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Gabriele,Nanni e Ninì

giugno 23, 1999 Zottarelli Maurizio

Dopo quella del cronista di Tangentopoli, ecco emergere un’altra storia dal gran circo di Mani pulite: un educatore con la vita sconvolta da un misterioso giro di soldi e prestiti della nuova Milano bene. Ma il tribunale dei giusti questa volta diventa un porto delle nebbie…

La storia che vi stiamo per raccontare si svolge a Milano nell’era felice delle Mani pulite, città liberata da corrotti e malversatori. Il personaggio di questa storia si chiama Gabriele Raccagni, educatore, allora trentenne, in un centro di psicoterapia e di recupero per handicappati. Conosce Laura, una donna maggiore di dieci anni, e dopo un anno si sposa. Poi, siamo nel ’91, dopo un anno di felice convivenza, la moglie cambia atteggiamento senza apparenti ragioni. Gabriele incomincia a notare un certo viavai nell’appartamento in cui abitano in via Friuli, con furtive consegne di buste.

Non soddisfatto dai chiarimenti della moglie, Gabriele decide di capire cosa stia succedendo alla sua vita. Tra le carte di lei, in principio, trova un bigliettino: “Scusa se è poco, ma non ho trovato di più”, firmato Nanni. In seguito rinviene la documentazione di cambiali per centinaia di milioni, assegni con varie girate, contabili bancarie, conti correnti, registrazioni di movimenti di danaro, prestiti e interessi, oltre a un’agenda con annotati indirizzi e numeri telefonici di funzionari di banca, finanzieri, commercialisti. Intanto la donna chiede la separazione dal marito. “Nel corso di una violenta discussione – spiega Raccagni – mi confessò di essere l’amante di Giovanni Mongini da diversi anni e mi avvertì anche di stare attento perché “loro sono forti e hanno numerosi agganci” aggiungendo che “ora in galera non ci vado più””. Ma chi sono “loro”?

A Giovanni Mongini, fratello di Roberto, noto politico dc milanese finito nelle maglie di Tangentopoli e uscitone quasi subito dopo aver collaborato con i giudici di Mani pulite e aver indossato in piazza la famosa maglietta “grazie Tonino”, negli anni hanno fatto capo molte società, molte delle quali liquidate o in via di cancellazione e molte con sede in via Comelico 8 indirizzo nel quale abita lo stesso Mongini. Via Comelico è una traversa di via Friuli, dove abitano i coniugi Raccagni, il cui stabile ha un secondo ingresso proprio in via Comelico. Dalle indagini Gabriele scopre che la moglie lavora per Mongini in qualità di interprete e si imbatte in un vorticoso giro di danaro per centinaia di milioni che dai conti del Mongini e di personaggi a lui legati transitano su conti intestati alla moglie per passare rapidamente in altre mani.

Il marito respinto per il suo “caratteraccio” dalla moglie, nullatenente e senza occupazione, capisce allora di essere vittima di un gioco più grande di lui. “Lo stesso avvocato al quale mi ero rivolto per la causa matrimoniale – spiega Raccagni – il cui nome avevo trovato tra le carte di mia moglie mi aveva confermato tutto e alla fine mi aveva offerto 250 milioni per chiudere la vicenda”. Ma Raccagni, ormai senza più una moglie e una famiglia, dai più trattato come un visionario e con la vita distrutta, chiede all’avvocato di inoltrare richiesta di risarcimento danni per 300 milioni. La richiesta viene fatta nel corso di un’udienza, ma non comparirà mai in nessun verbale. Intanto sono passati anni e siamo nel culmine della gloriosa epoca di Mani pulite. Gabriele, non vedendo sviluppi nella sua causa, revoca il mandato all’avvocato e ne nomina un altro. Il nuovo legale gli consiglia di presentare un esposto al procuratore della Repubblica Paolo Ielo contro la moglie Laura Finazzi raccontando i traffici in cui si è trovato suo malgrado coinvolto. Il documento porta la data del 13 aprile 1996. Gabriele assiste alla sua digitazione e archiviazione presso la cancelleria del Tribunale. L’avvocato gli assicura che “più tardi” sarebbe passato a ritirarne copia timbrata. Dopo sei mesi, non avendo alcun riscontro, Gabriele chiede che notizie del suo esposto: gli viene risposto che non ce n’è traccia e, anzi “non è stato mai presentato”. Con in mano la sua copia si presenta dal vice di Borrelli, Gerardo D’Ambrosio e ripresenta l’esposto. Passano altri mesi senza notizie finché riceve una richiesta di archiviazione per “non aver specificato il reato”. Passano ancora molti mesi nel tentativo di ricostruire il percorso delle sue pratiche. Ma il racconto di questa storia e dei suoi personaggi sembra far chiudere ogni porta del tribunale: gli viene anche detto che “se non si presentano degli esposti non si ha l’incombenza di venir tutti i giorni a Palazzo di Giustizia”. Infine l’incartamento viene rinvenuto sotto montagne di documenti. Viene fissata una nuova udienza con il Gip, ma qui avviene qualcosa di curioso: l’avvocato sostiene la necessità della sua presenza e insiste per partecipare all’incontro. La mattina dell’udienza l’avvocato si presenta con un quarto d’ora di ritardo sostenendo che “è la prassi” e bisogna far così. Al loro arrivo, però, il Gip ha già discusso la pratica e archiviato il ricorso. Tutto in quel famoso quarto d’ora. Caso chiuso. Più nulla da fare. A completare le disgrazie di Gabriele giunge anche l’archiviazione della pratiche relativa alla sua difesa nella causa civile di separazione: l’avvocato ha presentato i documenti in ritardo. Fine della storia, fine dei soldi, fine di tutto. E senza neanche più una casa, il nostro eroe è rimasto con una valigia di carte a raccontare un mondo di soldi, prestiti, interessi e bella gente che, nel gran circo di Tangentopoli, ha danzato intorno alla sua vita ignara, fino a svuotarla. Con le mani pulite, però.

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