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Francia, chi abiterà all’Eliseo? Le primarie di una destra che non convince

novembre 9, 2016 Leone Grotti

Così la destra francese, troppo sicura di farcela per preoccuparsi di avere idee diverse dalla sinistra, rischia di perdere il contatto con i suoi elettori

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Si chiamano primarie aperte della destra e del centro, ma chi avrà la meglio vincerà molto di più del ruolo ufficiale di candidato alle presidenziali del 23 aprile 2017. Se in Francia tutti i riflettori sono puntati sui sette candidati della droite non è semplicemente perché per la prima volta nella storia del paese i repubblicani hanno scelto il metodo delle primarie. I francesi, infatti, sono ben consapevoli che il politico che trionferà sarà anche con tutta probabilità quello che l’anno prossimo verrà chiamato monsieur le Président e abiterà all’Eliseo.
Questa certezza è il risultato combinato di tre fattori. Primo: il partito socialista è fuori dai giochi. In cinque anni di politiche disastrose, tasse alzate a dismisura, crescita stagnante e disoccupazione rampante, l’unica cosa che è riuscito a fare François Hollande è dividere la Francia come mai prima d’ora, approvando leggi controverse come il matrimonio e l’adozione omosessuale nel 2013. Di conseguenza, ha toccato livelli di impopolarità sconosciuti a qualunque presidente della V Repubblica. Secondo l’ultimo sondaggio di Ipsos-Cevipof per Le Monde, appena il 4 per cento dei francesi è contento del suo operato e solo l’1 per cento è molto soddisfatto della sua presidenza. Nicolas Sarkozy, che verso la fine del suo mandato nel 2011 era estremamente impopolare, aveva ancora la fiducia del 31 per cento dei francesi. Se si presentasse alle elezioni, Hollande verrebbe votato da una piccola quota di elettori che si aggira tra il 9 e il 13 per cento. Insufficiente sarebbe anche la performance dei giovani: dal primo ministro socialista Manuel Valls (18 per cento) all’astro nascente Emmanuel Macron (27).
Secondo fattore: con i socialisti a fare da spettatori, il sistema elettorale francese, maggioritario a doppio turno che prevede una sfida finale tra i due più votati al primo turno, dovrebbe portare il vincitore delle primarie della destra all’atto finale delle elezioni. E poiché, terzo, lo sfidante non potrà che essere la presidentessa del Front National, Marine Le Pen, certamente la più votata al primo turno, alla fine grazie alla consueta coalizione tra i due principali partiti francesi contro le formazioni più estreme, la vittoria andrà al candidato della destra e del centro.
I magnifici sette che si contendono la candidatura, e quindi forse anche l’Eliseo, provengono tutti dal partito Les Republicains (l’ex Ump gollista) tranne uno. C’è Bruno Le Maire il “giovane”, ex consigliere del premier Dominique de Villepin, che ha ottenuto un’ottima performance durante l’elezione per la presidenza del partito, vinta da Sarkozy, e che fa sfoggio delle sue doti migliori con battute del tipo «la mia intelligenza spesso è un ostacolo» o «ho gli occhi troppo azzurri per andare in televisione»; Jean-François Copé, in passato molto vicino a Sarkò, poi emarginato nel suo stesso partito, oggi ritornato alla carica arrabbiato e aggressivo ma con scarso seguito; Nathalie Kosciusko-Morizet, l’unica donna, ex ministro dell’Ecologia, considerata «un po’ pazza» da chi la conosce bene, essendo una discendente di Lucrezia Borgia e non disdegnando l’attività militare di capitano di fregata, che ha condotto per diversi mesi in giro per l’Oceano Indiano; François Fillon, cattolico e liberale, più volte ministro e premier (2007-2012), è tra i candidati preferiti della Manif Pour Tous; Jean-Frédéric Poisson, l’outsider, non fa parte dei repubblicani ma è presidente del partito cristiano-democratico, bollato come tradizionalista cattolico, è l’unico che ha il coraggio di mettere in discussione il matrimonio gay e che accusa la destra francese di «debolezza ideologica». Infine, i due principali contendenti: Alain Juppé “il grigio”, 71 anni, una vita in politica, erede di Jacques Chirac, più volte ministro e premier (1995-1997), dopo essere stato condannato nel 2004 per uno scandalo finanziario si è rifatto una reputazione guidando brillantemente la città di Bordeaux; e Nicolas Sarkozy, il leader carismatico, energico e bonapartista già presidente dal 2007 al 2011, sconfitto da Hollande nel 2012 e ora tornato in campo.

Omologazione riuscita
Davanti a un’ampia rosa di candidati e a una vittoria molto probabile alle presidenziali, gli elettori di destra dovrebbero gongolare. E invece c’è poco entusiasmo. Queste primarie così ampie, e un po’ confusionarie, stanno infatti mettendo in evidenza più i problemi dei Repubblicani e della Francia che non le loro qualità e i punti di forza. A partire dai nomi dei candidati: «Sono tutti troppo conosciuti, sono sempre gli stessi e la gente è stanca della vecchia classe politica francese», spiega a Tempi Stéphane Buffetaut, ex parlamentare europeo, oggi membro del Comitato economico e sociale europeo (Cese), esperto di diritto pubblico e di dottrina sociale della Chiesa. «Prendiamo i candidati principali: Juppé è un vecchio, lo conosciamo, non ha mai fatto niente una volta salito al potere. Sarkozy, beh, Sarkozy è sempre lui: parla molto e poi fa poco. Però è un leader energico e carismatico, mentre Fillon, che è bravo, serio e ha un bel programma, è troppo morbido. Non sembra un leader».
Non c’è solo un problema di anagrafica e carta d’identità, ma anche di contenuti. I programmi si assomigliano un po’ tutti e si potrebbero riassumere così: meno costi della politica, meno tasse, meno spesa pubblica e meno immigrati. Ma a stupire davvero è che le differenze rispetto ai socialisti si assottigliano sempre di più, fino a quasi sparire. È il caso della famiglia, ad esempio: a parte l’outsider Poisson, nessuno è intenzionato a mettere in discussione la Loi Taubira sul matrimonio per tutti. «I candidati rappresentano quasi tutti una destra moderna», conferma a Tempi Guillaume Bernard, docente presso l’Institut Catholique d’Études Supérieures e atenei come Sciences Po Paris. «Al contrario della destra classica, pensano cioè che i corpi sociali non abbiano identità e finalità proprie, ma siano solo il risultato di un incontro di volontà e interessi. In una visione contrattualista di questo tipo sono i sentimenti e la volontà a farla da padroni. Nel caso della famiglia, dunque, è chiaro che se due uomini vogliono sposarsi o adottare devono poterlo fare, perché il matrimonio non ha una natura e un fine in sé». Sui temi etici, sia Juppé sia Sarkozy sono liberali e rappresentano perfettamente «una destra colonizzata dalle idee di sinistra, ormai ben assimilate». Viceversa, in campo economico, è la sinistra che «ormai tende a fare sue le idee di destra».

La laicità negativa di Sarkò
In questo clima di omologazione, non può che essere in testa a tutti i sondaggi Alain Juppé. L’ex premier ha già incassato il sostegno dei centristi dell’Udi, del partito radicale e dei MoDem di François Bayrou. Inoltre, ha strizzato l’occhio ai socialisti, affermando che sarebbe pronto a un governo di coabitazione con la sinistra. E non c’è dubbio che ci si troverebbe benissimo: Juppé è un uomo che non scalda i cuori e non divide. Non a caso lo chiamano Nestor, come il maggiordomo pelato e goffo del creatore di Tintin. Il suo passato però preoccupa tanti: debole con i forti, non è riuscito negli anni Novanta a far fronte alle proteste sindacali che paralizzavano il paese come oggi, e da degno erede di Chirac, che disse «l’Europa ha radici tanto islamiche quanto cristiane», è stato critico di Benedetto XVI ed è un habitué dell’espressione politicamente corretta pas d’amalgame, quella che rifiuta a priori ogni tipo di connessione tra islam e terrorismo. E se i critici lo soprannominano “Alì” Juppé, un motivo c’è: «Il suo problema è che non capisce che con l’islam può sorgere un problema», afferma Buffetaut. «Un candidato che da sindaco di Bordeaux ha progettato di costruire la più grande moschea di Francia», oltretutto finanziata dal Qatar, «dicendosi “orgoglioso” per questo è quanto meno strano».
Dall’altra parte c’è Sarkozy, che ha costruito il suo programma elettorale per strappare voti a Marine Le Pen, pensando già al secondo turno delle presidenziali. Favorevole a fissare una quota di immigrati annuale da accogliere nel paese, a prescindere dalle emergenze e dalle necessità dei partner europei, si è mostrato duro con i profughi, pur essendo stato in passato un fervido sostenitore del multiculturalismo, e ha promesso di indire due referendum sull’abolizione dei ricongiungimenti familiari e sulla proposta di internare in modo preventivo tutti coloro che sono a rischio terrorismo. Una misura da Stato di polizia sconosciuta in tutto l’Occidente. L’ex presidente della Repubblica ha anche promosso una visione negativa della laicità, proponendo il divieto di esposizione di simboli religiosi negli uffici pubblici e nelle università. «Sarkozy è sempre stato così», continua il membro del Cese. «È un leader, ma non è un uomo di princìpi, né di convinzioni. È indietro nei sondaggi ma può ancora vincere se alle primarie andranno a votare in pochi, perché la base militante del partito è con lui. Se invece si recheranno alle urne in tanti, magari anche elettori di sinistra, allora trionferà Juppé».

La distanza fra élite e popolo
Un’alternativa al duo Sarkò-Juppé ci sarebbe ed è Poisson, «un vero rappresentante della destra classica», amato dalla Manif Pour Tous, sostenitore della necessità di un rapporto più razionale con la Russia di Vladimir Putin e di riaffermare le radici cristiane dell’Europa. Al primo dibattito televisivo è stato la vera sorpresa: da sconosciuto, è balzato al terzo posto nelle preferenze. Un dato inconsueto ma non inaspettato per Bernard: «La società francese si sta spostando verso destra, ma c’è una netta spaccatura tra le élite e l’opinione pubblica», spiega il docente, che ha appena pubblicato il libro La guerre à droite aura bien lieu. «È quello che io chiamo il muovement dextrogyre: l’elettorato si destrizza, ma le idee che si affermano sono classiche, non moderne. Il problema però è che i politici vanno sempre più verso una concezione moderna. Così si crea una frattura che prima o poi qualcuno dovrà ricomporre. Il caso del Front National è un esempio evidente: i politici continuano a vederlo come un mostro, ma gli elettori non più». Poisson è uno di quei candidati in grado di effettuare questa ricomposizione, il problema è che «è quasi uno sconosciuto». Buffetaut lo conosce da sempre, «lui è davvero il candidato migliore, un uomo di cultura e di posizioni forti, formatosi su Aristotele e san Tommaso d’Aquino, ma il suo partito cristiano-democratico ha solo un deputato all’Assemblea nazionale. La gente che lo voterà sa che non ha quasi possibilità di vincere».
Il timore di Buffetaut, dunque, è che «da queste primarie e presidenziali non esca un candidato forte in grado di far fronte ai sindacati e ai tanti problemi del paese. Del resto già il metodo delle primarie è un tradimento dello spirito del generale De Gaulle, sono solo un mezzo con cui i partiti si riprendono in mano la gestione delle elezioni e dei candidati. Temo che non cambierà nulla».
Bernard si sbilancia di più nelle previsioni: «Tra i candidati più forti alle primarie non ci sono differenze ideologiche di fondo, ma solo di grado. Se vincerà Alain Juppé, batterà Marine Le Pen alle presidenziali e con il suo governo esacerberà la frattura tra opinione pubblica ed élite». A questo punto, «credo che i partiti saranno costretti a riorganizzarsi per tornare a rappresentare la maggioranza dei francesi. Il Front National secondo me dovrebbe fondersi con la destra. Ci vorrebbe qualcosa di simile a Berlusconi in Italia, che riuscì a mettere insieme le diverse anime del centrodestra».

Coesistenza e appartenenza
Ma per superare questo scollamento tra i partiti e la realtà della Francia, ci vorrà anche altro. «Nel paese oggi abbiamo un problema di educazione che comincia dalla scuola, dove non si riesce più a insegnare la storia, dove gli studenti non ricevono più quel senso di appartenenza alla patria e non si integrano», insiste Bernard. «Non è un caso se sempre più genitori fuggono dalla scuola pubblica per iscrivere i figli nelle paritarie». L’unica istituzione in grado di rispondere a questa emergenza è la Chiesa: «È l’unica ad avere una tradizione e un’identità forti per richiamare alla verità delle cose», conclude. «Non si può poi negare che il cristianesimo ha contribuito enormemente a fare della Francia ciò che è». E chi – come praticamente tutti i candidati della sinistra e della destra – crede che la laicità possa offrire un’adesione positiva all’identità francese e alla società, «si sbaglia. Non è così. La laicità è un mezzo, non può essere un fine in sé, non può fornire il contenuto di una identità positiva. La laicità è un ottimo strumento per favorire la coesistenza pacifica, ma non può risolvere i problemi di appartenenza. Pensiamo forse che possa reggere all’urto dell’islamismo? No, solo il cristianesimo è in grado di farlo».

Foto: Ansa

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