazzo diciamo: tu vali. E il 98 per cento trova lavoro».

I dati Istat sull’abbandono scolastico in Italia sono impietosi. Circa il 18,8 per cento degli studenti non conseguono il diploma, allontanandosi dalla scuola prima della fine del percorso scolastico. La situazione, sicuramente critica, ha però delle eccezioni preziose. Come la Cooperativa Sociale In-presa di Carate Brianza, che mette insieme l’insegnamento attraverso lezioni frontali e un periodo di lavoro in azienda, permettendo così allo studente di ottenere una qualifica lavorativa. «I ragazzi che fanno con noi il percorso dell’alternanza – rivela a tempi.it Stefano Giorgi, direttore generale della Cooperativa – sono i dispersi, i pluribocciati. Ma dopo 3 anni con noi il 98 per cento è occupato. Perché riparte l’io, sia quello degli studenti che quello degli imprenditori con cui fanno un cammino di apprendimento».

Come mai tanti ragazzi abbandonano gli studi?
Le cause sono le più disparate, ma io ne metterei una in testa: la crisi di proposta educativa da parte del mondo adulto. La scuola si è progressivamente svuotata di maestri da seguire, diventando sempre più un luogo “neutro” di trasmissione di sapere, non incidente sulla persona: insignificante tanto per chi ascolta, quanto per chi lo propone.

Questa è una ragione. Quali sono le altre?
In secondo luogo, l’abbandono scolastico è l’esito di un pesante pregiudizio sulla validità educativa della realtà lavorativa. È come se il mondo del lavoro fosse considerato come un luogo nemico della persona. Da parte nostra, si cerca sempre di indicare una possibilità di risposta. Anche perché la nostra iniziativa nasce proprio dalla volontà di dare una risposta all’abbandono scolastico.

Come si sconfigge questa tendenza?
Occorre modulare la proposta didattica su quelle che sono le attitudini dei ragazzi che si ha davanti. I giovani devono poter trovare qualcuno che dica: «Io scommetto su di te. Hai tutto per potercela fare». Questo perché ogni ragazzo possa scoprire la sua strada, dignitosa quand’anche decida di fare l’elettricista o il cuoco. Non è da meno.

Sulla mentalità comune, invece, grava il pregiudizio che i lavori manuali siano di “serie b”.
A un certo punto è insorta l’idea che la dignità sia nella conoscenza “astratta”. Noi partiamo da un presupposto diverso. Alterniamo un mese di scuola a un mese di lavoro in azienda. il nostro ardire è proporre un unico percorso educativo, senza interruzioni, affinché i ragazzi scoprano qualcosa da noi e qualcosa al lavoro. La radice è unica: capire che l’apprendimento è sempre un’esperienza. Sia il lavoro, sia un’ora di poesia.

Il problema educativo di cui parlava all’inizio riguarda i professori?
Sì. Per l’insegnante la lezione non è più un momento di scoperta.

Come intervenire?
Ridando loro la dignità di quello che sono: dei professionisti. Non sono i ripetitori dei programmi ma i creatori della propria disciplina. In particolare, all’interno di un centro formativo-professionale come il nostro, si può insegnare solo se il docente possiede potentemente la propria materia. Non si può improvvisare e bisogna essere disposti a cambiare in corso d’opera ogni virgola della propria lezione.

Che cosa proponete ai ragazzi che arrivano da voi?
Una cosa: tu vali. Questo è fondamentale. Il punto di partenza è un’accoglienza. Vali perché ci sei. Scopriamo insieme come il tuo essere può rendere il mondo più bello. E come? Semplice, attraverso quello che sai fare. Cerchiamo di scovare i tuoi talenti e di sfruttarli al massimo. Per far questo è necessario il lavoro continuo di formazione, aggiornamento e dialogo fra gli insegnanti. Non vanno lasciati soli.

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