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Frana a Scarcelli: «Qui ci stiamo dando tutti da fare per liberare le case»

novembre 24, 2011 Benedetta Frigerio

A Scarcelli, nel messinese, l’alluvione ha causato tre morti. Ma oggi è già il giorno della ricostruzione, nonostante la paura di nuove piogge, come racconta Pippo, ferroviere in pensione: «La gente si sta dando da fare per liberare le case, qui si aiutano tutti»

Altri tre morti. A Scarcelli, frazione di Saponara nel messinese, padre e figlio sono stati travolti martedì sera da una frana di fango scesa da un monte ai cui piedi «ci sono case da più di 50 anni» spiega Giovanni, 45 anni, intento a spalare insieme a centinaia di persone. Sembra impossibile che l’acqua e la massa di detriti abbiano generato un’onda capace di risucchiare via dalla loro casa papà Luigi e il figlio Giuseppe Valla di 50 e 25 anni, mentre la moglie di Luigi si è salvata aggrappandosi alla ringhiera del balcone. Sempre nella sua casa il fango si è portato via il piccolo Luca di soli 10 anni, senza che la mamma, a pochi metri dal lui, potesse fare qualcosa per salvarlo da quella furia.


Solo Messina si è salvata dalle terribili conseguenze del maltempo: a soli 20 km dal centro e fino a 80 km di distanza, nella zona a nord del capoluogo siciliano, sono state decine le zone alluvionate. Le comunità più colpite sono Barcellona Pozzo di Gotto, Milazzo, San Filippo del Mela, Spadafora, Rometta. «La gente si sta dando da fare per liberare le case, in queste comunità si conoscono e si aiutano tutti» spiega Pippo, ferroviere in pensione.
 «Comunque non c’è mai stato un caso del genere in passato in questo paese» spiega il signor Giovanni di Saponara. Per questo, continua il compaesano Antonio, «quando è arrivata la valanga che ha aperto in due casa mia ero tranquillamente seduto in poltrona. Poi all’improvviso ho sentito un boato e un fiume di pietre che travolgeva i cancelli».
 La pioggia non è mai copiosa in queste zone, ma da una settimana la quantità d’acqua scesa destava qualche preoccupazione: «Perciò – continua Pippo – la Protezione civile aveva fatto scattare l’allerta due giorni fa, dichiarando però che era impossibile prevedere con assoluta precisione cosa sarebbe potuto accadere». Nei giorni scorsi era già stata ordinata la chiusura delle scuole: «anche se sinceramente non pensavamo servisse. Invece….». Invece non c’è stato nulla da fare.


Riccardo Tringali, ingegnere e responsabile della Compagnia delle Opere di Messina, spiega che «la zona veramente colpita è quella di Barcellona, per via dell’esondazione del Longano. Un torrente che transita nel centro del Comune. Qui ho visto case completamente allagate al pian terreno. Sono all’opera svariati gruppi di volontari, arrivano aiuti dalle parrocchie e da altre associazioni che si muovono per ripulire». Qualcuno ha messo a disposizione case e alberghi. Intanto, le immagini in rete e in tv fanno immaginare un disastro: «Le strade allagate sono cinque. Quelle del centro. Non voglio minimizzare, soprattutto viste le morti. Ma bisogna essere onesti, la tempesta è stata davvero qualcosa di eccezionale».

Intanto, nella giornata successiva all’alluvione iniziano a montare polemiche sul torrente del comune di Barcellona. «Sicuramente nel caso del Longano – continua Trignali – su cui si è costruito un ponte, il problema era facilmente risolvibile: sarebbe bastato pulire i detriti sugli argini e fare l’ordinaria manutenzione e probabilmente il torrente non sarebbe esondato».
 Sulla stampa si legge di persone che ringraziano per essersi salvate, o per gli aiuti. Qualcuno si chiede come mai tanta acqua e c’è chi si lamenta con lo stato. William Castro, corrispondente del quotidiano La Sicilia, chiarisce: «Ormai da quando piove c’è il terrore. La zona colpita non era ad alto rischio, ma abbiamo capito che il terreno messinese non assorbe tanta acqua. Le frane stanno aumentando, anche se si tratta di un problema nuovo. Da quando, nel 2009, fummo colpiti dall’alluvione il tempo sta facendo le bizze. Sono due anni che arrivano queste bombe d’acqua concentrate a dirotto su certe zone, per questo motivo occorrerebbe un intervento».

Tignali conferma, ma si chiede se sia davvero possibile mettere in sicurezza tutte le città del mondo «e se anche accadesse, siamo certi che riusciremmo a governare ogni cosa? E se non ci riuscissimo? Cosa avremmo da dire davanti a un caro che non c’è più o a una casa distrutta?»
. Maria Rosa, salva per miracolo grazie alla prontezza con cui si è gettata fuori dall’auto mentre l’onda arrivava, pensa a qualche giorno fa: «Vedendo le immagini dell’alluvione di Genova mi dicevo: “Ma come è possibile nel 2011 morire per un temporale?”». Una domanda che ritorna e che qualcuno si è fatto già molto tempo fa, quando il progresso sembrava promettere il controllo di ogni fenomeno. Il noto cronista Dino Buzzati, davanti al disastro provocato dall’alluvione di Valle Mosso, del 2 novembre 1968, scrisse: «No, non è possibile – è il pensiero di molti di fronte alla sciagura – siamo una nazione civile, in prima linea sulla strada del progresso. […] Poi viene l’autunno, piove a dirotto due tre giorni, e il paese piomba in lutto. Ci deve essere un errore di base, una contraddizione profonda».

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