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«Finché nel Movimento 5 Stelle non ci sarà democrazia, non andremo da nessuna parte»

settembre 14, 2012 Chiara Sirianni

Intervista all’ex consigliere di Ferrara, espulso dal M5S ad aprile, Valentino Tavolazzi: «Favia non va espulso, ha detto cose giuste. Grillo, è dalle teste pensanti che si riparte».

«Vogliamo votare, sia le candidature che il programma politico per il 2013». È agguerrito Valentino Tavolazzi, primo epurato del Movimento Cinque Stelle. È su di lui che si è giocata la prima prova di democrazia interna del M5s: consigliere a Ferrara per la lista civica “progetto per Ferrara”, amico di Grillo di vecchia data, nonché compagno di battaglie di Giovanni Favia, a marzo 2012 è stato cacciato per aver partecipato a un meeting a Rimini in cui si auspicava una maggiore trasparenza nel M5S. L’iniziativa, tutta nel segno di quella democrazia partecipata che dovrebbe costituire il dna del Movimento 5 Stelle, a Beppe Grillo non era piaciuta. L’ex comico l’ha messo alla porta senza tanti complimenti, direttamente dal suo blog. La base non la prese benissimo, invadendo il blog di commenti al grido di “Beppe, sei come Hitler”. È l’episodio a cui fa riferimento Favia nell’ormai famoso fuori-onda, che ha scatenato tante polemiche.

Tavolazzi, perché le è stato impedito di usare il simbolo del Movimento 5 Stelle?
Il nostro motto è sempre stato: “Uno vale uno”. Tanti, da anni, si impegnano per quel principio che Beppe ci ha fatto amare, ma che a quanto pare resta sulla carta. Io penso che il Movimento non possa esprimersi solo attraverso la rete, anche perché attualmente la possibilità di votare e discutere è in gran parte nelle mani della Casaleggio Associati, a cui Grillo ha demandato la costruzione del portale. Occorre anche fare, parlare, discutere. E nessuno può darmi del separatista. Questa divisione tra ortodossi e traditori non mi piace.

Allora lei disse di non riconoscere in quelle parole il Beppe Grillo che conosce da tanti anni. Conferma?
Forse dovevo servire da esempio per gli altri. Si voleva additare una tendenza, che avrebbe potuto causare scossoni. Sul suo blog ha scritto che io ero fuori dal Movimento, perché avevo fatto danni, mentre  al telefono è stato allegro e molto amichevole, spiegandomi che non ce l’aveva con me ma che era stata presa una decisione.

Da chi?
Dallo staff, da cui provengono spinte incomprensibili che spesso non riesco a capire e non sono il solo. Il dissenso interno è sacrosanto, ma lo si può esprimere in molti modi. Il Movimento è carne e ossa, cervello e impegno di chi ci crede e di chi ci lavora con spirito di servizio. Non è proprietà di nessuno. Nemmeno della Casaleggio Associati.

Il rapporto tra M5S dell’Emilia Romagna e la coppia Grillo-Casaleggio è sempre stato così tormentato?
Assolutamente no. Nel 2010 abbiamo deciso di partecipare alle elezioni regionali, candidando Giovanni Favia e Andrea De Franceschi, successivamente divenuti consiglieri regionali. Ovviamente tutto con la benedizione di Beppe Grillo e del suo staff. Negli anni successivi io sono chiamato a relazionare spesso agli incontri, come per esempio quello sul referendum per decidere le sorti dell’acqua pubblica. In tante uscite pubbliche Grillo citava il caso Ferrara e quindi anche me in quanto consigliere comunale, come esempio di politica molto efficace. Lo stesso vale per Favia.

A proposito di Favia: cosa ne pensa delle minacce di morte che ha ricevuto il consigliere?
 Un episodio pessimo. Frasi come “andrebbe sgozzato in piazza, dovrebbe essere ammazzato per dare l’esempio” sono davvero inquietanti. Spero sia frutto di uno squilibrato.

Se così non fosse?
Se così non fosse sarebbe un segnale del fatto che almeno una parte del movimento, seppur piccola, usa espressioni verbalmente violente. Come non dovrebbe accadere mai, in un movimento realmente democratico.

Grillo ha scritto: non caccio nessuno, ma Favia non ha più la mia fiducia. Che significa?
Niente, è un modo per non affrontare il problema. Finché non tireranno la testa fuori dalla sabbia e finché non condurrà una discussione franca e onesta sui processi decisionali, e su come si fa democrazia dal basso, non si andrà da nessuna parte.

Favia potrebbe essere, di fatto, cacciato?
Ogni sei mesi avviene una verifica, da sempre, in cui i cittadini danno un giudizio. Alla fine di quest’anno si effettueranno nove assemblee, una per ogni provincia. Io parteciperò e darò un parere molto positivo sul suo operato. E non credo che sarò l’unico.

Ritiene che per il bene del M5S dovrebbe dimettersi?
La competenza e la bravura di Favia sono universalmente riconosciuti. Ha fatto un errore di comunicazione, semplicemente. Il contenuto era giusto. È questo il problema: non ci sono gli elementi per far scaturire una rivoluzione rispetto al Movimento. Di certo c’è una parte del Movimento che è più fideista, sono preoccupati del risultato elettorale, a qualsiasi costo. A queste persone risulta incomprensibile che qualcuno esponga il proprio pensiero, li vedono come nemici. Invece è proprio dalle teste pensanti che si riparte. Vogliamo un network, e vogliamo poter votare.

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