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Perché non possiamo rimandare la costruzione di un fisco family friendly. Ne va del futuro dell’Italia

settembre 18, 2014 Francesco Belletti

Crollano le nascite, invecchia la forza lavoro, con i figli aumentano le imposte e il rischio povertà. Ecco perché la soluzione è il modello del FattoreFamiglia

Nel dibattito sulla riforma del sistema fiscale nel nostro paese la vertenza famiglia deve assumere rilevanza centrale: tutti riconoscono che l’attuale sistema fiscale è iniquo verso le famiglie, e soprattutto verso quelle con figli, tutti riconoscono che occorrono interventi di sostegno alla natalità e alla responsabilità familiare, tutti riconoscono che la famiglia è una risorsa insostituibile di coesione sociale, fiducia e sviluppo economico per il sistema Italia. Non si tratta di chiedere protezione o promozione, rispetto alle famiglie con più carichi familiari: si tratta di reintegrare l’equità, sanando un’ingiustizia. Il Forum delle associazioni familiari su questo punto ha sostenuto fin dall’inizio la necessità di un doppio riconoscimento: da un lato la centralità della famiglia come istituzione di bene comune socialmente rilevante (quella definita dall’art. 29 della Costituzione, come «società naturale fondata sul matrimonio», qualificata quindi, proprio secondo il dettato costituzionale, dalla differenza sessuale e dalla responsabilità verso i figli); dall’altro il necessario sostegno ai suoi compiti e funzioni sociali (costruire “infrastrutture sociali” che aiutano la libertà di azione della famiglia), in primo luogo attraverso la leva fiscale, ma anche con azioni di tutela della vita, di sostegno alle responsabilità educative, di conciliazione famiglia-lavoro, di promozione per le giovani coppie.

Il rapporto tra famiglia e fisco ovviamente non esaurisce nessuno dei due ambiti: la famiglia è ben altro che le politiche fiscali; basti pensare alla sua regolazione giuridico-identitaria, oppure alla sua qualità relazionale di dono e di legame tra persone. D’altro canto le stesse scelte di politica fiscale devono fare i conti, oltre che con la dimensione familiare, con molti altri fenomeni sociali ed economici (evasione fiscale, scelta tra imposte dirette e indirette, tassazione delle rendite e dei patrimoni, del lavoro o del capitale…).

Tuttavia oggi se si vuole intervenire sulle politiche fiscali è assolutamente necessario affrontare prima di tutto proprio questa intersezione, perché è sempre più chiaro che senza politiche fiscali adeguate le famiglie saranno sempre più in difficoltà, così come è altrettanto chiaro che nessuna riforma del fisco sarà equa se non sarà finalmente a misura di famiglia. Tre specifici argomenti potranno illustrare meglio questa necessità: la questione demografica; il modello del FattoreFamiglia; il rischio dell’Isee.

Culle vuote, ma a quale prezzo?
L’equità fiscale è presupposto per affrontare un’emergenza troppo sottovalutata, la questione demografica. Il nostro paese infatti deve affrontare il duplice impatto di lungo periodo del crescente invecchiamento della popolazione e del permanente blocco della natalità che caratterizza da decenni il nostro paese. Nel 2013 in Italia sono nati poco più di 1,3 figli per donna in età fertile, di fronte ad un tasso di sostituzione/equilibrio demografico di 2,1 figli per donna, e di un “numero di figli desiderati” che supera anch’esso i due figli per donna. Insomma, nel nostro paese non ci sono le condizioni nemmeno per avere i figli che desideriamo. Del resto le difficoltà delle famiglie di fronte alla sfida della nascita di un figlio sono ben presenti agli osservatori più seri della nostra realtà. Tra i tanti, citiamo un recente allarme del Censis: «Le iniquità sociali non riguardano solo patrimoni e redditi. Ci sono eventi della vita che sempre più generano diversità che diventano distanze sociali. Avere o non avere figli: ecco una causa di diseguaglianza. La nascita del primo figlio fa aumentare di poco, rispetto alle coppie senza figli, il rischio di finire in povertà. Nel primo caso il rischio riguarda l’11,6 per cento, nel secondo caso riguarda il 13,1 per cento. Ma la nascita del secondo figlio fa quasi raddoppiare il rischio di finire in povertà (20,6 per cento) e la nascita del terzo figlio triplica questo rischio (32,3 per cento). Inoltre, avere figli raddoppia il rischio di finire indebitati per mutuo, affitti, bollette o altro rispetto alle coppie senza figli: il rischio riguarda il 15,7 per cento nel primo caso, il 6,2 per cento nel secondo caso. Anche ritrovarsi a fare da solo/a il genitore aumenta di un terzo, rispetto alle coppie con figli, il rischio di finire in povertà e/o indebitati: 26,2 per cento nel primo caso, 19,3 per cento nel secondo» (Censis, 3 maggio 2014).

Figli, povertà e sviluppo sono quindi certamente fenomeni collegati: la fiscalità e il sostegno diretto alle famiglie giovani sono strumenti fondamentali a questo riguardo. Quante famiglie non cadrebbero sotto la soglia di povertà, con un fisco più equo? Dobbiamo riscoprirlo oggi? Non è bastato nemmeno l’allarme lanciato ormai dieci anni fa dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi (figura certamente non inscrivibile in un ipotetica lobby pro-life): «Una società con poche madri e con pochi figli è destinata a scomparire. È necessario un sostegno, forte e convinto, al recupero della natalità, essenziale per conservare i livelli di benessere di cui godiamo. Le culle vuote sono il vero, il primo problema della società italiana» (Carlo Azeglio Ciampi, 7 marzo 2004, messaggio del presidente della Repubblica per l’8 marzo).

Promuovere la nascita, l’educazione e lo sviluppo di nuove generazioni di italiani è una priorità strategica per il paese? Noi siamo convinti di sì, e vorremmo politiche – anche fiscali – coerenti con questa priorità.

In questa prospettiva il Forum delle associazioni familiari ha lanciato (in particolare con la Conferenza Nazionale sulla Famiglia di Milano, novembre 2010) una innovativa proposta di riforma del sistema fiscale, il FattoreFamiglia, capace di costruire un sistema finalmente equo per le famiglie con carichi familiari, anche in questo caso a partire dal dettato costituzionale (art. 30 e 31, ma soprattutto l’art. 53, «tutti sono chiamati a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva»).

FattoreFamiglia, una rivoluzione
Il FattoreFamiglia modifica l’attuale sistema facendo sì che a parità di reddito, una famiglia con figli paghi molte meno tasse rispetto ad una famiglia che non ha figli; esso può inoltre riconoscere altri fattori di difficoltà familiare (quale, ad esempio, la presenza di disabili), sostenendo così la famiglia nei suoi compiti di cura.

Nello specifico, il FattoreFamiglia prevede di individuare una base di reddito non tassabile, perché coincidente con il minimo vitale (la cosiddetta no tax area), cui applicare un nuovo coefficiente di carico familiare (appunto il FattoreFamiglia), parametrato sulla numerosità e sulla tipologia dei carichi familiari che gravano sul percettore di reddito. In questo modo, il livello minimo di reddito non tassabile del contribuente aumento in modo congruo in funzione del suo effettivo carico familiare. Si individua così una no tax area a misura di famiglia, che quindi è sottratta all’imposizione fiscale. Ai redditi disponibili al di sopra di tale area si applicano poi le normali aliquote progressive previste dal sistema fiscale. Questo modello inoltre adotta il criterio della “detrazione a quota fissa”: la quota di reddito sarà cioè esente dalla tassazione dell’aliquota più bassa (oggi il 23 per cento). In tal modo si garantisce equità di vantaggio tra redditi bassi, medi e alti (punto critico del “quoziente familiare” nelle sue diverse versioni). La stima della no tax area è inoltre adeguabile di anno in anno al costo della vita, essendo collegata alla soglia di povertà misurata dall’Istat annualmente (circa 7.500 euro per persona sola, oggi).

Se il reddito risulta inferiore alla no tax area familiare si applica una tassazione negativa, cioè un assegno erogato alla famiglia “incapiente”, pari alla detrazione non goduta. Questa sarebbe una innovazione di assoluto rilievo, che sana una situazione inaccettabile, che oggi, nel sistema attuale, impedisce ai cosiddetti “incapienti” (i redditi più bassi, in genere) di percepire i benefici legati alle detrazioni d’imposta. In questo modo, si verrebbe incontro proprio alle famiglie più vulnerabili, che più soffrono per la crisi in atto, e che vedono con grave preoccupazione aprirsi sotto di sé il baratro della povertà.

Irpef e Iva, il danno e la beffa
Scriveva il Forum delle associazioni familiari al neo insediato Governo Monti, a novembre 2011, che «restituire capacità di spesa alle famiglie con figli attraverso un alleggerimento del carico fiscale (attraverso il FattoreFamiglia), offrirebbe un importante sostegno alla ripresa dei consumi e allo sviluppo economico, soprattutto in riferimento ai beni di prima necessità e all’abitazione, settori entrambi strategici per il nostro paese. Infine, molte famiglie con figli verrebbero così protette dal rischio povertà, diminuendo la spesa sociale nazionale, regionale e comunale e contrastando finalmente in modo concreto la povertà dei minori, che in Italia sono esposti alla povertà in misura molto più alta che nel resto d’Europa». Ben poco è stato, fatto, da allora, e anche per questo oggi ne siamo ancora più convinti di allora.

Così come siamo assolutamente convinti che spostare la tassazione dalle imposte dirette a quelle indirette in modo indifferenziato (in pratica, dall’Irpef all’Iva) produrrebbe l’effetto perverso – e prevedibile con assoluta certezza – di penalizzare ulteriormente chi è costretto, proprio dalla composizione della sua famiglia, a spendere fino all’ultimo centesimo solo per garantire al suo nucleo i beni basilari per sopravvivere dignitosamente. Chi più consuma – perché ha più figli – pagherebbe così più tasse: oltre al danno la beffa! Riteniamo cioè troppo rischioso, per le famiglie, il semplicistico slogan di spostare le tasse “dalle persone alle cose”, se l’Iva verrà aumentata in modo indistinto anche per i beni di prima necessità per i consumi familiari.

L’impatto del prelievo pubblico sulla condizione delle famiglie è determinato in modo rilevante anche a livello locale, dalle tariffe e dal costo dei servizi a carico degli utenti, soprattutto in un periodo in cui alle famiglie viene chiesto sempre di più. Nel definire questo riveste ruolo crescente il meccanismo dell’Isee, il sistema attraverso cui si misura la situazione economica delle persone (la ricchezza, di fatto), in modo commisurato alla famiglia (la seconda “e” della sigla significa “equivalente”, pesata cioè sui carichi familiari).

Isee avaro verso i nuclei numerosi
La revisione dell’Isee discussa negli anni scorsi e approvata in via definitiva all’inizio del 2014 ha visto un grande dibattito, e il Forum delle associazioni familiari ha conservato un giudizio critico sulla versione definitiva di questo strumento di misurazione della ricchezza disponibile. In particolare restiamo convinti che le scale di equivalenza (pur se lievemente migliorate rispetto alle prime proposte), non restituiscono i pesi che effettivamente rappresentano i figli all’interno delle spese familiari. Di fatto l’Isee misura i soli costi di mantenimento dei figli (mangiare, dormire, vestire), mentre occorre includere (come fa la scala di equivalenza del FattoreFamiglia, ma anche il modello usato dall’Istat) anche i costi di accrescimento, che considerano tutte le altre spese sostenute da una famiglia per i figli: trasporti, istruzione, cultura, tempo libero e attività sportive, università, etc. Insomma, l’Isee rimane “avaro” proprio verso le famiglie con più figli. Peraltro abbiamo anche denunciato come un figlio venga considerato “poco” quando si richiedono agevolazioni (da 0,47 a 0,35 con l’Isee), ma venga pesato fino al doppio quando una famiglia deve pagare (ad esempio nei coefficienti per calcolare le tasse sui rifiuti, dove un figlio arriva a pesare fino a 0,70!). Oggi, però, il nuovo Isee è legge, e non ci resta che chiedere una seria valutazione sul primo periodo di applicazione, per verificare se – come temiamo – nel costo dei servizi a carico degli utenti siano nuovamente penalizzate proprie le famiglie con maggiori carichi familiari.

In conclusione, valutando l’intersezione tra fisco e famiglia, non si può certo dire che oggi il nostro paese proponga un “fisco a misura di famiglia”, e questo è ancora più sconfortante se ci si confronta con altri paesi europei (Francia, Germania, Belgio, gli stessi paesi scandinavi), dove invece la fiscalità promuove la famiglia, e in particolare la famiglia con figli. Anzi, se si dovesse leggere una logica sottostante alla normativa nel nostro paese, si dovrebbe concludere che, in modo consapevole, coerente e ferocemente efficace, questo “non è  – e non vuole essere – un paese per bambini”.

* L’autore di questo articolo è direttore Cisf (Centro Internazionale Studi Famiglia) e presidente del Forum delle associazioni familiari

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