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Garzón, il pm spagnolo che voleva incastrare Berlusconi e Bin Laden, è sul banco degli imputati

gennaio 18, 2012 Chiara Sirianni

Baltasar Garzón, il magistrato che ha dato vita alla tangentopoli iberica, ora è sul banco degli imputati in ben tre processi. Lungo la sua carriera ha indagato, tra gli altri, Pinochet, Berlusconi e Osama Bin Laden. Ma ora è lui a doversi difendere, accusato di aver ordinato intercettazioni illegali. Rischia fino a 17 anni di interdizione dai pubblici uffici.

Ha chiesto un ordine di arresto per Pinochet, ha provato a processare Berlusconi, ha emanato l’ordine di arresto per Bin Laden. La fama di Baltasar Garzón (22 anni di carriera giudiziaria alle spalle) ha decisamente travalicato i confini spagnoli. La gloria arriva quando nel 1998 emette un mandato di cattura nei confronti di Augusto Pinochet, allora in esilio a Londra, per la sparizione e la tortura di alcuni cittadini spagnoli durante gli anni della sua dittatura. Fra le altre inchieste figurano quelle riguardanti l’Eta (soprattutto contro il braccio politico fuorilegge Batasuna).

La sua inchiesta sulla cosiddetta “tangentopoli iberica” ha portato alla scoperta di presunti casi di corruzione di membri del Partito Popolare, tra cui il suo attuale leader Mariano Rajoy, poi prosciolto. Garzón ha anche svolto indagini sul terrorismo mediorientale ed è stato, per una legislatura, deputato del Psoe (lo stesso che poi fu al centro delle sue indagini): per lui era stato ventilato anche un ruolo come ministro della Giustizia. Nell’aprile 2001 ha chiesto al Consiglio d’Europa di rimuovere l’immunità di cui gode il presidente del consiglio italiano Silvio Berlusconi in quanto membro dell’assemblea del Consiglio, ma la richiesta è stata respinta. Nel 2002 ha aperto un’inchiesta su Telecinco, contestando al premier italiano i reati di evasione fiscale, falso in bilancio, frode, violazione della legge Antitrust, procedimento concluso undici anni dopo con l’assoluzione in Cassazione.

Ora il “giudice star” della Spagna deve affrontare una settimana di forche caudine: sono infatti tre i processi che lo vedono vestire i panni dell’imputato. Il più importante riguarda la sua famosa inchiesta sulla rete di corruzione collegata al Pp. Nel cosiddetto caso Gurtel, Garzón è accusato di violazione del diritto di difesa, per aver ordinato una serie di intercettazioni tra avvocati e detenuti. Il tribunale, presieduto dal magistrato Joaquin Gimenes, si basa sulla querela di parte presentata dall’avvocato Ignacio Pelaez, ex procuratore dell’Audiencia Nacional e difensore dell’imprenditore José Luis Ulibarri, uno dei principali imputati. Baltazar Garzón (per il quale la pubblica accusa aveva sollecitato l’assoluzione) rischia una condanna pesante: fino a 17 anni di interdizione dai pubblici uffici, il che equivarrebbe alla fine della sua carriera di magistrato. Il 24 gennaio prenderà il via il processo sui crimini del franchismo, che vede Garzón accusato di prevaricazione. «È probabile che a molti piacerà vedermi al banco degli imputati» ha dichiarato di recente. «A me, personalmente, no. Ve lo assicuro. In ogni caso, mi difenderò».

Sfidando il senso del ridicolo, Human Rights Watch sostiene che il processo a Garzón è una minaccia contro i diritti umani, e si è mobilitata anche una piattaforma di intellettuali chiamata “Solidarios con Garzón”, compresi il regista Pedro Almodovar e la scrittrice Almudena Grandes: «È innocente, qualunque cosa dica il Tribunale Supremo». El Mundo riporta che l’ispettore dell’Udeg (Unidad de Delincuencia Económica y Fiscal) Manuel Morocho ha confermato ieri davanti al tribunale che durante il caso Gürtel furono usate le conversazioni avvenute nelle sale dei colloqui del carcere, «per rendere più complete le indagini». Questo processo sta spaccando l’opinione pubblica spagnola, divisa tra chi lo adora a prescindere e chi lo detesta da sempre. El Pais gli ha dedicato un bel ritratto che, contrariamente a quanto il titolo “il magistrato scomodo” faccia supporre, si lascia andare a diverse critiche. Soprattutto descrive un personaggio tutto fuorché discreto, che ha sempre fatto in modo che gli venissero affidati i casi più scottanti, in una parabola brillante, che forse sta per giungere a conclusione.

Scrive il quotidiano spagnolo: «Nonostante la fama di giustiziere senza confini, qualcuno si è chiesto come mai tra le vittime di Garzón non ci fosse nessun grande industriale? Non è stato lui, ad esempio, a condurre le indagini su Mario Conde, presidente della Banesto. A tal proposito c’è anche chi è convinto che davanti alle grandi istituzioni bancarie del paese, come la Bbva e il Banco di Santander, non sia stato il massimo in fatto di fermezza e integrità. È stato anche accusato di aver intascato un “aiuto” dal Banco di Santander per pagarsi un corso negli Stati Uniti, anche se la banca nega tutto». Inoltre, forse proprio perché sembrava destinato a restare per sempre sul piedistallo, Garzòn non ha mai potuto contare sull’appoggio dei suoi colleghi. Ogni volta che ha cercato di fare carriera (nel Tribunale Supremo o alla Corte Internazionale dell’Aia) si è sempre creata una maggioranza, a destra o a sinistra, che l’ha bocciato.

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