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Giannini promette nuove assunzioni per gli insegnanti. «Prepariamoci ad un nuovo pasticcio»

maggio 28, 2014 Chiara Rizzo

«I sindacati stanno spingendo perché venga fatta una nuova “sanatoria” sui docenti precari». Per l’esperto di politiche educative Giovanni Cominelli «Giannini ha fatto dichiarazioni contraddittorie: sarà un caos»

Il mondo degli insegnanti è in fermento. Il 30 aprile, il ministro Stefania Giannini, rispondendo al question time alla Camera, ha dichiarato che «il prossimo anno bandiremo un concorso a cattedra per 17 mila nuovi docenti, perché è importante dare regolarità ai concorsi», un impegno nel rispetto della legge che prevede che il 50 per cento delle assunzioni avvenga da concorso, e l’altro 50 per cento dalle graduatorie ad esaurimento. Pochi istanti dopo, il ministro ha aggiunto: «Il concorso 2012 ha visto 11 mila vincitori, di cui solo 4 mila sono stati già immessi in ruolo; altri 7 mila saranno immessi per l’anno 2014-’15 con assunzioni entro l’estate. Complessivamente si tratta di 14 mila immissioni in ruolo per il 2014-2015 che attinge in maniera equilibrata tra vincitori del concorso, “idonei” del concorso e graduatorie ad esaurimento». Quest’ultima frase ha scatenato polemiche tra gli insegnanti precari di ogni tipo: tra i 170 mila “storici” iscritti nelle graduatorie ad esaurimento, tra i 460 mila iscritti nelle graduatorie d’istituto (e chiamati per supplenze annuali), tra i 10 mila abilitati dal Tfa (Tirocinio formativo attivo) che non hanno ancora mai lavorato e i 4 0mila docenti risultati idonei (ma non vincitori) dei vecchi concorsi. Tutti scontenti, perché tutti si sentono sorpassati ingiustamente dal vicino. «La verità è che Giannini ha dato un’informazione contradditoria alla Camera, e si prepara un nuovo caos. Un pasticcio» dice a tempi.it Giovanni Cominelli, esperto di politiche educative.

Alla fine chi saranno i nuovi 14 mila docenti immessi in ruolo per il 2014-’15?
Bisogna ancora capire cosa potrà succedere esattamente. Nella stessa interrogazione alla Camera, il ministro ha dato un’informazione contraddittoria. La verità è che non è stato fatto alcun atto concreto, alcun decreto legge, per cui si può dedurre che il ministro Giannini, e più in generale il governo Renzi, non ha le idee chiare su questo tema. La dichiarazione nasce da una sorta di “ciambella avvelenata” sul reclutamento degli insegnanti e che il ministro procede in modo incerto.

Quale “ciambella avvelenata”?
I sindacati stanno spingendo perché venga fatta una nuova “sanatoria” sui docenti precari. Il problema è che, di fatto, sono i dipendenti ministeriali, su cui esercitano forti pressioni i sindacati, a produrre i documenti e i testi dei decreti legge; e da qui ecco il pasticcio. Si dice che si vogliono assumere nuovi insegnanti con il concorso, ma anche tra i precari e persino tra gli idonei: solo che nella realtà è difficile che poi, effettivamente, siano assunti tutti, circa 40 mila insegnanti, data la carenza dei fondi nel settore istruzione.

I vincitori del concorso si lamentano: loro hanno vinto, ma alla fine così entrerebbe anche chi non è passato. Ma è legale?
A fronte di un decreto l’operazione sarebbe tecnicamente legale, ma non sarebbe legittima. Violerebbe i principi di giustizia. L’origine del problema è che ci sono pressioni sindacali fortissime sul tema, e che manca una volontà riformista radicale. Finché si faranno i concorsi la situazione resterà questa.

Che percorso alternativo potrebbe essere esserci?
Per esempio una laurea magistrale che certifichi delle precise conoscenze del soggetto, seguita da un tirocinio sul campo per dimostrare che il soggetto abbia capacità relazionali con i ragazzi oltre che capacità professionali sui contenuti. Questa verifica può darla non un concorso, ma una scuola. Però è mancato il coraggio di prendere sul serio questo percorso, riconoscendo reale autonomia delle scuole, che si dovrebbero far carico del tirocinio. Si è preferito andare avanti nel disordine, nel caos, con concorsi che si limitano a verificare solo le conoscenze teoriche. Lasciare alle scuole, magari con commissioni di reclutamento per reti di scuole, il giudizio sull’aspirante docente e sul suo reclutamento, creerebbe più ordine.

Quello che lei propone sarebbe una sorta di “apprendistato” per i nuovi docenti?
Sarebbe leggermente diverso. Supponiamo che un ragazzo voglia diventare insegnante di matematica. Dopo la frequenza dell’università di matematica, all’interno dell’ateneo andrebbe creata un’area specifica psico-pedagogica a partire dal quarto anno, rivolta proprio ai futuri docenti. All’interno di quest’area bisognerebbe imporre stage all’interno delle scuole. Solo in base all’esito positivo di questi stage si dovrebbe accedere alla laurea. Dopo si potrebbe immaginare un periodo di “apprendistato” o di prova, di uno o due anni, dopo i quali il neodocente verrebbe assunto. Inoltre, anziché usare il criterio di anzianità negli scatti di carriera, si dovrebbero stabilire tre fasce (insegnante iniziale nei primi 5 anni, insegnante ordinario nei successivi 10-15 anni, e l’insegnante esperto per i successivi) e il passaggio dall’una all’altra fascia potrebbe avvenire in seguito alla valutazione di una commissione interna ad una rete di scuole. Ma attualmente questa proposta non è sul tappeto di alcun partito politico.

Invece Giannini ha anche detto che è il concorso a rappresentare la porta d’accesso privilegiata all’insegnamento.
Sarebbe così se i concorsi si facessero regolarmente, per esempio ogni due anni. Questo, però, nella realtà, non è mai accaduto negli ultimi 20 anni: e così i concorsi non sono gestibili e il risultato è che alle porte del mondo degli insegnanti si accumulano migliaia di laureati, che cercano di entrare attraverso supplenze e punteggi. Il sistema è bloccato. C’è una platea di docenti che vive entrando ed uscendo subito dal sistema. Alcuni lavorano per una settimana, altri per qualche mese con le sostituzioni maternità, altri vengono licenziati a giugno e ripescati a settembre. E in questo caos si va avanti di sanatoria in sanatoria: dagli anni Cinquanta ce ne sono state circa 28.

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3 Commenti

  1. Pietro scrive:

    La verità è che fare l’insegnante è una vocazione, non un semplice mestiere. Stabilire se un candidato ha effettivamente questa vocazione o cerca solo un posticino tranquillo da impiegatucolo statale è la vera questione da affrontare. Come farlo resta da capire, ma di sicuro (come dice Cominelli nell’articolo) non possiamo andare avanti con questi concorsoni fuffa che sviliscono e deprimono l’altissimo ruolo dell’insegnate. In poche parole, meno insegnanti ma più preparati ad esserlo.

  2. Menelik scrive:

    Io mi riferisco all’insegnamento di materie scientifiche negli Istituti Tecnici, dunque dove la tecnica è di casa, non ai licei, dove c’è teoria ma tecnica prossima a zero.
    Secondo me, e lo vedo ogni anno, ad ogni nuovo incarico (III fascia, supplenze annuali), il professore di tecnica (mi riferisco esplicitamente ai laboratori), se si vuole un docente adeguato al tipo di scuola, non può non venire dal mondo del lavoro.
    Voglio dire questo: un docente di laboratorio chimico che si rispetti deve venire dal mondo dei laboratori di analisi chimiche merceologiche, e con qualche anno di esperienza, non qualche settimana.
    Oppure dall’industria, tipo: aver prestato lavoro per 4/5 anni in stabilimenti siderurgici, o depuratori o altri dove si è fatto le ossa come chimico.
    Io propongo ai lettori uno sforzo di fantasia: immaginino per un istante di trovarsi nel laboratorio di un istituto tecnico, avere alle spalle una lavagna, di fianco dei banconi con gli strumenti chimici, e davanti una classe di allievi periti chimici del triennio.
    Dovete insegnare …che so…come si determina il contenuto di cloruro negli alimenti, l’ossigeno disciolto nelle acque, o selezionare uno dei procedimenti possibili per estrarre la caffeina dalle foglie di te, spiegando cosa sono gli alcaloidi, qual è il meccanismo d’azione del farmaco, ecc…Oppure dovete spiegare perché il solvente nella determinazione dell’acidità alimentare deve essere “neutro alla fenolftaleina”.
    Persone che hanno una formazione universitaria teorica difficilmente sapranno destreggiarsi in queste operazioni.
    Sapranno spiegare molto bene come si è arrivati a determinare la struttura dell’atomo, le tre definizioni acido/base e come si integrano, ma in laboratorio sono molto accademici e poco pratici.
    Si basano sui libri, e non considerano che chi ha scritto un testo di analisi chimico-merceologiche, su 100 procedimenti analitici, si e no ne avrà conosciuti direttamente la metà: infatti li applichi alla lettera, e scopri le magagne davanti agli allievi e non sai come giustificarle e correggere se possibile.
    Io conobbi, ai primi anni di insegnamento, un “vecchio” di laboratorio.
    Un perito poi “convertito” all’insegnamento, ora in pensione.
    Quest’uomo ha lavorato quasi vent’anni nei laboratori provinciali di analisi acque.
    E’ espertissimo nel ramo, e non c’è professore laureato in chimica in grado di reggere il confronto con lui.
    Esperto non solo di procedure, ma di meccanismi di reazione.
    Credetemi, quest’uomo era un drago dell’analisi chimica.
    Era della cosidetta “terza area”, con anni di esperienza professionale prima di arrivare alla scuola.
    Purtoppo non ci sono quasi più persone così.
    Qualunque riforma facciano, qualunque arruolamento facciano (può darsi che ci entri anch’io definitivo lasciando la “terza fascia”), ma non ci saranno più persone così.
    In anni di scuola ho visto parecchi improvvisatori, persone che nei refugia peccatorum se la barcamenano, ma in una quarta di indirizzo, al massimo gli possono raccontare i grilli che saltano tra l’erba, non perché si usa quel procedimento per la determinazione dei cloruri negli alimenti e quell’altro nelle acque.
    Per me il professore modello, riferendomi ad istituti tecnici di indirizzo, ha una buona piattaforma teorica di base, ma si è costruito una solida competenza in anni di professione nella realtà produttiva.

    • francesco taddei scrive:

      Menelik grazie per l’ottimo intervento. in questo paese il merito è visto come il nemico della collettività. e tutti sti casini sui concorsi avvengono perché si cerca di buttare dentro tutti. ne vanno assunti quanti ne occorrono.

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