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Fuggiti dai gulag nordcoreani: «Là le mosche valgono più degli uomini»

dicembre 12, 2011 Leone Grotti

I racconti davanti alla Camera dei rappresentanti degli Usa di chi ha subito la tortura dei gulag nordcoreani, è stato rilasciato ed è fuggito dalla Corea del nord: «Vi prego, bisogna porre fine a una società del genere e ricostruirne una dove le persone possano vivere come esseri umani»

«A Bukchang la vita delle mosche ha più valore di quella degli uomini».

«A Bukchang la vita delle mosche ha più valore di quella degli uomini». Spiega così Kim Hye Sook, scappata dalla Corea del nord nel 2009 verso la Corea del sud, a un’audizione davanti alla commissione statunitense degli Affari esteri della Camera dei rappresentanti, riunitasi il 20 settembre per ascoltare le storie di chi è riuscito a sfuggire ai campi di concentramento nordcoreani, i gulag come quello di Bukchang appunto. Kim è stata internata a 13 anni insieme alla sua famiglia, perché il nonno era scappato in Corea del sud. Inviata a lavorare nelle miniere di carbone, «soffrivo perennemente la fame. Il mio unico desiderio era mangiare una ciotola di riso bianco».

Sono tanti quelli che nei campi muoiono di fame o che si beccano una pallottola perché «non ascoltano le autorità o perché non si mostrano abbastanza pentiti» per i presunti crimini che hanno commesso, continua Kim. «Ho visto i corpi degli uomini e delle donne, uccisi dalle squadracce, arrotolati nella paglia e portati via su dei carretti. E mi dicevo: “Neanche i cani muoiono in questo modo”». Kim è stata rilasciata dopo 28 anni, all’età di 41 anni. Nei campi di concentramento ha perso la madre, il padre, il fratello e la nonna. Oggi la Corea del nord, continua Kim, «è un paese dove si può disporre della vita dei prigionieri politici più facilmente che di quella degli animali». «Vi prego» ha concluso, «bisogna porre fine a una società del genere e ricostruirne una dove le persone possano vivere come esseri umani».

Kim Young Soon è stata portata a Yoduk, nel campo numero 15, nel 1970. È stata arrestata con altri sette membri della famiglia perché sapeva che una sua ex compagna di scuola, l’attrice Sung Hae Rim, era stata presa in segreto per diventare la compagna dell’allora futuro (e ora attuale) dittatore Kim Jong Il. Kim non sapeva che parlare di questo argomento fosse un crimine. Nel suo campo la sveglia era alle 3.30 del mattino e doveva lavorare fino a quando non calava il sole. Se gli obiettivi del lavoro non venivano raggiunti dal suo gruppo, tutti venivano puniti. Dei suoi parenti, ne è rimasto solo uno, gli altri, compresi due suoi figli, sono stati uccisi. «Ho vissuto piangendo lacrime di sangue. Vi prego, salvate i 23 milioni di persone che in Corea del nord vivono una vita misera, uguale a quella che ho vissuto io».

Il popolo nordcoreano è l’unico a non godere di nessun diritto iscritto nella Dichiarazione universale dei diritti umani, documento adottato dall’Onu nel 1948, quando, ironia della sorte, il primo dittatore nordcoreano Kim Il Sung saliva al potere. Il direttore della Commissione sui diritti umani in Corea del nord, che ha organizzato l’udienza, ha dichiarato a conclusione dell’incontro: «Speriamo che la testimonianza dei sopravvissuti aiuti a focalizzare l’attenzione della comunità internazionale sui soprusi in Corea del nord, perché si prendano le misure necessarie affinché la libertà di chi soffre continuamente e vive in condizioni davvero terrificanti sia garantita».

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