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Finmeccanica indagata, i suoi concorrenti francesi no

ottobre 25, 2012 Rodolfo Casadei

Mentre la magistratura apre un’altra inchiesta contro Finmeccanica, l’Ocse deve criticare la Francia per convincere il suo governo a reprimere la corruzione internazionale di Stato.

Suggestiva coincidenza: lo stesso giorno che gli inquirenti napoletani hanno lanciato l’ennesimo siluro contro le commesse internazionali di Finmeccanica, accusando dirigenti del gruppo e uomini politici di «preoccupante ricorso da parte di Finmeccanica e società collegate a pratiche corruttive per l’acquisizione delle commesse di governi stranieri», come ha scritto il gip Dario Gallo nella sua ordinanza di custodia del manager Paolo Pozzessere, un rapporto dell’Ocse, l’organizzazione che riunisce 34 paesi industrializzati ad economia di mercato e che da tempo ha assunto la leadership della lotta alla corruzione internazionale, ha bacchettato la Francia – non la Cina o la Russia – per la tiepidezza dei suoi sforzi nel contrasto alle pratiche corruttive di imprenditori di Stato e privati francesi all’estero. Le autorità francesi sono apertamente accusate di «freddezza», «immobilismo», «debole reattività», «mezzi insufficienti» messi a disposizione.

La Francia ha firmato la Convenzione contro la corruzione internazionale voluta dall’Ocse nel 2000, ma le condanne per questo reato sono eccezionalmente poco numerose. Il Gruppo di studio dell’Ocse su questa materia «è seriamente preoccupato del fatto che, nonostante il ruolo molto significativo delle imprese francesi nell’economia internazionale, solo 33 inchieste su tangenti all’estero sono state aperte e solo cinque condanne – soltanto una delle quali riguarda una persona legale, e non è ancora definitiva- sono state erogate, da quando la Francia ha aderito alla convenzione nel 2000». E le condanne, va aggiunto, riguardano quasi solo operatori di Piccole e medie imprese.

Negli anni Novanta la Francia ha avuto a che fare con grossi scandali nel mercato delle armi, ruotanti attorno alla megaimpresa di Stato della difesa DCN e alle sue sussidiarie, impegnate nell’apparente tentativo di accaparrarsi il dominio del mercato mondiale della marina. Si è molto parlato delle “commissioni” pagate per la vendita di sommergibili, fregate e altro naviglio a Taiwan, Pakistan, India, Malaysia, Arabia Saudita, Cile e altri paesi. Almeno 19 persone sono morte in circostanze misteriose ma relative ai vari contratti, e sotto la lente di inchieste giornalistiche e giudiziarie sono apparsi nomi come quello dell’ex primo ministro Edouard Balladur, dell’ex capo di Stato Nicholas Sarkozy, dell’ex ministro degli Esteri Alain Juppé e di molti altri politici francesi e stranieri. Clamoroso il noto “affaire Karachi” nel quale tangenti pagate ai militari pakistani per la vendita di sommergibili francesi sarebbero state in parte utilizzate per finanziare la campagna dell’allora primo ministro Edouard Balladur alle presidenziali del 1995. Ma le elezioni furono vinte da Jacques Chirac, che diede impulso a un’indagine che arrestò il versamento di denaro ai militari pakistani. Questi si sarebbero vendicati con l’attentato, attribuito a terroristi islamici, che nel maggio 2002 uccise a Karachi 11 ingegneri navali francesi che avevano il compito di addestrare la marina pakistana. Il segretario amministrativo della campagna elettorale presidenziale di Balladur era Nicholas Sarkozy. Le autorità politiche e militari francesi hanno ostacolato in tutti i modi le indagini giudiziarie su questi avvenimenti, e alla fine la magistratura si è dovuta arrendere.

Altra inchiesta insabbiata dai francesi è stata quella del 1991sull’acquisto da parte di Taiwan delle fregate classe Lafayette francesi per 2,8 miliardi di dollari. Questo scandalo, che avrebbe mosso tangenti per centinaia di milioni di dollari, ha visto l’omicidio di un capitano di marina taiwanese che aveva cercato di denunciare la faccenda, il “suicidio” o morte accidentale di un ex consigliere della missione commerciale francese a Taipei, caduto dal primo piano di casa sua, il suicidio di un dirigente della DCN lanciatosi dalla finestra di un hotel poco dopo aver espresso timori per la propria incolumità, la morte in circostanze misteriose di un nipote del capitano di marina taiwanese ucciso.

Per tornare a quel che dice il Gruppo di lavoro dell’Ocse nel suo rapporto sulla Francia, il giudizio appare severo. Il rapporto «raccomanda che la Francia garantisca che le aziende e le loro sussidiarie siano soggette alla responsabilità penale. Le pene previste ed effettivamente erogate, insieme alla mancanza di strumenti efficaci per confiscare i profitti della corruzione, non paiono efficaci, proporzionate o dissuasive: la Francia dovrebbe aumentare l’importo delle multe e fare pieno uso della facoltà di sequestro e ulteriori penalizzazioni già previste dalla legge, in particolare l’esclusione dalle gare pubbliche di appalto».
Il rapporto mette in dubbio l’indipendenza della magistratura francese, sempre timida e prudente in questo genere di indagini, diversamente da quella di certi paesi vicini. Alla Francia viene chiesto «di fare passi in avanti per garantire che il ruolo dei pubblici ministeri nell’avviare e nel condurre indagini penali sia interpretato in modo tale da essere indipendente dal potere politico e che investigazioni e procedimenti giudiziari nei casi di corruzione internazionale non siano influenzate dalla considerazione di fattori proibiti in base all’articolo 5 della Convenzione». E quali sono i “fattori proibiti” dall’articolo 5? «Indagini e procedimenti giudiziari (…) non saranno influenzati da considerazioni di interesse nazionale economico, dal potenziale effetto sulle relazioni con un altro Stato o l’identità delle persone coinvolte». A Parigi staranno grattandosi la testa. Invece a Roma se la prendono fra le mani.

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