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Galbusera (Uil): «Il Fattore famiglia è positivo»

febbraio 17, 2012 Chiara Sirianni

Intervista a Walter Galbusera, segretario generale Uil Lombardia: «C’è un problema da chiarire: la legge regionale sembra trasferire alle famiglie più abbienti un maggior concorso spese. Se questo si riferisce all’assistenza è coerente con la logica del “fattore famiglia”, ma se si riferisce anche alle spese sanitarie no».

Prima in Italia, la Lombardia ha varato il Fattore famiglia: un indicatore per le politiche sociali, che non solo tiene conto delle situazioni reddituali e patrimoniali, ma contempla anche a pieno titolo il numero di figli e i carichi di cura, ad esempio la presenza nel nucleo familiare di anziani non autosufficienti o di disabili. Sarà ora sperimentato per un anno in alcuni Comuni del territorio lombardo. Anche per quanto riguarda il Welfare si è tentato di giocare in anticipo rispetto al nazionale. «Sul Fattore famiglia in quanto tale la nostra valutazione è positiva» commenta Walter Galbusera, segretario generale Uil Lombardia. «Ma c’è un problema da chiarire: la legge regionale sembra trasferire alle famiglie più abbienti un maggior concorso spese. Se questo si riferisce all’assistenza è coerente con la logica del “fattore famiglia”, ma se si riferisce anche alle spese sanitarie no, perché queste ultime sono a carico dello Stato. Questo è un punto che approfondiremo nei prossimi giorni». Per Galbusera anche i sindacati devono fare la loro parte, organizzarsi per trovare forme solidali di sostegno alle fasce deboli. In particolare per gli eventi particolarmente gravi, come la non autosufficienza totale.

Le misure di risanamento dei conti pubblici che impatto stanno avendo sul Welfare? Quali sono le vostre previsioni?
Purtroppo Regioni ed enti locali non sono più in grado di allargare il sistema di Welfare, anzi, tutti gli amministratori tendono a ridimensionare le prestazioni se non a cancellarle. Il sistema pubblico si limita, nella  migliore delle ipotesi a circoscrivere l’ambito dei beneficiari in funzione del reddito familiare. Ciò vale per pensioni, sanità, assistenza, edilizia popolare, servizi sociali e tariffe. Non è un caso che si stia estendendo il ricorso ai fondi previdenziali e sanitari integrativi originati dai contratti di lavoro. Sarà necessario dar vita in tempi rapidi a forme aggiuntive o sostitutive di natura solidaristica ad ogni livello capaci di colmare il vuoto lasciato o di garantire nuovi bisogni.

Ci può fare un esempio concreto?
Dove non può arrivare il pubblico con le risorse di cui dispone, dovranno essere le parti sociali o più ampiamente la società civile a doversi organizzare per trovare le soluzioni più idonee. Un’esperienza che ci auguriamo dia buoni risultati è quella della Fondazione del “Welfare Ambrosiano”, costituita a Milano dalle organizzazioni sindacali,  dalle Istituzioni locali e dalla Camera di Commercio, con un fondo di gestione alimentato anche da contribuzioni derivanti da contrattazioni collettive tra sindacati e imprese. Si pone l’obiettivo di affrontare le fasi di difficoltà, l’invecchiamento demografico e le nuove povertà avendo come beneficiari le persone che svolgono un’attività di lavoro a Milano e che incontrano una fase di temporanea difficoltà. Si potrebbe sviluppare ulteriormente il concetto.

In che modo?
In prima istanza è stata presa la decisione di erogare a questi soggetti prestiti di entità contenuta sulla base esclusiva di una fideiussione morale anche finalizzati all’avvio di lavoro autonomo. Ma l’obiettivo è quello di promuovere la costituzione di appositi fondi di carattere mutualistico, con particolare riferimento alla cura e all’assistenza. La nostra proposta è quella di dar vita ad una grande società di mutuo soccorso che può essere avviata a Milano ed estendersi successivamente all’intera Lombardia.

E le risorse? 
Il tema della non autosufficienza è il problema più grave della economie dell’Occidente industriale, soprattutto se si considerata la costante crescita dell’età media. È un problema sociale ma anche economico, sono molte le persone che si trovano costrette a rinunciare ad un posto di lavoro per assistere un familiare non autosufficiente. A ciascuno di noi può capitare una difficoltà. Se questo rischio universale fosse condiviso da un numero rilevante di soggetti, il cosiddetto premio assicurativo sarebbe meno costoso. Occorre dar vita a un sistema di finanziamento alimentato da contribuzioni di lavoratori e imprese, previste da nuovi accordi contrattuali aziendali in tutte le imprese private e pubbliche. Con un modesto contributo si andrebbero a costituire le basi finanziare per poter assistere le persone che si sono assicurate.

Crede che sia un’ipotesi di lavoro in grado di avere consensi?
I destinatari di questo servizio sarebbero in primo luogo il milione e trecentomila lavoratori dipendenti di Milano, di cui una parte significativa coinvolgibile attraverso la contrattazione. Ma si potrebbero coinvolgere anche gli stessi lavoratori autonomi che nella metropoli lombarda sono circa quattrocentomila. È ragionevole pensare che esistano le potenzialità, in tempi ragionevolmente necessari e con una spesa di gestione modesta, per dar vita ad un importante strumento di tutela delle famiglie garantendo ai soci prestazioni aggiuntive rispetto a quelle del servizio pubblico. Per raggiungere questo obiettivo c’è bisogno di tutti: di una forte consapevolezza delle organizzazioni sindacali di categoria, che debbono includere nelle piattaforme rivendicative questa richiesta. Degli imprenditori, cui non si chiedono costi aggiuntivi ma semplicemente di considerare senza ostilità pregiudiziali questa richiesta, che deve rientrare nelle compatibilità del costo complessivo del lavoro. Dei soggetti istituzionali statali, che debbono considerare il contributo pagato come detrazione d’imposta per incentivare un sistema virtuoso di solidarietà sociale.

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