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Il seme di avocado, il virtuale e la cattedrale. Come François Michelin si raccontava ai giovani

maggio 5, 2015 Redazione

Nel 2007 il grande imprenditore francese appena scomparso partecipò ad un incontro con alcuni studenti di una scuola brianzola. Un dialogo magnifico su vita, lavoro, vocazione

Il 29 aprile è morto François Michelin, 88 anni, patron della storica ditta di pneumatici. Tempi.it vi ha già proposto la traduzione di una sua intervista a Paris Match nel 2013. Qui di seguito riportiamo alcune sue risposte ad un convegno tenutosi il 20 aprile 2007 a Carate Brianza, un piccolo comune a nord di Milano. Cosa ci faceva uno dei maggiori imprenditori del mondo nella provincia brianzola? Semplicemente Michelin aveva accettato di rispondere ad alcune domande degli studenti di due scuole di quel Comune: il Liceo Don Gnocchi e la scuola In-Presa. Il convegno si intitolava “Una vita senza impegno non è vita” e qui di seguito vi riproponiamo il dialogo tra Michelin e gli studenti.

Sono Valentino, frequento il secondo anno di meccanica all’In-Presa. Voglio raccontare un fatto che mi è successo allo stage. Mi hanno fatto fare per un po’ di giorni un lavoro che non mi piaceva e sono arrivato a un certo punto a dire: «Basta mollo tutto!». Però non l’ho fatto e ho ricominciato daccapo. Volevo sapere se anche a lei è successa una cosa del genere e da dove ha ricominciato.
Msr. F.Michelin Buona sera a tutti. Vorrei innanzitutto presentarmi. Io e mia moglie entriamo nel nostro ottantunesimo anno di vita, siamo sposati da 56 anni e abbiamo ricevuto 6 figli, e dico bene ricevuto, con la missione di aiutarli a diventare quelli che erano, che noi non sapevamo e che loro stessi non sapevano. Io ho lavorato in fabbrica per 50 anni. Non so se tutti sono stati contenti se gli è toccato fare una cosa simile, ma io sono stato contento di averlo fatto. Per rispondere alla domanda penso che basta pensare alle difficoltà che tutti abbiamo avuto ad esempio a guidare un mezzo meccanico, un’auto, una moto. Bisognava veramente impegnarsi a fondo per capire che cosa non aveva funzionato e come fare meglio la volta dopo. La realtà delle difficoltà che noi incontriamo è probabilmente il mezzo più grande, più profondo che abbiamo per essere educati. L’esperienza ci mostra che riusciamo ad ottenere più profitto spesso da uno sbaglio, da uno scacco, che non da un successo, perché quando otteniamo un successo ci limitiamo a guardarci, a guardare la nostra cravatta, non analizziamo niente e quindi non ne ricaviamo niente, mentre in uno scacco, forse per il desiderio di mostrare che non era per colpa nostra, siamo molto più attenti alla realtà e impariamo molte più cose. Lo stesso avviene quando parliamo con una persona e questa non ci capisce e quindi possiamo dire: «È un imbecille» semplicemente, oppure cercare di capire come abbiamo esposto le cose e se abbiamo tenuto conto della sua capacità e possibilità di ascoltarci. Potremmo parlare ancora a lungo di questa questione, ma penso che l’essenziale sia stato detto, quello che ho appena detto è il processo fondamentale dell’educazione. Volevo iniziare a rispondere raccontando una cosa: io mi sono trovato a perdere mio padre e mia madre quando ero molto giovane, avevo circa 10 anni, e mio nonno, che mi ha preso in carica, avrà avuto 75/77 anni e ha voluto assolutamente che imparassi a lavorare usando le mie mani. Avevo circa 10/12 anni e ho imparato a lavorare l’acciaio, a montare dei pezzi non facili, dovevo lavorare con una precisione di un centesimo di millimetro e non era così semplice. Mi sono accorto subito che se non tenevo conto della lima e del pezzo di acciaio che dovevo lavorare non sarei mai arrivato da nessuna parte. Ho capito insomma che la materia era molto più forte di me, ma le mie esperienze con il legno e con la latta, e in generale tutta questa formazione educativa che mio nonno mi ha costretto a vivere, sono elementi fondamentali che poi ho trovato tutti nella mia realtà professionale. In quella scuola, che era una scuola creata dalla fabbrica, eravamo molti bambini piccoli, molti giovani (siamo arrivati ad essere circa 6000 a un certo punto) ed erano figli di famiglie di cui uno o tutti e due i genitori lavoravano nell’azienda. Mi sono accorto subito che il nome non aveva nessuna importanza e che eravamo fondamentalmente tutti uguali, tutti con le stesso desiderio di imparare. Per me è stata un’esperienza sociale estremamente profonda; molti compagni dell’epoca sono morti, ma ce n’è ancora qualcuno in vita e quando ci incontriamo parliamo di quei tempi con molta nostalgia. Quello che mi colpisce è questo metodo che mi ha fatto seguire mio nonno: incontrare delle persone ed essere a contatto con la materia. Questo fatto è probabilmente il cuore della vita sociale.

Sono Simone e vado a scuola all’In-Presa nel corso di aiuto cuoco. Volevo chiederle cosa vuol dire obbedire alle proprie passioni?
Quando sono arrivato in fabbrica avevo come responsabile una persona molto più anziana di me: aveva 56 anni ed io 25 ed era un ingegnere molto qualificato. Lui era entrato in fabbrica molti anni prima come operaio ed è la persona che ha inventato il pneumatico radiale. La prima cosa che mi ha detto è stata: «Signor François, se lei non ama il pneumatico, se ne può andare anche subito!», ed ha aggiunto: «È perché amo il pneumatico che sono riuscito a vincere le molte difficoltà». Questo vuole dire che se uno ama il lavoro che sta facendo, tutte le difficoltà avranno un senso e diventeranno un’occasione di progresso. Tutte le grandi scoperte e invenzioni nel mondo sono state generate dal fatto che c’era qualcosa che non funzionava o che funzionava in modo insufficiente. Dappertutto è sempre stato così. Ma si possono fare degli errori di grammatica senza troppe conseguenze.

Sono Matteo, frequento il secondo anno al Don Gnocchi al Liceo Giuridico economico. Preghiera e lavoro: il mondo medioevale non viveva il lavoro come una maledizione, ma come possibilità di espressione della creatività dell’uomo. L’ora et labora dei benedettini e le cattedrali medioevali ne sono una dimostrazione. Oggi il lavoro spesso si riduce ad una parentesi sfortunata del vivere. Oggi sembra che il lavoro sia solamente un sacrificio necessario per arrivare al fine settimana, momento in cui si potrà finalmente vivere liberamente. Nella sua esperienza il lavoro che valore ha? È ancora il luogo di espressione dell’uomo?
Penso che tutti più o meno conosciate la storia dei tre tagliatori di pietra, ma forse vale la pena di raccontarla. Viene chiesto al primo tagliatore che cosa stia facendo e lui risponde: «Sto tagliando una pietra». Stessa domanda è posta al secondo e lui risponde: «Io sto creando una scultura». Al terzo a cui viene richiesta la stessa cosa risponde: «Sto costruendo una cattedrale». Quando si fa un pneumatico, che è stato il mio lavoro per 50 anni, si deve pensare che questo pneumatico è un elemento importante di un auto, si deve pensare al cliente, alla sua difficoltà, al fatto che deve comprarlo. Solo quando si pensa a tutto questo siamo nella posizione del terzo tagliatore di pietra, cioè stiamo costruendo una cattedrale, un’opera. Io credo che l’industria in generale funzioni perché spesso, anche in modo implicito, le persone hanno l’impressione, il sentimento di partecipare ad un’opera. Per me è stato così pensando particolarmente a due cose: all’industria in generale e ai bisogni a cui stavamo rispondendo: spiegando le difficoltà che incontravamo al personale dell’azienda certo per cercare di risolverle, ma anche per aiutarli a diventare quello che loro erano. Siamo più o meno tutti un po’ pigri, tutti! Spesso per lavorare, ma anche per divertirsi, occorre fare uno sforzo della propria volontà ed è per questo che siamo degli esseri umani, delle persone. Penso quindi che la risposta vera alla sua domanda sia il fatto che si deve sempre pensare alla propria dignità di persona per diventare quello che si è. Penso che la critica generale al lavoro che dice che è un sacrificio e che fa guadagnare poco rispetto ai capitalisti che ne hanno molto di più, in fondo è sempre molto demotivante. L’ambiente mediatico che cerca sempre di minimizzare il lavoro è in fondo distruttivo della persona, perché non si possono compiere, realizzare delle opere senza lavorare: distruggendo la nozione di lavoro si distrugge la nozione di opere. C’è qualcosa specificatamente in Italia che esiste poco negli altri paesi: è il fatto che si chiamino le persone che lavorano “operai”. Chi è un operaio? È chi fa un’opera. Penso che, anche qui nella regione di Milano con tutte le aziende di varie dimensioni che ci sono, quello che crea le difficoltà non sia la dimensione, ma i rapporti tra gli uomini. Mi ricordo ad esempio che quando ho lavorato per circa 6 mesi nella nostra fabbrica di Torino, si parlava sempre di dirigenti e di dipendenti. Quando sono andato a Rimini al Meeting e ho avuto l’occasione di incontrare vari imprenditori: questo linguaggio, dirigenti e dipendenti, continuava ad essere usato. Io mi chiedevo come far capire loro che non era proprio questa la realtà e così ho semplicemente chiesto: «Ma chi dipende dall’altro?».

Io sono Maria e sono al quarto anno del Liceo Classico Don Gnocchi. Per l’esperienza che ha lei, lo studio di materie come il greco, il latino e la filosofia serve in vista delle urgenze concrete e pratiche che la realtà ci pone? Ossia, Lei avverte un nesso tra lo studio del passato e la concretezza dell’oggi, di un oggi proiettato verso la tecnologia e l’informatica, in cui le lingue morte sembrano non avere alcun peso?
Mi ha chiesto di scrivere un libro praticamente! È vero che spesso è stato scritto da varie parti che non si può sapere dove si va se non si sa da dove si viene. Non so se anche in Italia c’è un fenomeno che sta capitando anche in Francia e cioè che tantissime persone si sono messe a studiare la genealogia, la loro genealogia. Vogliono ritrovare le loro radici. È già un inizio di risposta alla domanda sul passato. Quale bambino non ha mai chiesto a suo padre o a sua madre: «Come era quando tu eri giovane?». Per parlare ad esempio della lingua greca, la grande maggioranza delle parole che noi usiamo hanno un’origine greca o latina, quindi quando utilizziamo una parola senza conoscerne l’origine potremmo anche usarla al contrario, con effetto contrario. Un giorno sono stato invitato a discutere con alcune persone – tra l’altro molto, molto in auge, e la cosa mi faceva paura – su come potrebbe vivere un’azienda in un mondo virtuale, ho preso allora un grande vocabolario francese in cui c’è la radice di tutte le parole e ho trovato che “virtuale”, per spiegarlo con un esempio, vuol dire che un seme è “virtuale” di un albero. La radice “vir” significa “forza”, indica un potenziale. La parola virtuale quindi ha un senso filosofico estremamente importante, cioè indica che state diventando quello che siete già in profondità. Alla fine della conferenza ho tirato fuori dalla tasca un seme di avocado e ho detto: «Questo è un avocado virtuale. Un’azienda – ho detto – in un mondo virtuale è un’azienda in un mondo di possibilità». È proprio quello che è appassionante, perché il mondo industriale, guardandolo in modo positivo, non è mai già determinato. Ci sono sempre molte più possibilità di quante se ne immaginino in azienda stessa. Ad esempio io mi sono sempre chiesto: «Questa persona può fare di più?». Allora capisco che chi non ha mai lavorato in un’azienda possa, in un certo senso, temere, ma non dimentichiamoci quello che ci aveva detto Giovanni Paolo II: «Non temete, non abbiate paura!». Questo vuol dire che nelle difficoltà si riveleranno anche le forze che ci permetteranno di vincerle. La vita è veramente qualcosa di magnifico, qualcosa di prodigioso, dà all’uomo una dimensione di eternità; navighiamo in un mistero meraviglioso, che non vuol dire che non ci siano difficoltà, ma bisogna prendere le difficoltà come un trampolino che ci permette di fare meglio.

Io sono Cecilia e faccio la IV del Liceo Giuridico al Liceo Don Gnocchi. Ho studiato che la tendenza di oggi è quella di guardare al dipendente come a un numero; dal suo libro, invece, si intuisce che Lei ha uno sguardo umano, dimostra di avere un’esperienza umana dentro il suo lavoro. Che convenienza c’è? Cosa ci guadagna? Per me perché vale la pena studiare avendo lo sguardo come il suo?
Signorina lei si è già guardata in uno specchio? Che cosa ha visto? Un numero?! Sicuramente no. Quando lei si guarda allo specchio vede una persona, guarda qualcuno che ha la stessa voglia di vivere che ha lei. Quello che mi rimane dopo una vita, come io l’ho vissuta e, come penso molti qui presenti l’hanno vissuta, è la gioia di aver vissuto con delle persone e aver lavorato con delle persone e, per alcuni, di averli aiutati a crescere. Perché è qualcosa di buono per me? Perché al di là del livello di responsabilità delle persone c’è sempre un rapporto tra persone. Ma è un rapporto che bisogna volere, desiderare; non è spontaneo. Vi ricordate quanto dicevo sui dirigenti-dipendenti, anche se queste definizioni non esistono in lingua francese, le attitudini in Francia sono spesso le stesse. Non so se quanto dico interessa, ma io so che il fondamento di quello che io sono viene anche dalle discussioni che io ho avuto con delle persone negli atelier della fabbrica. Queste persone che lavoravano negli atelier io lo ho sempre profondamente amate perché non facevano politica. Sanno che saranno giudicati sulla qualità del loro lavoro manuale e non su altre cose, anche se è vero che, a mano a mano che si sale nella gerarchia dell’azienda, le promozioni sono cose spesso non molto chiare. Queste persone che hanno fatto esattamente la stessa cosa che Lei ha fatto adesso, cioè mi hanno posto delle domande e dovevo dare loro una risposta e, se la risposta non era soddisfacente, continuavano a porre delle domande; ad alcuni ho detto: «Non so. Mi spieghi cosa c’è dietro la sua domanda». Mi sono accorto che tante volte non ci si capiva perché avevano già in testa una risposta. Questo poteva capitare con dei gruppi di venti persone, era una cosa che facevo abitualmente: per circa dieci anni ogni due o tre settimane incontravo dei gruppi di lavoratori dell’azienda. La gioia è essenzialmente di poter comunicare. In tutta la storia dell’umanità non ci sarà una sola persona come voi, come ciascuno di voi. Vuol dire che nel piano di Dio, quando ha concepito la creazione, ognuno di noi ha il suo ruolo che deve svolgere. Se non abbiamo il riflesso di fronte alla persona di dire: «Ma questa persona che ho davanti che cosa ha in fondo a se stessa che io non ho?» Se non facciamo così noi andiamo contro il piano di Dio e ci impoveriamo in un modo terribile. Fate l’esperienza: c’è Cristo in ognuno di Voi. Che voi crediate o non crediate siamo tutti creature di Dio e questo crea un legame, anche se voi o l’altro non vi rendete conto, ma questo crea un legame che fa crescere. Una volta, senza forse rendermi conto di quello che facevo, mi sono trovato a parlare con un ministro comunista del governo Mitterand e mi sono detto «Anche in fondo a lui c’è Cristo, o quanto meno Cristo vorrebbe essere in lui» e alla fine della nostra conversazione questa persona mi ha detto: «È vero, c’è una stella da qualche parte». Il che vuol dire che anche lui aveva la sensazione di qualche cosa di immenso che si occupava di lui. Questo dava un senso profondo alla sua vita e quindi anche un senso fondamentale alla sua morte.

Io sono Caterina e frequento il secondo anno del Liceo Classico Don Gnocchi. Per noi ragazzi lo studio rientra nell’impegno con la vita, lo studio però diventa compiere un dovere imposto dall’insegnante o da una verifica. Siamo andati a leggere il De officiis di Cicerone: la sua idea di “dovere” è ricerca di verità e bellezza per la realizzazione della propria umanità e la costruzione di una società civile. Infatti dice «la dottrina del dovere abbraccia due punti: uno riguarda il sommo bene, l’altro i precetti con i quali si può regolare praticamente la vita. Infatti i movimenti dell’animo sono di due specie e consistono nel pensiero e nell’istinto. Il pensiero si applica soprattutto alla ricerca del vero. L’istinto spinge all’azione. Faremo in modo dunque di rivolgere il pensiero alle cose migliori e di rendere l’istinto obbediente alla ragione, infatti non v’è altro essere vivente che conosca la bellezza, l’armonia e l’ordine». Volevamo quindi chiederle se queste riflessioni di Cicerone trovano spazio nell’esperienza lavorativa in una multinazionale.

Io sono Giulia e frequento la IV del Giuridico Economico al Liceo Don Gnocchi. In aggiunta a quello che ha letto la mia compagna volevo leggerle anch’io una citazione che dice: «Dunque anche il lavoro deve servire ed essere in funzione della verità e della felicità a cui l’uomo personalmente aspira, in questo senso l’enciclica Laborem exercens afferma che “lo scopo del lavoro non è il lavoro stesso ma l’uomo”». Volevamo sapere Lei cosa ne pensa.
Si tratta di domande estremamente sottili ma profondamente vere. Cicerone conosce in un modo impressionante i problemi dell’uomo, ma si avverte che c’è un limite nella sua risposta, cioè gli manca la coscienza di cos’è l’uomo nella sua profondità. Bisogna cercare di rispondere a questa domanda partendo da quello che Dio ha detto di noi. Per quanto riguarda la prima domanda, cioè quella che riguarda il rapporto tra l’istinto e la ragione, penso che una risposta adeguata si trovi nel libro del Papa che parla della fede e della ragione, nella sua enciclica Fides et Ratio. Credo di aver indicato una pista per trovare una risposta in questa enciclica e in quella che parla dello splendore della verità. Penso che se Cicerone avesse potuto leggere la Fides et Ratio sarebbe diventato cristiano. È come se toccasse una specie di limite che non riesce ad oltrepassare, ma questo non attenua il suo desiderio di andare oltre. Quando avete una macchina quello che conta non è la macchina in se stessa, ma quello che produce, quello che esce dalla macchina. Il lavoro ha senso in funzione dell’opera che bisogna compiere e per compiere un’opera bisogna capire qual è l’obiettivo che vogliamo raggiungere; quando conoscete l’obiettivo potete trovare gli strumenti che vi permettono di raggiungerlo. Sono degli aspetti intimamente legati: uno è necessario e l’altro dà il senso. All’inizio di questo incontro abbiamo parlato molto della perdita del senso, che è un aspetto tipico dei nostri tempi, ma è importante che là dove siamo possiamo trovare un senso. Se voi non pensate che quello che fate possa essere utile e rendere servizio a qualcuno un giorno o l’altro, siete infelici. Per tornare poi alla domanda che mi è stata posta, certo il lavoro ha una certa parte di obbligo, ad esempio per poter mangiare ogni giorno, ma se pensate che il vostro lavoro è il compimento di un’opera esso prende una dimensione completamente diversa: attraverso il lavoro l’uomo riesce a testimoniare qualche cosa di infinitamente più grande. Del resto Cristo ne parla spesso in forma di parabola: «Il regno dei cieli è simile a……..» e ci sono molte parabole che ad esempio parlano dell’agricoltura che era il lavoro dell’epoca.

Sono Andrea e frequento la V al Don Gnocchi. Il lavoro come lo studio ha dentro un aspetto di ripetitività. Mi capita di parlare con mio padre che fa il carrozziere da 20 anni e dice di non poterne più di far sempre le stesse cose, oppure uno studiando il greco lo fa sempre secondo la stessa modalità. Dove sta quindi la novità e il fascino dentro questa continua ripetizione?

Sono Davide e frequento Geometra al Levi di Seregno. Faccio una domanda sulla ripetitività del lavoro. Un mio amico fa questo lavoro: gli passano davanti circa 37.000 bulloni al giorno e lui in brevissimo tempo deve verificare se sono utilizzabili. Questo è un esempio di lavoro ripetitivo. Come è possibile che la mia coscienza sia più grande della circostanza che ho davanti?
Nel lavoro di carrozziere quella che è sempre identica è la latta, ma non ci sono mai due incidenti uguali! Ho fatto un lavoro ripetitivo che era difficile e spesso ho provato una vera gioia quando dei cambiamenti della situazione mi permettevano di trovare qualcosa di diverso in quello che facevo. Ed esempio quando arriva una macchina che ha il portellone posteriore che è rotto, bisogna capire 17 che cosa fare per ripararlo e come farlo. Questo è il lavoro dell’intelligenza e non è un lavoro ripetitivo, questo dà una dimensione di un interesse assolutamente importantissimo. Questo è qualcosa che è vero in qualsiasi lavoro. Pio XI parlava del “Terribile quotidiano”: il quotidiano nelle nostre giornate è ripetitivo, le nostre giornate sono ripetitive, ma ogni volta un po’ diverse, esattamente come gli incidenti stradali. Penso poi che, ad esempio, le difficoltà che incontriamo per riparare un auto, ci fanno venire delle idee per costruire strumenti che ci permettono di ripararla meglio. E ancora una volta questo è valido per qualsiasi lavoro, anche a livello della direzione generale di un’azienda come la nostra. Ancora una volta la possibilità di dare un gusto a questo è quello di pensare alla persona proprietaria della vettura che stiamo riparando. So che è una risposta povera, ma che indica una pista di riflessione. Ancora una volta ripeto che se dimenticate la finalità di quello che state facendo la vostra attività diventa sgradevole. Una volta mi sono trovato a discutere con le persone che puliscono le camere nella casa di cura dove è ricoverata mia moglie. È molto difficile fare le pulizie bene, in particolare in una clinica dove è importante che non ci sia polvere anche per evitare che ci siano dei microbi, ed è un lavoro estremamente ripetitivo: ogni giorno o ogni due giorni si passa nelle stesse camere e con gli stessi strumenti e oltre tutto con un malato che non è contento perché si disturba. Mi sono sorpreso a vedere che la preoccupazione di questa persona con cui parlavo era di evitare che i microbi potessero infettare i malati. Questo dava un senso impressionante al suo lavoro, aveva capito la storia del tagliatore di pietre che costruiva la cattedrale e la sua cattedrale era eliminare i microbi. Io credo che quando ci poniamo delle domande come questa, ed è importante porsele, dobbiamo sempre trovare il cammino stretto che ci porta a questa considerazioni che stiamo facendo. È la coscienza che là dove siamo salviamo il mondo facendo bene il nostro lavoro. S. Teresa del Bambin Gesù diceva: «Se raccolgo uno spillo pensando che sto mettendo in ordine la mia camera, sto facendo un atto religioso». Certo siamo pigri e orgogliosi ed è difficile disciplinarsi per riuscire a fare tutto questo. Ad esempio alla mia età vi assicuro che sono stanco di dover mangiare tutti i giorni e vi assicuro che mi sforzo di farlo, questo è qualche cosa di ripetitivo. Queste sono delle questioni fondamentali. (…) Volevo scusarmi con voi di aver dimenticato di parlare di una cosa fondamentale della quale ormai si parla troppo poco. All’inizio del libro della Genesi di legge che al sesto giorno Dio disse che quello che aveva fatto era buono, era veramente buono. Allora potremmo chiederci: «Se era così buono perché c’è tanto orrore sulla terra?». Un giorno ho discusso di queste cose con un grande industriale francese, che adesso è morto. Era un tipo estremamente intelligente e a un certo punto della nostra conversazione ho detto: «Questo è il frutto del peccato originale». E mi ha detto: «Msr. Michelin il peccato originale non esiste!». Non ho trovato una risposta a quanto mi diceva e sono stato infelice di non aver trovato risposta. Dopo tre o quattro mesi in cui questa cosa in qualche modo rimuginava in modo incosciente anche in me stesso, mi sono detto: «Quest’uomo è un uomo intelligente, anche di alto livello e devo trovare anch’io una specie di parabola, un esempio che gli permetta, per analogia ma in modo vero, di capire cos’è la questione del peccato originale». Dopo quattro o cinque mesi sono tornato a trovarlo e gli ho detto: «Ho trovato una risposta quella questione che mi ha posto, se non del peccato… dello sbaglio originale». Risponde: «Ascolto!». «C’erano delle persone straordinare in un luogo magnifico ed erano in ammirazione davanti alla creazione e poi cosa è successo quando 20 21 Satana è venuto a dire: “Dio non vuole che diventiate come lui, cosa che potete fare invece mangiando il frutto dell’albero proibito”. Dio aveva dato a queste persone un manuale di utilizzo della propria vita e loro invece hanno agito senza rispettare il manuale, senza rispettare le indicazioni di utilizzo». Ho chiesto allora a questa persona: «Cosa succede quando non si rispetta il modo di utilizzo? ». «Le cose non funzionano più». È questo lo sbaglio originale, non un pensiero ma il rifiuto di utilizzare la modalità che Dio aveva proposto, e spesso capita che sia gli adulti che i bambini si gettino sulla macchina che hanno appena comprato e cercano di cominciare ad utilizzarla senza leggere prima le spiegazioni; poco tempo dopo bisogna ritornare dal costruttore per fare riparare la macchina. Chi può ripararci? Semplicemente Cristo.

Foto Ansa


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