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Giannino: dobbiamo aspettarci una nuova botta di spread

luglio 8, 2012 Oscar Giannino

Inutile prendersela con gli altri. La via per costruire mercati e politica uniti in Europa è ancora lunga. Ma in ogni caso l’Italia può e deve abbattere il suo debito con le dismissioni, non alzando le tasse

Cerco di spiegare perché, malgrado l’Euroconsiglio del 28 giugno, mi aspetto comunque un attacco dei mercati internazionali allo spread italiano. Non si tratta di criticare Monti per come si è comportato al vertice, altrove ho già scritto che ha coraggiosamente giocato una carta assai rischiosa e di solito negata all’Italia, il veto in caso di mancato recepimento di un principio che riguarda il nostro interesse nazionale. Solo con una forte credibilità internazionale Monti poteva assumere una posizione tanto rischiosa e aliena dalla tradizione, e solo scommettendo davvero che Spagna e Francia ci avrebbero seguito il rischio diventava ragionevole.

Di fatto, quando la Spagna nella notte decisiva si è unita al nostro veto, si era assicurata tutto ciò che aveva chiesto, e cioè che il sostegno europeo alle banche spagnole non configurasse un aumento del debito nazionale, e che l’Efsf-Esm perdesse la seniority di cui in teoria gode appostandosi nei debiti corporate o sovrani: in quel caso l’effetto, a fronte di rischi di solvibilità persistenti, è di far scappare gli altri creditori su equity e bond, visto che la seniority europubblica costituisce titolo preferenziale a recuperare il capitale prestato. Analogamente, nel bilaterale Merkel-Hollande che aveva preceduto l’eurovertice, il presidente francese aveva dato l’impressione alla Germania di non essere così disposto a seguire a spada tratta l’Italia nella richiesta di un meccanismo automatico salva-spread per i paesi più virtuosi sulla finanza pubblica: cioè solo per noi italiani, visto che l’anno prossimo dovremmo essere vicini a registrare un avanzo primario, avendo in questi anni fatto meno deficit pubblico di tutti gli altri tranne i tedeschi. Ma poi, nelle ore decisive, la Spagna si è unita al veto italiano e la Francia, pur senza veto, è rimasta sulla posizione italo-spagnola. Politicamente Angela Merkel non ha ritenuto di mobilitare, a quel tavolo, i paesi che condividono la posizione di rigore tedesco, Olanda, Finlandia e Austria. E la risposta alla domanda “come mai?” contiene la spiegazione del perché dobbiamo aspettarci tra luglio e agosto una nuova ascesa dello spread.

I mercati hanno capito benissimo che la pretesa capitolazione tedesca non è stata affatto tale. Politicamente è vero che si è messo in moto un processo di cui la nuova Francia socialista è pivot, e che tira dalla parte opposta del puro rigore sin qui dominante. Tuttavia quel che conta davvero per i mercati sta nel dettaglio tecnico, e su questo la Germania è stata accorta. L’Esm non ha ottenuto la licenza bancaria che chiedeva l’Italia. Se avesse licenza bancaria, il fondo di stabilizzazione europeo avrebbe accesso diretto alla liquidità Bce, un modo per aggirare sia i limiti della propria dotazione finanziaria, sia il divieto di monetizzazione del debito pubblico. Tutto dipende da come il 9 luglio l’Eurogruppo scriverà le regole del principio salva-spread convenuto nelle prime ore del 29 giugno. Se la Bce (attuatore dell’intervento di acquisto sul mercato secondario dei titoli sovrani sotto attacco) potrà intervenire a sessione di mercato aperta avendo come unico limite la dotazione totale nota dell’Esm, si alzerebbe di molto il selling necessario a determinare per lo spread italiano il superamento stabile di quota 500 punti base. Se al contrario – come dicono i tedeschi – la Bce potrà operare solo a seguito di richiesta formale avanzata all’Esm dal paese interessato e votata in quella sede, e se potrà farlo solo per soglie di spread predeterminate ed entro un range limitato di risorse, allora è ovvio cosa succederà. Il mercato testerà, con tutta la forza del caso, la reattività temporale del salva-spread e la sua concreta disponibilità, oltre che la prontezza nell’impiegare le risorse finanziarie atte a respingere l’attacco.

È esattamente quel che mi aspetto, in una contingenza in cui il prevedibile rally di Borsa Usa (statisticamente probabile nel trimestre pre-elettorale di un incumbent in vantaggio nei sondaggi al secondo mandato) potrebbe cedere il passo all’effetto di una permanenza dell’eurocrisi, e cioè al sostegno del grande capitale americano verso Mitt Romney come unica possibilità, a quel punto, per evitare una crisi americana ancora peggiore.

Conclusione: inutile prendersela con gli altri. La via per costruire mercati e politica uniti in Europa è ancora lunga, e del resto la Fed nacque nel 1913 mentre la Dichiarazione d’Indipendenza americana era del 1776. Ma nel frattempo l’Italia deve risolvere il suo problema, che l’euro sia cooperativo o no. Il debito si può e si deve abbattere di 30 punti buoni di Pil e anche di più dismettendo patrimonio pubblico, non alzando le tasse. Mentre nel conto economico occorrono forze politiche capaci di individuare e perseguire l’obiettivo di tagliare 7-8 punti di Pil di spesa corrente per meno tasse a deficit azzerato. Si può fare. Altrimenti ancora più imprese sul mercato domestico morranno. E molte più di oggi tra quelle che lavorano per l’estero andranno all’estero per restarci.

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