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“Folkrock”, l’arte delle cover firmata Priviero e Gazich

giugno 9, 2012 Carlo Candiani

Forse l’ho già scritto ma mi ripeto volentieri: per realizzare cover di grandi brani, capitoli importanti nella storia del pop-rock, bisogna per prima cosa avere la virtù dell’umiltà, fare un passo indietro e lasciare che il filtro dell’interpretazione personale non infici la bellezza e la storia originali. Il valore aggiunto, per essere apprezzati da chi […]

Forse l’ho già scritto ma mi ripeto volentieri: per realizzare cover di grandi brani, capitoli importanti nella storia del pop-rock, bisogna per prima cosa avere la virtù dell’umiltà, fare un passo indietro e lasciare che il filtro dell’interpretazione personale non infici la bellezza e la storia originali. Il valore aggiunto, per essere apprezzati da chi ascolta, è raccontare anche se stessi in quello che altri hanno composto. Questo è esattamente ciò che accade in Folkrock, titolo senza tanti fronzoli ma assolutamente esplicativo del lavoro che il rocker veneto-padano Massimo Priviero e il violinista (più altre cose) Michele Gazich hanno imbastito: un tributo al rock dalle profonde radici popolari (folk, appunto) che ha accompagnato almeno tre generazioni in questi ultimi sessant’anni, diventando colonna sonora incarnata in avvenimenti personali e sociali.

La lista è da far tremare i polsi: si va da Dylan a Cash, da Pete Seeger a Springsteen, da Neil Young a Jackson Browne, da Jimy Hendrix a Van Morrison.
Accompagnati da una band ridotta all’osso, Priviero (in pista dalla fine degli ’80, nomea di Springsteen italiano, ma poco incline ai compromessi dello star system) e Gazich (esperienze con i Gang di Massimo Bubola) affrontano dei veri capolavori evergreen del rock a stelle e strisce, spogliandoli di ogni barocchismo o dannosa sovrastruttura, come se togliessero la polvere alle cornici dentro le quali campeggiano foto e istantanee di una stagione destinata a non ritornare ma verso cui è giusto volgere la memoria, coscienti che servirà per poter continuare a vivere. E infatti sulla copertina della lussuosa confezione è ben in vista un albero che sembra sfidare le avvisaglie autunnali, pronto a rinascere ancora più forte ai primi raggi del sole primaverile.

La voce di carta vetra dalla sincerità disarmante di Priviero accompagna l’ascoltatore nei meandri di una musica che si è fatta storia. Ora assorto (una Thunder Road springstiana con Gazich nei panni di Clemons) ora straniante come nella versione onirica, solo voce e violino, di What a wonderful world (ricordate Louis Armstrong?) che conclude il disco. Passando per Mr Bojangles, Give my love to Rose, Ring them bells, in un viaggio sempre più giù nelle profondità della terra, tra le radici del folk, come un novelli Lomax, alla riscoperta di ninne nanne che parlano di prostitute e bordelli dell’America ottocentesca (The house of the rising sun).

Ruvido eppur commovente, come tutti i rocker con i controfiocchi, Priviero non si limita a cantare ma si mette a nudo attraverso il racconto della sua vita segnata dal rock nel booklet, esauriente e coinvolgente, che accompagna il cd. Interessanti anche le schede biografiche dei brani scelti, curate da Gazich. Un bel tuffo in un’epoca musicale che sarebbe ingiusto e profondamente sbagliato considerare puramente archeologica perché senza questa la musica di oggi non esisterebbe.

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3 Commenti

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