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Freddie Mercury e quella domanda d’amore pescata sul fondale della vita

novembre 24, 2012 Mario Leone

Ventuno anni fa scompariva il cantante dei Queen. I successi, la voce, la maschera. Intervista al saggista Walter Gatti

Ventuno anni fa moriva Freddie Mercury, cantante dei Queen. Per ricostruire la sua figura abbiamo deciso di interpellare Walter Gatti, giornalista e saggista esperto di musica, autore di alcuni bei volumi sul rock e la sua storia.

Gatti, Freddie Mercury può di certo essere considerato uno dei grandi interpreti della storia del rock: secondo lei perché? Cosa l’affascina di più nel personaggio?
Non potrei dire che Freddie sia un personaggio in grado di “affascinarmi”, visto che sono più attratto da altri nomi come Janis Joplin, Stevie Ray Vaughan, Roger Waters o Van Morrison, ma di certo il cantante dei Queen è uno di quei volti e di quegli interpreti che non possono lasciare indifferenti e che stimolano testa e cuore e continueranno a farlo. Prima di tutto perché era un cantante di enorme qualità e versatilità, poi perché era un’ottima macchina di produzione di canzoni. Credo poi che in lui un deciso intrecciarsi di vita on-stage e vita personale, di rappresentazione teatral-rock esagerata e sentimenti da comunicare abbia raggiunto un livello davvero di massimo coinvolgimento.

Uno dei tratti che mi colpisce di più nel personaggio Mercury, oltre alla sua strabiliante voce, è di sicuro il gusto del bello e dell’arte. E’ noto come abbia sempre cercato di fare di ogni suo concerto un’opera d’arte, uno spettacolo di danza, canto e recitazione. Mercury era solito dire: “Il glam è parte di noi e vogliamo essere dandy”. Questo amore per il glam anni 70 come influenza e differenzia la musica e i testi dell’artista dai suoi contemporanei (penso ad esempio a David Bowie oppure alle aspre critiche della stampa inglese che liquida l’album Queen come una mera copia dei Led Zeppelin)?
Visto che cita Bowie direi che quest’ultimo era frutto degli anni ’60, aveva un vezzo decisamente più colto e giocava con le ambiguità in modo più sottile e da club intellettuale. Mercury era apparentemente più grezzo, preferiva il colpo allo stomaco che il corteggiamento dell’intelletto. All’inizio, ricordiamolo, i Queen del primo album del ’73 (quello in cui c’è Jesus) sono una band di hardrock. E’ solo con Sheer Heart Attack e soprattutto con A Night at The Operache capiscono di avere nuove idee e nuove carte da giocare rispetto ai contemporanei. In tutto questo Freddie è vocalist, pianista e frontman e tira fuori i suoi punti forti come autore: grande sensibilità per una vita da vivere con intensità e con pazzesco desiderio di esserci, bisogno di amore e di amare. E’ diretto ed è sfrontato, non ha l’ambiguità occhieggiante di Bowie e di Marc Bolan, né la sensualità ancheggiante di Robert Plant o Mick Jagger. E’ una maschera greca che passa da commedia a tragedia a videoclip in un batter d’occhio. In questo senso è molto più vicino al senso dell’ironia di Frank Zappa o di Ray Davies dei Kinks che al trasformismo di Bowie. Per lui il “glam” è solo uno dei tasselli del suo patchwork artistico: credo adorasse Chopin e non i Tyrannosaurus Rex.

In un suo articolo apparso sul Sabato del 21 novembre 1992 in cui intervista Bryan May (intervista riportata nel testo: La Lunga strada del Rock, Ed. Lindau) questi dichiara: “Uno dei problemi del rock è la gente che hai intorno. Per mille motivi conviene a tutti si rimanga bambini, marionette. Gli affari determinano il potere e per gli affari devi rimanere un oggetto, facilmente utilizzabile”. Freddie lo diceva sempre: “Nessuno si immagina come io sia lontano dal palco, lontano dai soldi, lontano dal business. Nessuno immagina come siamo ognuno di noi quattro, lontano da quella macchina che chiamiamo Queen”. Quanto la musica dei Queen si ribella a questo meccanismo e quanto invece ne rimane vittima?
I Queen sono stati per così lungo tempo la band simbolo di un certo rock planetario che la parola “ribellione” non poteva far parte neppure lontanamente del loro programma, semmai ne fosse esistito uno. Direi che i Queen erano ben contenti di essere al centro di quello star system. Forse loro ci aggiungevano una nota di eccesso e di maschera che per lo meno permetteva loro di essere e di sembrare divertenti e divertiti. Erano potenti sul palco, ironicamente sfrontati, gustosamente melodici, moderatamente aggressivi: un bel mix per un suono ed un’immagine diversa dagli altri. Di certo, comunque, stavano bene nel loro ruolo. La disillusione e il disincanto arrivano dopo. E ognuno, poi, raccoglie i propri cocci: chi ritirandosi, chi sbronzandosi, chi andando dall’analista. Di sicuro, nel bene e nel male, nessuno dei Queen avrebbe potuto scrivere The Wall, il disco sul rapporto impossibile tra rockers e vita quotidiana: Mercury e compagni erano più istintivi che colto-riflessivi.

La canzone “The show must go on” fu registrata da Freddie in condizioni di salute tremende, ma quella registrazione (come May ricorda nella sua intervista) è probabilmente uno dei vertici assoluti della carriera dei Queen e dello stesso Mercury. La domanda che risuona in questa canzone è:  “cosa stiamo cercando ?” Le chiedo: cosa ha cercato durante tutta la sua carriera musicale questo incontrastabile frontman? E’ un caso che quello considerato da tutti come il capolavoro dei Queen, l’album “Innuendo”, sia stato registrato proprio in questo periodo?
Innuendo è un disco partorito guardando in faccia alla morte, un po’ come Sgt.Pepper dei Beatles, altro album in cui per mille motivi, tutto – dalla cover ad A Day In The Life – suona come una specie di “confronto ultimo”. E’ un disco bello, ma forse non così eccellente, ma ha dentro una tensione che solo i fatti del destino possono motivare. Una tensione che chi vuole può trovare anche in un disco come The Wind, di un grande rocker americano, Warren Zevon, registrato in condizioni ancor più drammatiche.
Che “lo spettacolo debba continuare” non è forse solo una canzone, visto che assomiglia ad un testamento tragico-epico quasi prometeico, ma d’altra parte ricordiamoci che Mercury, appassionato di teatro, conosceva a menadito i tragici greci. Ma vorrei capovolgere il discorso: una delle canzoni più importanti dei Queen è di certo Somebody to love. Aver bisogno di qualcuno da amare e di qualcuno che ci ami è il vero ultimo desiderio e allora preferisco pensare che quello “spettacolo che deve andare avanti” a cui si riferisce la canzone dei Queen forse non sia tanto la rappresentazione del rock che deve andare avanti ugualmente, quanto il fatto che quella domanda di amare e di essere amati non si può fermare mai, neppure in quell’ultimo momento…

Qual è secondo lei l’album più rappresentativo dei Queen?
I Queen sono una band strana: non c’è forse un loro album definitivamente rappresentativo ed ogni cd ha dentro una buona dose di pezzi di livello mediocre. Non hanno mai registrato il loro Dark Side of The Moon, o il loro Astral Weeks oppure il loro Born To Run. Anche nei dischi forse meno significativi – penso a Kind of Magic, Jazz, Hot Space, The Works o a Miracle – ci sono pezzi come Who Wants to Live Forever, Under Pressure, One Vision e I Want It All che farebbero il successo di ogni altra discografia. Preferisco allora dire quali sono i loro titoli che mi piacciono di più: A Night at The Opera, News of The World, The Game, album bizzarro che si conclude con un capolavoro come Save Me. Il primo, soprattutto, contiene Bohemian Rhapsody, che rimane il brano più geniale firmato da Freddie Mercury. E’ vero che in quegli anni il rock si contaminava di musica sinfonica, ma un pezzo che sposava lirica, rock’n’roll e romanticismo era un capolavoro di kitch e divertimento che non si sentiva certo in Genesis, King Crimson o Emerson Lake and Palmer.

A ventuno anni dalla morte cosa Freddy Mercury “ha da dire” a noi?
Che la musica è una cosa seria, anche quando è un divertimento. Perché in fin dei conti pesca i suoi argomenti sul fondale della vita.

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2 Commenti

  1. Cristiano scrive:

    “All my lovers asked me why they couldn’t replace Mary, but it’s simply impossible. The only friend I’ve got is Mary and I don’t want anybody else. To me, she was my common-law wife. To me, it was a marriage. We believe in each other, that’s enough for me.”

    “You can have everything in the world and still be the loneliest man. And that is the most bitter type of loneliness, success has brought me world idolisation and millions of pounds. But it’s prevented me from having the one thing we all need: A loving, ongoing relationship.”

    – Freddy Mercury

  2. francesco taddei scrive:

    La musica di Mercury non era una continua rivendicazione sull’omofobia che ci circonda ogni istante. ben diverso dalle icone giovanili che diventano famose perchè ululano ai quattro venti. la differenza è questa: arte(Mercury) vs scimmie urlanti(i gggiovani)

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