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Genova kaput. È l’Italia che verrà?

settembre 29, 1999 Gagliardi Alberto

L’ospite 36

La chiusura della sede genovese del Goethe Institut è l’ultimo schiaffo alla città. L’ arcivescovo, il sindaco, il presidente della Regione e della Provincia implorano il governo di Berlino di non privare Genova di questo ultimo sprazzo di cultura. Nei fatti nessuno risponde, nessuno. C’è un giudice a Berlino? Egli capisce che non ha più senso mantenere, nel tempo dei tagli alle spese inutili anche per i tedeschi, un centro per l’immagine nazionale in una città in spaventoso declino. Il Goethe resterà a Torino, ma non a Genova. E così è. Il moto della decadenza della città è diventato velocissimo da quando i post- comunisti hanno occupato grazie a tanta parte del mondo cattolico, Regione, Comune, Provincia, Porto, Fiera del Mare e tutto il potere immaginabile degli enti locali. Genova, da tempo, non fa più notizia. E allora non è così noto che sotto la Lanterna la recessione colpisce i commerci e le aziende, la disoccupazione soprattutto giovanile ha le percentuali delle aree meridionali del Paese. Il più grande centro storico medievale d’ Europa è abbandonato al degrado e alla criminalità crescente. Quello che fu il maggiore porto del Mediterraneo è bloccato dalla mancanza di spazi e vie di comunicazione. L’ex- Superba è una città in piena recessione, emarginata, deindustrialzzata, prepensionata, denatalizzata, ipertassata, spopolata. Eppure Genova è stata la madre della moderna industria italiana, con gli stabilimenti dei Perrone e dei Piaggio, e poi della cantieristica, della siderurgia. È stata capitale dell’Iri, poi dell’elettromeccanica, dell’impiantistica, del nucleare, sede delle più importanti compagnie petrolifere, di quelle della produzione dello zucchero. Dei tempi gloriosi del cardinale Siri e di Angelo Costa sono rimasti gli avanzi. E negli ultimi mesi hanno lasciato Genova o sono in procinto di farlo società come Fondiaria, Finmare, Palmera, Uap Assicurazioni, Sofinpar, Costa Crociere, De Langlade, P&O Nedlloyd, Corsica Ferries, Sicao, Italiana Petroli, Tubi Ghisa, Eridania, General Accident, Compagnia di Genova, Grendi, in una moria di realtà artigiane, commerciali, industriali e di servizi come Ansaldo acque, Aura, Borsa valori, Caristel, Cael, Filplastic, Italcad, Davide Campari, Fonderie San Giorgio, Grafoplast, Gina Lebole, Sipap, Morteo, Sil Leasing, Fratelli Pagano. E potrei continuare. Quella che fu la Fiera “internazionale”, oggi ormai sede del Salone nautico e di Euroflora, si dibatte in una crisi finanziaria gravissima. È un funerale continuo per imprese e lavoro, come per importanti istituti scolastici religiosi che hanno dovuto anch’ essi alzare bandiera bianca. Medesimo comportamento hanno tenuto realtà nazionali come Enel, Poste, Ferrovie, Telecom che hanno trasferito significative attività periferiche in altre aree del Paese. Il tutto mentre una guerra fra poveri è in corso sulle acciaierie di Cornigliano: fra gli operai che vogliono difendere il loro posto di lavoro e gli abitanti del popoloso quartiere, dove opera la fabbrica inquinante, che vorrebbero poter vivere come gli altri cittadini genovesi. Sono lustri che la storia del potere a Genova è scritta sotto la cappa delle sinistre, che oggi sono padrone di tutto. Una storia senza slancio, preda dei miti ideologici, dell’immobilismo consociativo, dell’assistenzialismo burocratico, del disprezzo per il lavoro autonomo, dell’intimidazione sindacale, dell’irrisione di tutte le iniziative sorte al di fuori della mano statale. A questa situazione ha contribuito in tutti gli anni Ottanta Romano Prodi che, come presidente dell’Iri, aveva disperso gran parte del patrimonio produttivo delle industrie siderurgiche e impiantistiche genovesi, compromettendo leadership acquisite sui mercati internazionali. Più tardi, come presidente del Consiglio, ha continuato la sua azione distruttiva con il silenzio-assenso dell’innominabile ministro genovese dei Trasporti del suo governo (noto come “Gerundio”). Dopo il trasloco romano di Ip (ex- Shell), con la perdita per Genova di un giro di affari di ben ottomila miliardi, i casi Ansaldo ed Elsag Bailey hanno rappresentato la Caporetto del gruppo di potere Pci- Pds-Ds locale e dei suoi alleati clericali e borghesi. Quella grande industria italiana, Ansaldo, fondata nel 1892, è in fase di inesorabile declino, sotto le cure sapienti dei manager di Finmeccanica, mentre Elsag Bailey, azienda leader mondiale nel campo dell’ automazione di processo, quotata alla Borsa di New York ma con il cervello all’ ombra della Lanterna, è stata svenduta ad Abb per mere ragioni di cassa. L’unica attività che prospera nel golfo ligure sono le cooperative rosse emiliane, quelle edili, di consumo, di lavoro e di servizi. A Genova si può vedere bene come muore la sinistra. La sinistra muore perchè la sinistra è al governo, ma non è una sinistra di governo.

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