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Gao Zhisheng e la coscienza della Cina

maggio 16, 2017 Leone Grotti

Storia dell’avvocato «eroe del partito comunista» che decise di difendere la libertà religiosa e divenne prigioniero politico. Dodici anni di arresti, torture e privazioni pur di rimanere «un essere umano»

Gao Zhisheng

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Il grande storico cinese Sima Qian racconta che nel III secolo a.C. Zhao Gao, influente mandarino alla corte dell’imperatore Qin Shi Huang, congiurava per tradire l’ideatore della Grande muraglia. Per tastare il terreno e capire chi, tra gli alti ufficiali, l’avrebbe appoggiato, Zhao un giorno portò all’imperatore un cervo dalle corna maestose, sostenendo che si trattasse di un cavallo. Qin Shi Huang, pensando che l’eunuco fosse impazzito, chiese ai suoi dignitari che cosa ne pensassero. Alcuni rimasero in silenzio per non esporsi, altri risposero che si trattava evidentemente di un cervo, altri ancora, per accattivarsi il favore di Zhao, giurarono che non si era mai visto un animale tanto simile a un cavallo. Il cospiratore si appuntò i nomi di coloro che non avevano voluto mentire e li fece segretamente uccidere.

Sono passati più di duemila anni da allora, ma la Cina non sembra cambiata molto e il partito comunista dimostra di conoscere perfettamente la storia. Gao Zhisheng ne è la dimostrazione vivente. L’avvocato che si batte per la difesa dei diritti umani, attualmente il prigioniero politico numero uno in Cina, avrebbe potuto facilmente risparmiarsi 12 anni di arresti, estenuanti sedute di rieducazione e indottrinamento ideologico, torture, persecuzioni, umiliazioni e violenze a non finire. Doveva solo rinunciare a fare il suo lavoro, «venire meno alla mia coscienza e alla mia responsabilità». In sintesi, «abdicare alla condizione di essere umano».

Gli ufficiali del partito comunista, dopo cruente sessioni di tortura, gli hanno offerto tante volte questa possibilità: «Vecchio Gao, dimentica tutto quello che ti è successo e torna alla tua vecchia vita. Che cosa ti importa se ci sono ingiustizia, oscurità e soprusi nella nostra società? Nessuno di noi può farci niente»; «Vecchio Gao, uscire di qui non è mai stato così semplice. Non vedi che questi tre signori sono stanchi di torturarti? Basta scrivere poche righe per il governo, ammettendo i tuoi errori ed esprimendo la tua gratitudine per tutto quello che il partito ha fatto per te». L’avvocato cristiano, strenuo difensore della libertà religiosa di cristiani e Falun Gong, non ha mai ceduto né alle lusinghe, né alle minacce. Le vicissitudini che lo hanno trasformato da «eroe del partito comunista» a «prigioniero A2» (dove “A” sta per «criminale che mette in pericolo la sicurezza nazionale», mentre il “2” indica il suo altissimo grado di pericolosità) non danno solo sostanza all’immagine di un grande eroe dei nostri tempi, mostrano anche la strutturale fragilità che si cela dietro l’apparente onnipotenza del regime comunista cinese.

La carriera sfolgorante
Se la comunità internazionale è venuta a conoscenza dei modi aberranti con cui il partito ha cercato di mettere Gao a tacere è perché, tra il dicembre del 2014 e il marzo del 2015, approfittando di rari momenti di semilibertà, l’avvocato ha dettagliato in un libro i suoi «dieci anni di torture e fiducia nel futuro della Cina». Le memorie sono materiale così scottante che persino Hong Kong ha vietato di venderle per paura delle ritorsioni di Pechino. Pubblicate in mandarino con il titolo Alzati Cina 2017 all’estero, sono da poco state tradotte in inglese con il titolo Convinzioni incrollabili.

Gao è nato nel 1964 in un misero villaggio nello Shaanxi, la roccaforte del comunismo durante la guerra civile, in una famiglia ricca di figli (sei) ma poverissima. La vita non è mai stata tenera con lui: il padre è morto nel 1975 a soli 40 anni e Gao, che sognava di studiare ma non poteva neanche permettersi di frequentare la scuola elementare, si sedeva per terra sotto la finestra dell’unico istituto cercando di carpire qualche parola dell’insegnante. Solo grazie all’aiuto di uno zio poté frequentare la scuola media e così arruolarsi nell’esercito, dove si iscrisse con entusiasmo al partito comunista. Terminato il suo servizio cominciò a lavorare come fruttivendolo al mercato ed è tra le bancarelle che nel 1991 il suo destino lo raggiunse. Mentre avvoltolava in una pagina di giornale una treccia d’aglio, fu attratto da un articolo: spiegava che Deng Xiaoping, successore de facto di Mao Zedong, voleva arruolare 150 mila avvocati per migliorare il sistema legale cinese. Gao raccolse la sfida e nel 1995 riuscì a superare l’esame di Stato.

I primi a rivolgersi al giovane avvocato furono due genitori, il cui figlio era finito in coma dopo che un medico gli aveva per sbaglio iniettato in vena una dose di etanolo. La famiglia ottenne un risarcimento di 100 mila dollari e Gao divenne famoso. Collezionò un titolo di giornale dopo l’altro, soprattutto perché fu tra i primi ad approfittare di una legge del 1989 che permetteva finalmente di fare causa agli organi statali. «Era come vivere in un’età dell’oro», commenta Gao. «La legge sembrava avere un valore reale. I leader cinesi pensano che le norme servano solo a proteggere il loro potere. Il mio ruolo come avvocato era trasformare quella farsa in giustizia». Nel 2000, l’avvocato si trasferì a Pechino, dove aprì lo studio legale Zhisheng. L’anno dopo il ministero della Giustizia lo citò come uno dei «10 migliori avvocati della Cina», nominandolo «eroe del partito comunista». Tutto procedeva alla perfezione, ma durò poco.

La discesa all’inferno
Nel 2004, infatti, Gao fece un passo falso: fu il primo a difendere la libertà religiosa dei membri del Falun Gong, movimento spirituale capace di attrarre 70 milioni di fedeli in 10 anni, e a denunciare a tutto il mondo gli orrori della persecuzione comunista. Subito dopo prese le difese dei cristiani sotterranei. L’ufficio giudiziario di Pechino gli ordinò di smettere, ma lui non si fermò e nel 2005, dopo aver stracciato la tessera del partito comunista, si convertì al cristianesimo. Il suo studio legale venne chiuso, la sua licenza ritirata e da allora non ha più avuto pace.

«Mentre tutti stavano in silenzio davanti al male perpetrato dal regime, lui ha avuto il coraggio di denunciarlo», spiega a Tempi Bob Fu, pastore protestante cinese residente in America e presidente di ChinaAid. Amico di Gao, ha finanziato la traduzione in inglese del suo libro e ha aiutato la moglie dell’avvocato e i suoi due figli a scappare dalla Cina e a trovare asilo politico negli Stati Uniti. «Ha difeso pubblicamente persone che da anni venivano arrestate, torturate e massacrate ingiustamente. Ha chiesto alla comunità internazionale di non essere complice del regime pur sapendo che il suo attivismo sarebbe costato a lui e alla sua famiglia immani sofferenze. Non c’è dubbio che il suo coraggio meriti il premio Nobel per la pace e non è un caso che venga soprannominato “la coscienza della Cina”».

Gli arresti e le sparizioni forzate di Gao ad opera della polizia segreta sono cominciate nel novembre del 2004, anche se formalmente l’avvocato è stato condannato al carcere solo nel 2011. Questo è il periodo che nel libro viene chiamato «l’inferno senza nome», contrapposto all’«inferno con un nome», riferimento ai tre anni passati in completo isolamento nella prigione di Shaya. Negli anni lo schema si è ripetuto sempre uguale: gli agenti facevano irruzione in casa sua o lo prendevano alle spalle per strada. Lo incappucciavano, gli legavano le mani dietro la schiena stringendo tanto da fargli quasi perdere l’uso degli arti, poi lo trascinavano dentro un’auto verso qualche “prigione nera” sparsa per il paese.

Durante i viaggi, che duravano anche dieci ore, era costretto a tenere la testa piegata in mezzo alle ginocchia e non poteva muovere un dito. Quando gli liberavano gli occhi, si ritrovava in stanze anonime e spoglie non più grandi di dieci metri quadrati, dove passava giorni o mesi senza che la famiglia venisse informata. Inizialmente doveva sopportare “leggere” umiliazioni: non poteva uscire, parlare, aprire una finestra, andare al bagno, usare la carta igienica, lavarsi. Poi arrivavano gli agenti della polizia segreta o gli ufficiali del partito per trattare la resa, confessioni false, delazioni. Se non trovavano un accordo, cominciavano le torture. Nonostante sia stato pestato e umiliato decine di volte, sono due quelle in cui ha anche rischiato di morire: il 21 settembre 2007 e il 28 aprile 2011. Se la prima è stata l’oggetto di una delle sue lettere aperte, la seconda è raccontata nel dettaglio nel libro.

Mentre si trovava in una prigione non ufficiale, tre energumeni, che Gao chiama «demoni», hanno fatto irruzione nella sua stanza per dargli «un trattamento da vip»: prima calci nello stomaco, nell’inguine, in bocca e in testa per 20 minuti, poi mentre uno di loro lo prendeva a ginocchiate nel petto, un altro lasciava che il fumo di cinque sigarette gli bruciasse gli occhi. Accecato, «potevo ancora udire le mie urla disumane coprire enormi distanze». Incapace di reggersi in piedi, vomitava per il dolore steso a terra mentre due dei suoi torturatori si riposavano e il terzo gli urinava addosso. Poi gli infilarono un bastone da elettroshock sotto il mento «e sentii uno strano suono, indescrivibile, che fuoriusciva dal mio corpo. Sentii i muscoli separarsi dalle mie ossa. È un dolore fisico che una persona normale non può descrivere a parole e non era nulla rispetto alle scosse subite nel 2007», quando gli rilasciarono scariche elettriche anche nei genitali e in bocca per un tempo infinito. «Questa volta durò meno di mezz’ora». Finita la sessione di elettroshock, ripresero gli schiaffi e i pugni sotto il mento. Poi ancora l’elettroshock e via da capo.

«Dio mi ha protetto»
I commenti che Gao inserisce tra una tortura e l’altra sono forse la miglior descrizione del suo carattere e della sua personalità fuori dal comune. «Io non li odiavo», scrive. «E anche se non provavo compassione per loro, mi sentivo a disagio al solo pensiero di quanto fossero sfortunati a dover portare a termine un compito così ignominioso. In Cina infatti i veri criminali sono le autorità totalitarie. Questi uomini sono solo i loro sgherri». Anche durante i momenti più bui, Gao non si è mai sentito solo: «So che ora le persone intelligenti rideranno di me, ma se con tutte le volte che mi hanno scaraventato a terra la mia testa non ha mai subìto danni, significa che Dio mi ha protetto. E dal punto di vista biologico, non so spiegare come le tante ginocchiate che ho ricevuto non abbiano minimamente danneggiato i miei organi cardiopolmonari. Si tratta certamente di un miracolo. Quando nel 2011 ne ho parlato con il capo della polizia segreta cinese, lui mi ha risposto: “Vecchio Gao, il tuo fisico è pazzesco! Sei un fottuto dio!”».

Le torture quel giorno non accennavano a finire ed è un episodio avvenuto allora che, secondo Bob Fu, rivela perfettamente di che pasta è fatto l’avvocato: «A un certo punto – racconta l’amico a Tempi – i “demoni” esaurirono le forze e lo lasciarono in pace per un attimo. Gao si addormentò all’istante e cominciò a russare. Subito ripresero a calpestarlo furibondi: “Come puoi dormire così serenamente dopo tutto quello che ti abbiamo fatto?”. E lui, che ormai da cinque anni viveva praticamente da recluso, rispose: “Perché io sono più libero di voi grazie alla mia fede in Gesù Cristo”». In tutta la sua vita Bob Fu non ha «mai sentito un’applicazione più grande della massima “ama i tuoi nemici”. Gao non ha mai odiato i suoi torturatori e li ha sempre trattati con gentilezza. È straordinario».

Per impedirgli di parlare al mondo dei soprusi ordinati da Pechino, il partito offrì a Gao case, lavori, soldi, onori, promozioni nel governo fino «ai massimi livelli». Davanti ai suoi continui rifiuti, all’«inferno senza nome» fecero seguire «l’inferno con un nome» e nel 2011 lo condannarono a tre anni per aver «incitato alla sovversione del potere statale». Gao scontò la pena in isolamento in una minuscola cella senza finestre, senza poter parlare, leggere o scrivere e per lunghi periodi anche senza potersi muovere. Legato mani e piedi da pesanti catene, ha rischiato di morire prima di caldo e poi di freddo. Nutrito male, ha subìto lunghe sessioni di indottrinamento per «abbandonare le mie posizioni reazionarie» ed è stato obbligato ad ascoltare l’altoparlante che ogni giorno, a tutto volume, strillava nella sua cella «le 30 attività bandite perché pericolose per la sicurezza nazionale», oltre a una lezione sul tema “La vittoria socialista è inevitabile, il capitalismo morirà” e a un’opera di educazione patriottica. Il programma ideologico «veniva mandato a ripetizione, nonostante durasse più di 90 minuti». Per sfuggirgli Gao arrivò a tentare il suicidio due volte, senza riuscirci, e per tutta risposta venne raddoppiata la frequenza delle lezioni patriottiche.

Se il 7 agosto 2014 Gao è uscito di prigione sulle sue gambe e sano di mente è soprattutto per la speranza di rivedere un giorno la moglie Geng He, il figlio Tianyu e la figlia Gege. Anche loro hanno patito violenze e torture, fisiche e psicologiche. Il partito ha reso la loro esistenza un incubo: se ogni volta che l’avvocato metteva piede fuori di casa veniva seguìto anche da venti persone contemporaneamente, il figlio Tianyu, che all’epoca aveva solo tre anni, era guardato a vista 24 ore su 24 da quattro agenti della polizia segreta. Ogni volta che la moglie Geng andava a prendere all’asilo Tianyu, almeno dieci agenti la seguivano passo passo. Per aver osato protestare, le è stato spezzato un dito. Una sera che aveva deciso di andare insieme alla madre a mangiare in un piccolo ristorante con degli amici, il locale fu riempito da così tanti poliziotti che il gestore si è visto costretto a cacciare le donne. Persino la suocera di Gao non poteva uscire di casa senza il permesso della polizia. La figlia Gege, invece, ha avuto l’infanzia rovinata da sei agenti che la seguivano ogni giorno a scuola, appostandosi fuori dalla classe e seguendola fino in bagno.

«Il regime crollerà quest’anno»
«Non voglio parlare di quel periodo, è troppo doloroso», confessa a Tempi Gege, che anche grazie all’aiuto di alcuni membri del Falun Gong nel 2009 è riuscita a scappare di nascosto negli Stati Uniti con la madre e il fratello. Oggi è una bella ragazza di 24 anni e frequenta l’università. «Ammiro mio padre, è un eroe, ma da giovane ero arrabbiata con lui. Mi chiedevo: “Come può lasciare la sua famiglia per aiutare gli altri?”. Crescendo ho capito e ora lo sostengo». Tra i momenti più difficili ricorda quando Gao veniva rapito e le autorità le facevano credere che fosse morto. Gege non vede suo padre da nove anni e nonostante ora sia stato ufficialmente “liberato”, ancora non può parlare con lui regolarmente. «Non lo sento da un mese. Non perché non voglia, ma perché gli hanno requisito il telefono». Gao è ancora confinato in casa, non può farsi visitare da un medico, «fa fatica a mangiare perché gli sono caduti molti denti, ma non può vedere un dentista» e «al massimo gli è concesso uscire di casa in giardino a fare due passi per un paio di minuti al giorno, sotto il controllo della polizia».

A sentire questa descrizione, Gao potrebbe sembrare un uomo sconfitto o un Don Chisciotte “con caratteristiche cinesi”. Ma non è così. «Il suo fisico è debilitato – precisa Bob Fu – ma il suo spirito è ancora forte. Ha appena finito un rapporto sui diritti umani in Cina nel 2016, peggiorati sotto Xi Jinping, ed è riuscito a farmelo avere. Presto lo pubblicheremo. Se il partito ha così paura di un uomo solo, significa che è debole». A questo proposito non si può non citare la parte del libro in cui Gao profetizza la caduta del comunismo in Cina. «Io credo che per Decreto Divino il partito comunista cinese sarà sconfitto e rovesciato quest’anno, finendo nella pattumiera della storia», scrive. In carcere «Dio ha cominciato a darmi delle visioni. Nel 2012, ho dedotto da esse che il partito comunista cinese crollerà nel 2017».

La figlia Gege non vuole commentare, non è cristiana, sa solo che «mio padre è convinto che questo messaggio venga da Dio. E lui ha fede in Dio, perché senza sarebbe già morto. E io ho fede in mio padre». Rileggendo dall’inizio la storia di Gao Zhisheng, non si comprende come un governo abbia potuto infliggere tante sofferenze a un uomo solo. Ma Gege non è per niente stupita: «Mio padre per tutta la vita non ha fatto altro che difendere la libertà religiosa inscritta nella Costituzione cinese e le leggi approvate dal regime stesso. Ha solo detto la verità. Ma il partito comunista è terrorizzato dagli uomini che hanno il coraggio di farlo. Perché la verità rende l’uomo libero». 

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