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Filippo Santoro: «Da don Giussani a Benedetto XVI ho sempre detto “sì”»

gennaio 13, 2012 Daniele Guarneri

Lascia un Brasile in piena crescita per tornare in un’Italia che arranca. Per il nuovo vescovo di Taranto non c’è rinascita senza un’autentica speranza. «La presenza del Mistero ci spinge a cambiare il modo di vivere la famiglia e il lavoro». Anticipiamo l’intervista che appare sul numero 2/2012 di Tempi da oggi in edicola.

È bastato un sì per partire alla volta del Brasile. È bastato un altro sì per tornare, destinazione Taranto. Due momenti decisivi per la vita di monsignor Filippo Santoro, uno tra i principali “costituenti” del movimento di Comunione e Liberazione in Puglia. Era il 1984 quando don Luigi Giussani gli propose di andare in Brasile per rispondere a una richiesta dell’arcivescovo di Rio de Janeiro. Ora, a 27 anni da quel primo sì, dopo essere diventato vescovo diocesano di Petrópolis, dopo essere stato animatore di pastorali dedicate ai cattolici in politica, all’educazione e all’insegnamento religioso, ha fatto il suo ritorno in Italia. E ancora una volta dopo avere accettato una proposta, quella di papa Benedetto XVI che lo ha nominato arcivescovo di Taranto. Un viaggio di ritorno che lo strappa da un paese che, come lui stesso ha riconosciuto, sta vivendo un «grande momento di crescita ecclesiale», e che a livello economico ha saputo superare la Gran Bretagna, issandosi al sesto posto del ranking mondiale. Un viaggio di ritorno che lo riporta in un’Italia mutata rispetto a quando è partito: la crisi economica e le nuove tasse imposte per rimettere i conti pubblici a posto pesano come macigni sulle tasche dei contribuenti, la disoccupazione non accenna a diminuire e trovare un impiego sicuro sembra cosa impossibile. Una situazione che non alimenta certo le speranze dei giovani che, oggi più che mai, vivono un momento di pieno smarrimento. In questo contesto, venerdì 5 gennaio, monsignor Santoro ha preso possesso canonico dell’arcidiocesi di Taranto.


Eccellenza, come mai il Papa ha scelto un vescovo che stava in Brasile per la diocesi di Taranto?
Partecipando alla conferenza episcopale di Santo Domingo nel 1992 e di Aparecida del 2007 ho capito che ero stato proiettato oltre che sul Brasile su tutta l’America Latina. Non solo, la mia partecipazione al Sinodo del 2008 ha dimostrato che l’orizzonte era aperto alla problematica della Chiesa in tutto il mondo. Poi ho sempre mantenuto un contatto molto familiare con l’Italia e la terra di Puglia. Un rapporto di amicizia conservato da sempre con la mia terra e con molti vescovi di questa regione. Questo orizzonte universalistico mi ha portato a sentirmi a casa in ogni parte del mondo.

Ma lei se l’aspettava la proposta che è arrivata dal Santo Padre?
L’esperienza che ho vissuto nella diocesi di Petrópolis è stata bellissima. Sinceramente non mi aspettavo questa chiamata, ero tranquillissimo. Il lavoro con le persone stava procedendo in modo straordinario, soprattutto negli ultimi sette anni. È stata una sorpresa, sicuramente gradita, ma mi è costato molto il distacco da Petrópolis. 

Nella storia recente esiste qualche altro caso di vescovo italiano che dall’estero è tornato in Italia?
Per quanto ne so io mi sembra di no. Credo sia stata un’eccezione.

Dopo il primo “sì” a don Luigi Giussani che le proponeva di partire in missione, ora è arrivato quello a Benedetto XVI che, invece, le chiede di tornare. Perché ha sempre accettato?
Non avevo mai pensato di andarmene dall’Italia. La mia missione era tra gli studenti: insegnavo filosofia e religione nelle scuole pubbliche, e poi anche teologia. La proposta di don Giussani fu un vero e proprio fulmine a ciel sereno. Quel “sì” è stato detto a una presenza che ogni volta che mi faceva una proposta lo faceva pensando alla mia crescita. Una maestà che in una forma semplice mi ha detto: «Andresti volentieri in Brasile?». È stata una sollecitazione discreta, ma allo stesso tempo forte e potente. Sentivo che in quell’invito “strano” era in ballo il “sì” al Signore, a un disegno più grande del mio e quindi non ci ho pensato un attimo. Come potevo non accettare una proposta di una persona che voleva il bene della Chiesa? Mi ha detto che era stato l’arcivescovo di Rio de Janeiro a chiedergli di mandare qualcuno e poi ha aggiunto: «Don Filippo, quando la Chiesa chiama noi dobbiamo rispondere perché la vita cresce non con i nostri programmi ma rispondendo alle circostanze». Allo stesso modo, oggi è la voce del successore di Pietro che mi ha raggiunto. Con la stessa potenza e con la stessa semplicità mi chiede di lasciare un lavoro ben avviato, soprattutto dopo le disastrose alluvioni del gennaio scorso: mi ero fatto voce delle persone che avevano perso tutto, per loro ho fatto da tramite con le autorità, tutte le parrocchie si sono subito mobilitate. Ma al Papa che chiama ho sentito il desiderio di dire “sì” perché il “sì” a Giussani ha aperto il mio orizzonte in modo straordinario. Il “sì” al Papa è il “sì” al Signore, avendo piena fiducia che nel momento in cui Lui ti chiama e ti chiede qualcosa ti fa una promessa ancora più grande. 

Quando è partito per il Brasile l’Italia stava attraversando un periodo economicamente positivo, il Brasile no. Ora che torna la situazione è invertita. Cosa ricorda di quel periodo? Com’è stato possibile un tale cambiamento?
Quando sono arrivato in Brasile era il 1984, l’ultimo anno della dittatura militare. La situazione economica era davvero complicata e c’è voluto molto per risollevarsi. Gli anni Ottanta, a causa della crisi profondissima, sono stati considerati una decade perduta. Mi ricordo che don Giussani e il vescovo di Rio mi ripetevano sempre: «Noi dobbiamo essere un segno di speranza e solidarietà». La Chiesa non ha una sua analisi speciale sui fatti, né un progetto proprio, deve semplicemente porre in atto la solidarietà che nasce dall’incontro con il Signore, deve essere una fonte di speranza che supera l’interesse personale e propone un lavoro, una presenza nella società, nell’educazione, nella cultura, nella politica ma con questo punto di partenza: la bellezza dell’incontro con Cristo. In tutti questi anni, anche nelle dispute più dure avute sulla questione della Teologia della liberazione, la Chiesa non è mai stata una presenza reattiva, ma piuttosto un punto di partenza diverso che a me e ai miei amici si è rilevato come fattore di speranza e di sviluppo. In Italia, a Taranto, che cosa possiamo fare di fronte ai problemi della disoccupazione e della crisi economica e sociale? Partire da un punto di vista nuovo che è la presenza del Mistero in mezzo a noi, che ci abbraccia e ci spinge a cambiare il modo di pensare, agire, vivere la famiglia e il lavoro. È una novità che anche nella fatica si può vivere. Questa è la prospettiva che voglio proporre al mio popolo al mio ingresso in diocesi.

Nel saluto alla città dopo la sua nomina, lei ha detto che «il Brasile sta vivendo un grande momento di crescita ecclesiale». Qualche anno fa si avevano notizie di un paese dove invece era forte la crescita delle sette. Anche in questo il Brasile è cambiato?
Confermo tutto, e mi spiego. Le sette continuano ad aumentare, ma non nella misura con cui l’hanno fatto in passato. Quello che è cambiato è il nostro rinnovato impegno in una nuova e forte evangelizzazione. La V Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano ad Aparecida ha infatti posto l’accento sulla formazione dei discepoli e dei missionari. Proprio come ci ha sempre chiesto Giovanni Paolo II e continua a chiederci Benedetto XVI: tutto deve nascere a partire da Cristo. Senza mettere da parte l’attenzione ai poveri e ai drammi sociali, abbiamo riportato in primo piano l’importanza dell’annuncio del Signore. Siamo entrati nelle case, nella scuola, nel mondo della cultura: una missione permanente. L’attacco delle sette, che noi preferiamo chiamare nuove denominazioni religiose, esiste, ma sono diminuite di intensità. Quello che ci fa sperare è una rinascita della vitalità della Chiesa e del suo impeto missionario.

Da poco il Brasile è diventato la sesta potenza economica mondiale. Crede che i due fenomeni siano legati?
In una certa misura sono legati, ma non possiamo dire che uno produce l’altro. La crescita ecclesiale porta sicuramente a una visione positiva della realtà. La crescita della fede ha contribuito allo sviluppo di tutti i progetti.

Nei 27 anni in cui è stato in Brasile ha avuto molto a che fare con i giovani e con i politici di ogni partito. In Italia vuole continuare su questa strada?
In Brasile il cardinale di Rio de Janeiro, che è sempre passato per un grande difensore dell’ortodossia e del Papa, mi ha chiesto di occuparmi della presenza della Chiesa nell’azione politica, in modo particolare con i deputati cattolici. Così abbiamo avviato una pastorale dedicata ai cattolici in politica. Partecipavano 25 persone: assessori, deputati al Parlamento o alla Regione. E la cosa interessante è che venivano da partiti diversi. Seguivamo il compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, si faceva una lettura della parola di Dio e dopo si discuteva su vari temi: la violenza, la difesa della vita, la sperimentazione in vitro, la bioetica, l’insegnamento della religione nelle scuole. Abbiamo organizzato anche delle campagne contro soluzioni governative che avevano punti critici con la morale della Chiesa. Eravamo davvero uniti. È chiaro che c’erano momenti di tensione e solo la presenza della Chiesa è riuscita a mettere insieme persone con orientamenti politici differenti. Il mio obiettivo era quello di favorire la grande politica, quella che sta al servizio del bene comune. È stato sicuramente un esperimento positivo. Anche perché c’è un altro aspetto importante: noi critichiamo i nostri politici, ma non li formiamo. Quello è stato un vero e proprio momento di formazione politica, un appuntamento fisso ogni ultimo venerdì del mese. In Italia spero si possa ripetere questa esperienza, ma dipenderà dalle circostanze. A Taranto, dai primi contati che ho avuto, c’è grande disponibilità.

E per quanto riguarda i giovani?
Con i giovani la cosa più importante da fare è offrire loro una speranza per la vita. In Brasile ho fatto così. Ho cominciato in una scuola pubblica a pochi passi dalla famosa spiaggia di Copacabana. Cercavo di spiegare a quei giovani cosa può dare loro la Chiesa, alla loro vita di tutti i giorni, dall’innamorarsi allo studio e alla mancanza del lavoro. È nato tutto così, dando una speranza che deriva dall’incontro con il Signore che si è fatto nostro amico. Non possiedo risposte pratiche per tutti i problemi, posso solo farmi compagno dei giovani, affrontare con loro ogni circostanza, aiutarli ad avere un giudizio utile a stare di fronte agli effetti della crisi. Il punto è favorire un’esperienza con loro. Il giorno del mio ingresso in città sono arrivato via mare, proprio come fece san Cataldo, il patrono della città, e i giovani mi hanno accolto al porto, poi mi hanno accompagnato dal castello aragonese fino alla cattedrale dove ho incontrato i malati. Voglio valorizzare l’impeto dei giovani offrendo loro una speranza vera, quella che nasce dall’esperienza della nostra fede e accogliere chi soffre, perché l’offerta della vita è la cosa più grande che l’uomo può fare.

Vuole continuare a essere un vescovo compagno di tutti. 
È difficile rimanere chiusi nel palazzo dopo 27 anni vissuti in Brasile. Lì la gente ti trascina, ti pone domande molto serie e allora uno è provocato a valorizzare la ricchezza della nostra fede e della successione apostolica, a diventare un sacerdote missionario, nel senso che sta insieme alla gente. È questo quello che ho imparato. Un esempio: prima di tornare in Italia una signora del popolo è venuta a cercarmi al palazzo dell’episcopio senza aver preso nessun appuntamento. Insisteva per vedermi e l’ho ricevuta. Mi chiedeva una benedizione speciale per suo figlio malato. Così le ho detto di tornare il pomeriggio con suo figlio. Ed è tornata, e con lei c’erano il figlio e sua moglie, la sorella e il fidanzato. Siamo andati nella cappella e ho pregato con loro. Io non ho guarito quel ragazzo dalla sua malattia, ma loro erano entusiasti perché gli avevo aperto le porte, li avevo accolti ed ero stato al loro fianco. Era gente semplice, sono venuti alla mia ultima Messa in cattedrale e mi hanno anche accompagnato all’aeroporto quando sono partito. È stato ancora più bello di quando ho ricevuto un’onorificenza dall’assemblea comunale di Petrópolis, o di quando ho incontrato il governatore di Rio. Ho capito ancora una volta quanto la nostra proposta cristiana è grande e bella perché accoglie le domande di tutti.

Spera di mantenere questo stile brasiliano qui in Italia?
Vede, l’ho assimilato talmente tanto che credo sarà naturale averlo anche qui. All’aeroporto di Rio i miei amici mi hanno salutato tra gioia e dolore perché ci separavamo. Persone grate di essere state accolte nei loro momenti più difficili o perché non si sono sentite condannate per quello che avevano fatto. C’erano anche dei ragazzi che al tempo del mio arrivo erano bambini di un asilo di Petrópolis. E per salutarmi mi hanno cantato una canzone. La cosa bella è che quando sono arrivato all’aeroporto di Bari ho trovato ad attendermi gli amici del movimento della Puglia, in particolare quelli di Taranto. E anche lì si erano portati una chitarra e hanno cantato lo stesso canto con cui i brasiliani, poche ore prima, mi avevano salutato: Sou feliz, Senhor, porque tu vais comigo:/ vamos lado a lado, es meu melhor amigo. Como vento veloz o tiempo da vida passa./ Quero ter sempre em mim o favor da tua graça (Sono felice, Signore, perché tu vieni con me:/ andiamo insieme, tu sei il mio migliore amico. Come vento veloce passa il tempo della vita./ Voglio sempre conservare in me il favore della tua grazia). Questo è lo stile brasiliano, uno stile sorretto da una ragione, da una gioia data dalla presenza.

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