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Figlio con una cicatrice? Meglio abortire. Lo Spectator si ribella

settembre 15, 2011 Benedetta Frigerio

Il settimanale inglese entra a piedi uniti nel dibattito sull’aborto nel Regno Unito con una copertina provocatoria: «Ci ritroviamo con 189.574 feti uccisi in un anno, alcuni solo perché presentavano labbro leporino o piede equino. Avrebbero dovuto operarli e fargli una cicatrice. Da male necessario, l’aborto è diventato una cosa bella e giusta»

Il settimanale inglese The Spectator ha dedicato la sua ultima copertina al dibattito che si è concluso in questi giorni sulla legge che regola l’aborto nel Regno Unito, dove è stato bocciato un emendamento che avrebbe arginato le interruzioni di gravidanza. L’articolo del settimanale, firmato da Mary Wakefield, colpisce perché pone il livello della discussione su un piano totalmente differente da quello che ha spaccato anche il mondo pro life anglosassone durante il corso della discussione in aula. La disputa sulla legge si è aperta nuovamente a inizio settembre, dopo che Nadine Dorries e Frank Field hanno portato in Parlamento un emendamento che cercava di separare i consultori dalle cliniche che effettuano gli aborti. Infatti, è difficile che cliniche abortive offrano consigli e aiuti alla donna in favore della vita, come richiesto dalla legge.

Parte del mondo contrario all’aborto, però, temeva che toccando la norma, la situazione degenerasse: «Sappiamo che la politica è l’arte del possibile» ha scritto dopo il voto Josephine Quintavalle, una fra le colonne dell’universo pro life inglese. Perciò «non abbiamo votato l’emendamento, perché mira a togliere i fondi alle cliniche abortive sulla base del fatto che potrebbero influenzare la decisione della donna. Così, si rischia che i consultori pro life siano attaccati con le stesse motivazioni». Quintavalle sostiene che bisognerebbe invece lottare «perché la legge sia rispettata dalle cliniche, in modo che facciano una consulenza seria e che parlino alla donna dei rischi dell’aborto (…) e delle alternative esistenti». Ci si chiede se sia possibile, quando è la stessa Quintavalle a sottolineare che «chi lavora in quelle cliniche non è solo economicamente, ma anche ideologicamente motivato» a far scegliere la strada dell’aborto alle donne.

Lo Spectator, invece, salta a piè pari la discussione sulle tattiche o i compromessi da adottare in merito e titola: “Who cares about abortion?”, mettendo nero su bianco l’ecografia di un bambino spezzata in due. Il problema, scrive la giornalista Wakefield, non è il diritto della donna, che può sempre dire «come si è sentito in aula: “Chi è il padrone del mio utero? Non voglio che sia il primo ministro“», che inizialmente aveva sostenuto l’emendamento. Il punto è invece il bambino: «Ha una vita autonoma – scrive la Wakefield – non è parte del tuo utero. Bisogna quindi chiedersi se non abbia gli stessi diritti di quelli che pensano che si possa buttare via: chi è il suo padrone?».

Nessuno in questi giorni si è mai interrogato sull’essere del bambino. Anzi, da tempo la discussione, da una parte e dall’altra, è sempre più incentrata sulla madre. Perché ormai nel dibattito è sottinteso un presupposto intoccabile, che sta anche alla base della legge: il diritto della donna viene prima di quello del nascituro. Oggi, scrive la Wakefield, «ci ritroviamo con una gravidanza su cinque che termina con l’aborto, con 189.574 feti uccisi in un anno – di cui sette con il labbro leporino e otto, che ormai avevano passato la 24 settimana, con piede equino». Così, sottolinea la giornalista, «si è arrivati a un punto estremo», in cui i pro choice non hanno più remore ad argomentare «che l’aborto non è un male a volte necessario, come dicevano prima, bensì una cosa giusta e bella». L’aborto, sottolinea lo Spectator, in questi mesi, «per la prima volta è stato celebrato in Parlamento come un successo. (…) “Come si fa a dire che gli aborti sono troppi?”, si sentiva dire, “chi lo sostiene è un bigotto, un misogino”». Wakefield descrive amareggiata come il diritto di decidere della vita di un altro, ritenuta meno valida, sia degenerato nella sua opzione eugenetica ormai dichiaratamente espressa: «C’è dell’orribile tragicomico in una società in cui solo pochi mettono al mondo figli e in tanti li “buttano via”, anche solo per una piccola membrana piegata male. Perché, anche la si correggesse con un’operazione, al piccolo potrebbe sempre rimanere la cicatrice».

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