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Gabriele Nizzi, il leghista modenese “verde fuori e rosso dentro” che tifa Renzi

ottobre 31, 2012 Chiara Sirianni

Trentanni e devoto a Bossi, ma ora gli scandali del Carroccio lo spingono a sinistra. E ora, assieme agli altri “leghisti d’adozione”, è attratto dalle sirene del sindaco di Firenze.

Passare dal verde al rosso, anche con una certa soddisfazione. È la storia dei leghisti di Modena e provincia, che hanno portato il Carroccio dal 4 per cento al 30 per cento. E che se ne stanno andando per puntare a un altro personaggio, che di verde ha poco: Matteo Renzi. Lo ha raccontato ieri il quotidiano Italia Oggi, che ha intervistato Gabriele Nizzi, trentenne conosciuto per la sua devozione assoluta e totale a Umberto Bossi. A colpi di sagra dello gnocco fritto padano e di festival celtico, passando per miss Padania, aveva raccolto migliaia di voti. Oggi i recenti scandali e alcune critiche «alla non trasparenza interna» lo hanno portato a cambiare battaglia, assieme a tutti i leghisti (ormai ex) che negli anni ha aggregato attorno a sé: «Per ora non vogliamo la tessera del Pd, ma i voti li dirottiamo su quella parte e auguriamoci che Renzi l’abbia vinta» ha spiegato Nizzi. Contraddizione? «Non c’è nessuna contraddizione, Massimo D’Alema non disse giustamente che la Lega era una costola dalla sinistra e rappresentava un pezzo del movimento operaio? La Lega è finita e noi andiamo avanti».

L’AVANZATA LEGHISTA
. La vicenda è interessante perché Nizzi è un leghista molto particolare. Il suo peculiare ruolo politico l’aveva già raccontato il giornalista Paolo Stefanini in Avanti Po: La Lega alla riscossa nelle regioni rosse (Il Saggiatore edizioni). Nel 2010 Stefanini aveva parlato con i dirigenti confondendosi tra gli elettori, li aveva seguiti ai loro banchetti, tra gazebo, stand, zucche, vino e castagne, scoprendo così un’Italia centrale inedita: quella della paura degli stranieri e del conseguente crollo improvviso del consenso, fino a quel momento monolitico, della sinistra. Una sterzata che prima delle elezioni regionali era passata abbastanza in sordina e che prefigurava un territorio in cui il rosso sembrava andare via via sbiadendo col passare degli anni, vista la presa del verde sui giovanissimi. A Sorbolo per esempio, in provincia di Parma, i ragazzi dedicano la domenica alla “castagnata padana” e alla raccolta di firme per la difesa del crocifisso. E raccontano di camere in cui c’è appeso «un rivoluzionario col sigaro» che non è più Che Guevara, ma Bossi.

VERDE FUORI E ROSSO DENTRO.  Una vera e propria avanzata, che nelle regioni rosse non poteva che avere come obiettivo il potere comunista, in tutte le sue declinazioni recenti: potere tradito dagli uomini in cravatta, amici delle banche più che degli operai, ma soprattutto amici, troppo amici, degli immigrati. Uno dei personaggi simbolo era proprio Gabriele Nizzi, di Fiumalbo, che tutti chiamavano “cocomero” perché «è verde fuori e rosso dentro». Una famiglia di «comunisti sfegatati, mio nonno non poteva vedere il prete neanche da lontano» finché alle medie incappa in un adesivo. «Era così bello quel guerriero con la spada, ne sono sempre rimasto innamorato. All’inizio i miei non volevano, si vergognavano e mi rimproverano. Poi, con gli anni, si sono convertiti anche loro». E il centro-destra? «Continua ad accusarmi di essere comunista, e a chiamarmi cocomero. Ma io mi sento leghista al cento per cento» diceva Nizzi nel 2010. «Anche se sono un leghista di zona rossa, e quindi con una sensibilità diversa rispetto a un piemontese o a un bergamasco».

EFFETTO DOMINO? Stefanini nel suo libro aveva ritratto un lungo elenco di “convertiti”, come Andrea Barontini, che da segretario circoscrizionale del Carroccio ha fatto il suo lavoro sul territorio «grazie alla scuola del Pci». Lo chiamano “il leghista rosso” perché ha ancora in tasca la tessera della Cgil e dell’Arci, ma anche quella della Lega e che, con un’abile strategia di liste civiche, ha strappato alla sinistra tre comuni della provincia di Pisa da sempre rossi: Volterra, Pomarance e Castelnuovo Val di Cecina. Chissà se quello di Nizzi è destinato a restare un caso isolato, o se anche altri leghisti “d’adozione” rimarranno sedotti dall’effetto Renzi.

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