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Forteleoni (Mi), il pm più votato al Csm: «Ecco le nostre proposte per migliorare la giustizia»

luglio 16, 2014 Chiara Rizzo

Intervista al pubblico ministero: «Queste elezioni dimostrano che i colleghi chiedono un forte di passo nella gestione del Csm»

Alle elezioni del Csm Luca Forteleoni, pm a Nuoro, è risultato con 1.571 voti il più votato tra i pubblici ministeri, insieme al collega di corrente (Magistratura indipendente) Claudio Galoppi, giudice a Milano e primo eletto tra i giudici di merito. Con queste elezioni sono cambiati gli equilibri tra i togati del Csm: Mi, corrente moderata, passa da 3 a 4 membri; Area, la corrente di sinistra, da 6 a 7; Unicost, la corrente “di centro”, ha perso un seggio, passando da 6 a 5 consiglieri.

Un risultato storico, per la vostra corrente.
In effetti, il risultato elettorale fa ritenere che vi sia stata voglia di rinnovamento. Ho avvertito, durante la campagna elettorale negli uffici giudiziari italiani, che i colleghi chiedono legittimamente un forte cambio di passo nella gestione dell’organo di autogoverno. Un mutamento che passi, prima di tutto, attraverso la ricerca di oggettività e uniformità nelle valutazione e nelle scelte, specie per le nomine dei capi degli uffici, al fine di favorire un recupero di fiducia dei colleghi nell’operato del Csm. I colleghi esigono e meritano coerenza tra azione concreta futura e programmi elettorali, che non si traducano in vane parole.

Se lo aspettava di essere il più eletto tra i pm?
È una responsabilità. A fronte di tanti onori, vi sono tanti oneri. Ritengo doveroso agire avanzando da subito, insieme agli altri colleghi eletti di Mi, proposte concrete e forti. La regola aurea sarà costituita dalla continua ricerca del confronto sia all’interno delle componenti del Csm, nel tentativo di superare gli steccati frapposti dagli schieramenti correntizi, che sovente paralizzano o ingessano il rinnovamento, sia all’esterno con le altre istituzioni, naturali interlocutrici del Csm.

Bene, allora ci dica quali saranno i primi due provvedimenti che presenterete.
Una riforma della disciplina relativa alle nomine dei capi degli uffici. Oltre a fissare una griglia preventiva di parametri obiettivi di scelta fondati sul merito, va anche dettata una tempistica cadenzata e vincolante per le nomine dei direttivi e dei semidirettivi. Oggi, infatti, una tempistica vincolante non è prevista per il Csm, ma soltanto per i consigli giudiziari, che hanno 45 giorni di tempo per esprimere i pareri per le future nomine, lasciando successivamente Palazzo dei Marescialli libero nei tempi di valutazione e decisionali. Sosteniamo che dare nuovi capi agli uffici giudiziari entro 120 giorni, sia un passo che si tradurrà in efficienza delle realtà giudiziarie e anche del Csm stesso. È una proposta che abbiamo recepito proprio girando tra i vari uffici giudiziari, e che parte dunque dalla base. Abbiamo incontrato infatti realtà in cui mancava il presidente del tribunale da un anno e mezzo o il procuratore da oltre due anni. La seconda proposta sarà orientata verso una forte semplificazione della produzione della normativa secondaria, vale a dire le circolari emanate dal Csm. In tanti, tra i colleghi, ci hanno chiesto una maggiore semplificazione degli atti e uno snellimento delle procedure, dalle valutazioni di professionalità alle nomine degli uffici direttivi. La più agevole lettura delle circolari secondo noi consente una più immediata comprensione ed attuazione.

Dal punto di vista disciplinare avete intenzione di fare qualcosa?
Assolutamente, è il cuore del nostro programma. Indubbiamente il sistema disciplinare tassativo previsto dalla normativa vigente ha consentito, dal 2006 in poi, un intervento più incisivo del Csm. La sezione disciplinare negli ultimi anni è intervenuta spesso sui tempi di deposito dei provvedimenti e sulla decorrenza termini delle misure custodiali. Noi, però, sosteniamo che gli orientamenti disciplinari debbano essere guidati da criteri di sostanza e non di forma, come quelli attuali. A nostro avviso, una sanzione disciplinare nei confronti di un magistrato impone che vi sia stata concreta offensività nella sua condotta e un’effettiva lesione del bene giuridico tutelato dalla norma. Oggi assistiamo ad una sorta di gigantismo disciplinare, soprattutto sul ritardo nei depositi. Ciò che è divenuto rilevante è più il dato numerico sui depositi delle sentenze, che non la complessiva valutazione della qualità del lavoro del collega. La sanzione deve derivare solo da una concreta offesa al prestigio dell’ordine giudiziario, unico bene giuridico tutelato dalle norme disciplinari del 2006.

Obiezione: per un cittadino che chiede giustizia, il ritardo nel deposito di una sentenza spesso diventa una concreta offesa nei suoi confronti da parte di chi amministra la giustizia.
Tendenzialmente invece nella stragrande maggioranza dei casi abbiamo rilevato che nella nostra categoria c’è una altissima produttività, la più alta in Europa, come attestato nei rapporti della Cepej. E se vi sono fisiologici ritardi, questi sono dovuti a patologie dal punto di vista strutturale: dipendono da carenze di organico, di personale amministrativo e chiaramente tutto ciò incide sui tempi di risposta di giustizia. Il problema è cercare di non far ricadere solo sulle spalle del magistrato il fardello delle carenze generali del sistema giudiziario. Non si risponde con la sanzione disciplinare alle carenze strutturali del sistema.

Il presidente Napolitano ha più volte sollecitato il Csm appena scaduto a intervenire sul tema del sovraffollamento carcerario. È un dato che negli anni molti magistrati abbiano abusato anche di misure come la custodia cautelare, spesso in casi che poi si chiudevano con assoluzioni definitive: e la custodia cautelare ha causato un peggioramento del sovraffollamento. Interverrete su questo aspetto?
La problematica inerente il sovraffollamento carcerario, espressione di un’emergenza endemica di natura strutturale, rischia di apparire mal posta se causalmente legata alla sussistenza dei presupposti per l’adozione dei provvedimenti cautelari “de libertate” da parte dei magistrati. Quello del sovraffollamento delle carceri è un problema di carattere strutturale, che esige risposte in termini di investimento finanziario in risorse umane ed edilizia penitenziaria, rispetto alle quali il Csm non ha diretta competenza se non propulsiva e consultiva rispetto ai provvedimenti legislativi e del Governo. D’altro canto la risposta alle carenze strutturali del sistema, in questo caso, penitenziario, non può essere costituita dalla limitazione al controllo di legalità da parte dei magistrati.

Il nuovo Csm dovrà esprimersi sul tema della responsabilità civile diretta dei magistrati. Voi di Mi cosa ne pensate?
La nostra linea è molto chiara: non siamo d’accordo ed è del tutto evidente che la responsabilità civile diretta concorrente del magistrato presenta forti criticità sotto il profilo del condizionamento dell’esercizio delle sue funzioni. Oltretutto la responsabilità civile nel nostro ordinamento è già contemplata, e garantisce al contempo tutela al cittadino, ma anche serenità di giudizio e indipendenza nell’operato della magistratura. Il nostro sistema non è affatto dissimile da quella di altri paesi europei, dove non esiste una responsabilità civile diretta: anche in questo caso non si può pensare che la panacea di tutti i mali sia costituita dalla linea punitiva in tutti i settori. La responsabilità diretta, per noi inaccettabile, non può in ogni caso sanare problemi del sistema in generale. Meglio allora una forte depenalizzazione, una revisione seria delle piante organiche, che ormai sono diventate vetuste e insufficienti.

Molti magistrati hanno criticato la risoluzione del passato Csm rispetto al caso Bruti-Robledo, definendola “pilatesca”: un caso su cui proprio un consigliere di Mi ha invece portato avanti una linea molto più critica. Pensa che ciò ha influito nel successo della vostra elezione?
Il risultato elettorale è conseguenza della condivisione da parte dei colleghi di un intero programma, all’interno del quale è compreso anche il tema della riorganizzazione delle procure nel segno della garanzia di indipendenza interna del singolo pubblico ministero.

Ora il nuovo Csm riceverà però in eredità il fascicolo disciplinare su Bruti e Robledo, e dovrete esprimervi. Proseguirete la linea critica avuta sin qui?
Sotto il profilo della riorganizzazione delle procure il nostro orientamento non è indirizzato verso un caso specifico. Non vogliamo guardare a questa o a quella vicenda, ma tutelare l’operato di tutti i pubblici ministeri. Noi di Mi, pur consapevoli della sussistenza di un principio gerarchico legalmente previsto per gli uffici di procura nell’ambito della riforma dell’ordinamento giudiziario, riteniamo che il Csm possa, con opportuni interventi di normazione secondaria, attenuare questo principio, attraverso la previsione di criteri obiettivi di assegnazione e di revoca dei procedimenti da parte del capo ai suoi sostituti, al fine di tutelare in modo pieno ed effettivo l’indipendenza interna del singolo pm. Sono convinto che sia un’esigenza avvertita non solo da parte nostra, ma condivisa anche dalla base dei nostri colleghi.

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1 Commenti

  1. francesco taddei scrive:

    sono perplesso riguardo al metodo proposto: l’autoriforma della giustizia e degli ordini professionali. ma chi da diritto a queste persone di farsi leggi o di porre condizioni per il parlamento? per fare una legge non occorre un mandato popolare? perché non proponiamo l’autoregolamentazione per tutte le categorie? sarebbe il sogno degli anarchici, ma anche il caos sociale. così invece è la dittatura di pochi potenti su molti deboli. e poi l’eroe di tempi è chiaro: no alla responsabilità dei giudici. (responsabilità di chi viola il diritto, invece di difenderlo e di chi arreca danno).

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