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Gabriele Cirilli, un comico senza santi appeso a un frac

marzo 11, 2012 Caterina Giojelli

Inizia a calcare la scena ancora in calzoncini, si costruisce un futuro insieme alla sua Maria e ai mostri sacri di teatro, cinema e cabaret. E oggi, dopo Kruska e Petrolini, Gabriele Cirilli pensa a un Peppone «abruzzese come me». Pubblichiamo l’articolo che appare sul numero 10/2012 della rivista Tempi in edicola.

Pubblichiamo l’articolo “Un comico senza santi” che appare sul numero 10/2012 della rivista Tempi in edicola.

«E uno, e due, e tre». E che volete, aveva vent’anni allora. «…due, e tre», e se non ora quando? «E uno, e due, e…», e alla fine lo fece: improvvisò, rubò al maestro il momento della battuta e, va da sé, l’applauso del pubblico. Capì di averla fatta grossa solo più tardi, quando venne chiamato nel suo camerino. «Guarda un po’», gli disse il maestro, indicandogli un frac appeso, «sai quanto ci ha messo ad arrivare a quell’appendino? Più di trent’anni ». Silenzio. C’era un solo uomo in grado di ammutolire Gabriele Cirilli, allora, e quell’uomo non era né papà Mario – che pure quante gliene aveva dette sul mestieraccio che s’era scelto –, e nemmeno il dottor De Luca, padre di Maria, che proprio non voleva rassegnarsi all’idea che la sua figliola s’impegolasse con un attore. Nossignori, quell’uomo poteva essere solo il suo maestro, fondatore del Laboratorio di Esercitazioni Sceniche di Roma, il primo ad aver dato fiducia alle capacità di un giovane capellone di Sulmona, scegliendolo come prima spalla in Per amore e per diletto, adattamento di Ugo Gregoretti dagli scritti di Ettore Petrolini. Insomma lui, Gigi Proietti, un «mostro sacro» per Cirilli, che si vide azzerare così il bonus fiducia e, ovviamente, rubare tutte le risate fino a fine spettacolo. «In capo a qualche anno avrebbe fatto cambiare colore al mio papà: “Oh sor Cirilli, lo lasci volare, sto uccellino, ché va forte”, gli avrebbe detto, stringendogli la mano durante l’intervallo de I sette re di Roma al Sistina. Ma allora io ero solo un allievo tra i tanti, come Brignano, come Insinna, che frequentavano il suo Laboratorio e lui era Gigi Proietti, il maestro che mi stava dando lezioni di umiltà».

Di gavetta ne ha poi fatta tanta, Gabriele Cirilli, per arrivare ad affiancare sulla scena del teatro duro – quello di Brecht e Pirandello per intenderci – altri mostri sacri come Flavio Bucci, Lina Sastri, Piera Degli Esposti, e poi al cinema Nino Manfredi, Alberto Sordi, Paolo Villaggio. Ma l’originalità, quella gli va riconosciuta, fin dal momento in cui si presenta, fresco di diploma di maturità classica, al provino a Roma: una vecchia Cinquecento guidata da mamma Augusta, un’amica improvvisata truccatrice, un contrabbasso legato al tettuccio e, stipati sul sedile posteriore, gli amici musicisti: «Altro che base e dischetti. Portai la musica dal vivo, Gastone di Petrolini in abruzzese, Io, mammeta e tu di Domenico Modugno e una poesia di Picasso». E viene preso, con gran gioia del Carletto, il “migliore amico”, cui va il merito di aver scritto la prima recensione, un pezzo al vetriolo sul giornalino del liceo che mandava a ramengo chiunque si fosse sognato di canzonare le passioni di uno che alle elementary aveva già recitato Nerone, Cristoforo Colombo, Pinocchio, ma soprattutto il merito di avere una cugina che a sua volta ha un’amica che si chiama Maria. Del loro primo incontro, nel 1981, Cirilli ricorda che «era diafana, portava i capelli raccolti, la camicia a righe bianche e blu, un maglione a V, la salopette di jeans, un paio di Clarks»: praticamente un’ecografia. Tre anni dopo si fidanzano e da allora la storia di Cirilli si divide nell’era “avanti”e “dopo” Maria.

Le campane, il leone, il clown
«L’estro, quello l’ho ereditato dal nonno materno che suonava e faceva le gare di campane in Emilia, dove è cresciuta la famiglia di mia mamma, che fa Zanni di cognome come la maschera della Commedia dell’arte. E poi c’era papà, e il leit-motiv “studia, trovati un lavoro serio”. Lui, che aveva dovuto rinunciare ai sogni di calciatore per occuparsi della fabbrica di marmi del padre, tanto da rimetterci in gioia e salute, fece fatica ad accettare la mia strada. Poi, una sera, era il 1991, stavo recitando Madre coraggio di Brecht e lo vidi in seconda fila, il volto finalmente rasserenato. Se ne andò qualche mese dopo». Quello che restò a Cirilli fu la fede, viva e fervente, che gli aveva insegnato mamma Augusta e, naturalmente, lei, Maria, la sua pelle diafana e un coraggio da leone, come voleva il suo bel segno zodiacale. «Io sono un clown e faccio collezione di attimi», diceva Hans Schnier. A rileggere così la storia di Cirilli, sapendo già che prima o poi porterà alla comicità sul palco di Zelig e a personaggi come Kruska, «co’ du’ kappa, me raccomanno che ce tengo», o a Ninetto, «detto er Panca perché va in palestra e se gonfia», verrebbe da azzardarlo, il paragone col malinconico clown di Heinrich Böll, che riavvolge la sua vita alla luce del matrimonio con Maria. Non è così: a casa Cirilli non c’è posto per la malinconia, e la comicità è un lavoro di squadra consolidato da quasi vent’anni di matrimonio e di sodalizio artistico – dietro successi e tormentoni come “Chi è Tatiana?” c’è infatti anche la firma di Maria –. Ma nei momenti, singoli e irripetibili, che hanno dato vita a questa storia, gli ingredienti del romanzo abbondano.

Da Gassman a Tatiana
Cirilli molla la facoltà di Lettere «per fare l’attore a tempo pieno. Per mantenermi subaffittai il mio posto letto e mi trasferii nel salotto di Maria, anche lei a Roma per studiare Farmacia. Ci sposammo per non fare i concubini», racconta l’attore, che in quell’anno, il 1993, ha già collezionato più chilometri di un camionista, e speso più di quanto guadagna per calcare le scene da Lugano a Gela. Mettere insieme il giorno con la sera è impossibile: «Senza santi, raccomandazioni, non riuscivo più a vedere un orizzonte. Poi una sera un amico mi porta a vedere uno spettacolo di Dario Cassini. E lì mi imbatto per la prima volta nel cabaret ». Un mondo cui Cirilli decide di affidare la sua resurrezione artistica, giocando estro materno, buonumore e tutto quanto era riuscito a fare suo di Gassman, Foà e tanti altri insegnanti alla scuola di Proietti. «Inizio così a portare a casa qualche soldo. E ci compriamo una Peugeot, 500 mila lire per 24 mesi. Ci sentivamo dei benestanti». E i successi non tardano ad arrivare: nel 1997 Cirilli vince il Festival nazionale di Cabaret dedicato a Ugo Tognazzi dalla città di Cremona ed è tra gli animatori del DownTown, il locale della capitale che sarebbe diventato in collegamento con lo Zelig milanese, una tappa fondamentale di esibizione per tutti i comici e cabarettisti italiani. Già, Zelig. «Vado a Milano per fare un provino per Scatafascio di Paolo Rossi, ma gli autori mi scartano dicendo che mi avrebbero chiamato per un altro programma. E mi chiamarono davvero: la trasmissione era Facciamo Cabaret, di Gino e Michele e Giancarlo Bozzo condotta da Simona Ventura». Un format che si evolve nelle fortunate edizioni di Zelig e Zelig Circus durante le quali Cirilli colleziona premi e sforna personaggi e tormentoni che gli valgono la notorietà in tutta Italia: la coattissima Kruska, l’amica di Tatiana, da cui l’adagio “E chi è Tatiaaaaana?”: «È l’amica mia grassa, tarmente grassa che l’ascensore je sta attillato»; Ninetto, il ragazzo di borgata che «nun lo dì a nessuno ma mò se sta a prenne l’asteroidi»; il refrain “Vojo torna’ bambino”; o ancora l’abruzzese «nato a Sulmona, città talmente piccola che se il vigile fischia un’infrazione parte il treno dalla stazione». Battute che diventano libri per Mondadori – il primo, Chi è Tatiana?!? vende 350 mila copie – scritti insieme a Maria che s’è trasferita con lui a Milano, dove svolge il ruolo di autrice, manager, moglie e mamma di Mattia. Sì perché nel frattempo la famiglia si è allargata.

La cattedrale tra i terremotati
«Tutti a Zelig vantavamo una storia nel cabaret. Non lavoravamo come certi comici improvvisati di oggi, per il potere e la Gloria di tre minuti televisivi. A Zelig ho potuto dire “cazzo”, citare marche, fare ridere senza cambiare la battuta “prendi lo spigolo e parte il primo bestemmione della giornata” in “prendi lo spigolo e parte il primo vaffa della giornata”, come mi è capitato da altre parti». Dove gli veniva sempre preferito il “figlio o fratello di” perché, gli spiegavano, «lui c’ha due occhioni azzurri così». Un discorso che, vivaddio, va stretto a Fabrizio Costa, che lo vuole a fianco di Ettore Bassi per interpretare Illuminato, il Fra’ Leone amico del santo, nella fiction Chiara e Francesco. Da lì al set di Un medico in famiglia, col ruolo di Dante Piccione, il passo è breve: nel lasso di tempo, Cirilli arriva quarto a Ballando con le stelle e con lo spettacolo teatrale Donna Gabriella e suoi figli, prima produzione Magamat (da Maria-Gabriele-Mattia) realizza il terzo incasso della capitale nella notte di Capodanno. Poi, un giorno, Cirilli s’imbatte in qualcosa di nuovo. Un po’ di Brianza inizia a capirla non appena si trasferisce a Monza: la gente qui lo ferma per strada ringraziandolo perché «c’è tanto bisogno di ridere oggi», e tuttavia sente che qualcosa di quella gente laboriosa che non perde tempo inizia a contagiare anche lui e Maria. La loro società di produzione è nata così, con la stessa voglia di «spaccare le pietre e sentire di costruire una cattedrale » che anima questo popolo di piccoli e medi imprenditori, che Cirilli impara a conoscere come testimonial della Fondazione Costruiamo il Futuro. E dopo Gastone, Kruska, Dante, il teatro tragicomico, la coattitudine, la famiglia allargata in tv, sente che quel “vivere è la prima politica” di cui si parla tanto da queste parti può aprire un nuovo capitolo della sua storia. Pensa a un Cirilli più vicino alla gente, a un progetto capace di tenere insieme la sua collezione di attimi, la sua fede, la sua famiglia. «E mi viene in mente un sindaco, una specie di Peppone, e da lì, di getto, scrivo una fiction, ambientata in Abruzzo, tra gli ex terremotati che per forza di cose devono imparare a costruire il futuro. La prima puntata staziona in Rai da tempo, aspetto ora una risposta». Lo munno è fatto per nui, cantava il mostro sacro Proietti con Renato Rascel in Alleluja brava gente, la gente come noi non è mai digiuna perché si dà del tu alla fortuna. Un po’ quello che aveva in mente un capellone fresco di diploma mentre lasciava Sulmona per vedere appeso un bel giorno il suo frac all’appendino.

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