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Ferruccio Lamborghini, storia di un uomo che si fece una “Ferrari” come piaceva a lui

febbraio 20, 2013 Matteo Rigamonti

Dai primi studi ed esperienze ai grandi modelli di auto sportive degli anni ’60, passando per i trattori; Ferruccio Lamborghini e la casa del Toro: «La storia di Lamborghini è presto detta: gli altri erano inferiori»

Vent’anni fa, il 20 febbraio del 1993, moriva Ferruccio Lamborghini, visionario e preparato costruttore di automobili supersportive di lusso che diede vita alla casa che da lui prende il nome: la Lamborghini, appunto, che, oggi, martedì 7 maggio 2013, festeggia il suo primo mezzo secolo di vita e che ha saputo regalare agli amanti dei motori indimenticabili automobili come la Miura, la Countach e, da ultima, l’Aventador. Tutte auto che, in 350 esemplari, domani mattina, mercoledì 8 maggio, partiranno da Milano, in Piazza Castello, per percorrere 1200 kilometri, alla volta di un tour da quattro giorni che, l’11 maggio, porterà i bolidi alla casa madre di Sant’Agata Bolognese, passando per le strade della Lombardia, della Toscana, Lazio, Umbria ed Emilia-Romagna. Sono auto uniche le Lamborghini, per storia e caratteristiche tecniche, e portano tutte il nome di un toro – spesso quello di un toro da corrida –, che era il segno zodiacale del loro padre produttore, che lo ha voluto anche come simbolo dell’azienda, fin da quando produceva dei ben più lenti trattori.

STUDI E PRIME ESPERIENZE. Nato il 28 aprile 1916 a Renazzo, in provincia di Ferrara, e figlio di agricoltori, il giovane Ferruccio è fin da subito attratto dai motori: studia Tecnologie industriali all’Istituto Fratelli Taddia, vicino a Bologna, e nel frattempo comincia a sporcarsi le mani in un’officina che revisiona mezzi militari. Durante la Seconda guerra mondiale lavora come meccanico militare sull’Isola di Rodi dove sorgeva una base italiana. Tornato dalla guerra, Lamborghini apre la sua prima azienda, la Lamborghini Trattori (tutt’oggi leader nel suo settore), a Cento (Fe); l’impresa è un successo e con i ricavi si arricchisce sul finire degli anni ’50. Ecco allora che Ferruccio inizia ad appassionarsi e a comprare auto sportive che si diverte a guidare, anche in pista, spingendole al limite.

LE SUE AUTO. Di tutte le auto che ha posseduto (sempre per periodi brevi, per poi rivenderle) a Lamborghini piaceva ricordare, nell’ordine, oltre alla primissima Fiat Topolino, potenziata da 500 a 750 centimetri cubi di cilindrata ed elaborata con una testa di cilindro “Testa d’Oro”, anche le Alfa Romeo 1900 Sprint e Super Sprint, la Lancia Aurelia B20 (la sua preferita), la Mercedes 300 SL con le portiere che si aprivano verso l’alto ad “ali di gabbiano”, la Maserati 3500 GTs e le Ferrari 250 GT e 250 GT Berlinetta. Ed è stato proprio per via di una Ferrari che, quando ha cominciato a dargli problemi a ripetizione con la frizione, a Lamborghini è venuta in mente l’idea di costruire una macchina come l’avrebbe voluta lui. Così ha deciso di comprare un terreno a Sant’Agata Bolognese, costruire uno stabilimento e darsi alla produzione di automobili sportive di lusso.

L’ANTIFERRARI. «Tutte le mie Ferrari avevano problemi alla frizione», ha spiegato una volta Lamborghini: «Quando le guidavo normalmente tutto filava via liscio, ma quando iniziavo a schiacciare sull’acceleratore la frizione slittava e non era una buona cosa». Lamborghini decide così di portare la sua Ferrari in officina a Maranello, dove non apprezza il fatto che lì non gli facciano dare un’occhiata in officina agli interventi di riparazione ma soprattutto non tollera più che il problema si ripresenti.
La leggendaria storia di Ferruccio Lamborghini racconta, allora, che il suo amico Enzo Ferrari, il “Drake”, patron della casa del Cavallino Rampante, gli rivolse una frase del tipo: «La macchina va benissimo, sei tu, piuttosto, che sei capace di guidare solo trattori, non certo una Ferrari». Lamborghini stesso l’ha raccontata così in un’intervista alla Rai; «Quando ero giovane ero un discreto pilota e avevo anche una Ferrari, una Maserati, eccetera… ma un giorno ebbi un po’ di discussioni con il mio amico Enzo Ferrari che mi disse che io non sapevo guidare le Ferrari, ma sapevo guidare solo il trattore; e da lì allora mi sono impuntato e mi sono detto: “adesso la macchina me la faccio io”».

STORIA DI UN MITO: “GLI ALTRI ERANO INFERIORI”. La prima auto “Lamborghini” è stata proprio una Ferrari di Ferruccio, rielaborata, potenziata e con un cambio Borg & Beck tutto nuovo, che in pista andava 25 kilometri all’ora più veloce dell’originale; ai meccanici che gli chiedevano cosa avesse fatto, Lamborghini rispondeva: «Oh, non saprei…». Subito dopo, però, iniziò la produzione, quella vera: Lamborghini rimase a capo dell’azienda per soli dieci anni, dal 1963, anno della sua fondazione (avvenuta il 7 maggio) al 1972, quando vendette la proprietà all’industriale svizzero Rossetti. In quel decennio vennero costruite la 350 GT, la Lamborghini Miura, la Espada, Islero, Jarama (quella che più di tutte amava Lamborghini) e Urraco. Degli anni successivi, invece, sono i modelli, forse più noti e prestanti anche se realizzati sotto altre proprietà, come la Countach, icona degli anni ’70 e ’80, la Diablo, sua erede, la Murcielago, l’Aventador e la Reventon, utilizzata anche come Batmobile nella saga che vede Chris Bale protagonista nei panni dell’uomo pipistrello.
Quando una volta ebbe a descrivere l’idea delle sue automobili, Ferruccio Lamborghini disse, con un po’ di orgoglio: «La storia di Lamborghini è presto detta: gli altri erano inferiori».

GLI ULTIMI ANNI TRA GOLF E VINO. Dopo aver venduto la proprietà Ferruccio Lamborghini si è ritirato nella sua tenuta in Umbria per dedicarsi alla produzione del vino (il famoso Sangue di Miura, proprio come la macchina, un particolare tipo di rosso dei Colli del Trasimeno) sulle sponde del lago e al golf, suo hobby prediletto. Il figlio Tonino, che non ha voluto continuare sulle orme del padre, ha realizzato con il simbolo del toro un brand attivo nel settore del lusso. Ferruccio è venuto a mancare a Renazzo il 20 febbraio 1993 a 76 anni; ai suoi funerali è stato trasportato su un antico carro agricolo trainato da un suo trattore e fuori dalla Chiesa erano schierate in fila a salutarlo alcune delle sue più belle e prestanti automobili.

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