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Fatta la legge Fornero, bisogna fare il lavoro

febbraio 10, 2013 Matteo Rigamonti

Sei mesi fa entrava in vigore la riforma, al grido di meno precarietà e più tutele. Cosa ne è rimasto? Viaggio in un’emergenza che è già una patata bollente per il prossimo governo

Un cantiere ancora aperto in cui è fondamentale apportare il proprio contributo, un pacchetto di norme da riscrivere completamente. La riforma del lavoro targata Monti-Fornero suscita reazioni diverse e contrapposte e di fatto non è per niente semplice trarre un bilancio obiettivo della legge 92/2012 entrata in vigore sei mesi fa con la promessa di permettere «rapporti di lavoro più stabili, attraverso la conferma del contratto di lavoro a tempo indeterminato come contratto prevalente e meccanismi di valorizzazione e premialità per la stabilizzazione dei contratti di apprendistato e a termine». Il governo che verrà, di qualunque colore esso sia, si ritroverà in mano uno strumento appena approntato – e forse già da modificare – e un livello di disoccupazione allarmante causato dallo sfavorevole contesto europeo e aggravato, in Italia, dai problemi che affliggono il sistema-paese: dall’eccessivo costo fiscale e previdenziale del lavoro ai costi occulti della burocrazia passando per i deficit infrastrutturali che ci separano dal resto dell’Europa. A dicembre 2012 l’Istat segnalava un tasso di disoccupazione dell’11,2 per cento, in aumento di 1,8 punti percentuali su dicembre 2011 e in crescita costante dal 2008. Tra i giovani tra i 15 e i 24 anni, che sono poco più di 6 milioni, pari al 10 per cento della popolazione (venti anni fa erano quasi 9 milioni), invece, il tasso di disoccupazione, che misura l’incidenza dei disoccupati sul totale degli occupati e di chi è in cerca di lavoro, è pari al 36,6 per cento, in aumento di 4,9 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno prima. Ancora: le persone in cerca di lavoro sono il 10 per cento della popolazione compresa tra i 15 e i 24 anni.Resta elevato, infine, il tasso di inattività tra gli individui in età da lavoro (15-64 anni), che si attesta al 36,4 per cento. Non certo numeri incoraggianti per un paese che vede impiegata la sua forza lavoro per 850 mila unità nell’agricoltura, silvicoltura e pesca, 4,6 milioni nell’industria, 1,7 nell’edilizia e 15,7 milioni nei servizi.

E il famoso apprendistato? Fiorello sembra convinto: nel suo spot realizzato per il ministero del Lavoro dice che il nuovo contratto è «qualcosa che può aprire il futuro ai giovani». Più un auspicio che una constatazione, dato che al momento i numeri di cui si dispone sono legati al vecchio contratto di apprendistato (il nuovo Testo unico è entrato in vigore nell’ottobre 2011). Sono i numeri contenuti nel XII Rapporto di monitoraggio sull’apprendistato, curato, per conto del ministero del Lavoro, dall’Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol) in collaborazione con l’Inps. Dal Rapporto risulta che, nel 2010, i contratti di apprendistato in essere nelle imprese italiane erano 542 mila (50 mila in meno del 2009 e oltre 100 mila in meno del 2008), di cui 303 mila al Nord, 141 mila al Centro e 98 mila al Sud. Un numero che, qualora dovesse essere confermato oggi, significherebbe che il 15 per cento degli occupati tra i 15 e i 29 anni di età, lo è grazie a un contratto di apprendistato. Ma di tutti questi apprendisti, sempre nel 2010, solo 177 mila sono poi stati trasformati in contratti a tempo indeterminato. Un’altra fotografia importante e poco confortante è quella sullo stato dell’apprendistato scattata proprio dal ministero. Secondo il Barometro del lavoro sui dati del terzo trimestre 2012 (i mesi immediatamente successivi alla riforma) sulle Comunicazioni obbligatorie che i datori di lavoro sono tenuti a effettuare, su un totale di 2,4 milioni di posizioni lavorative attivate (a fronte di 2,5 milioni cessate) solo il 2,5 per cento del totale sono contratti di apprendistato; mentre il 17,5 per cento sono contratti a tempo indeterminato, il 67,1 per cento contratti a termine, il 6,4 per cento contratti di collaborazione e il restante 6,5 per cento altre tipologie contrattuali. Dati più recenti e di positivo auspicio balzati agli onori della cronaca nazionale, seppur provvisori e geograficamente connotati, sono, invece, quelli registrati dall’Osservatorio del mercato del lavoro della Provincia di Milano subito prima e immediatamente dopo l’entrata in vigore della riforma Fornero. La tendenza che si osserva, almeno in provincia di Milano, sembrerebbe quella di un calo nelle aperture di contratti a termine più importante di quanto si potrebbe attribuire esclusivamente ai soli effetti della crisi e di un contestuale aumento del numero di contratti di apprendistato: se, infatti, a giugno 2012, prima dell’entrata in vigore della riforma, la flessione nei contratti a termine è stata del 10,5 per cento rispetto allo stesso mese del 2011, a settembre 2012 il calo è stato più significativo (-17,9 per cento rispetto a settembre 2011); mentre i contratti di apprendistato sono passati da -4,5 a +9,7 per cento. Nei flussi trimestrali nei mesi di settembre, ottobre e novembre, inoltre, il ricorso all’apprendistato ha fatto segnare un incremento del 12,42 per cento, a fronte di un calo del 10,58 per cento dei contratti a termine.

Sforbiciata sui contratti a termine. L’altro capitolo imprescindibile riguarda l’obiettivo di contrasto alla precarietà che il ministro Fornero si era prefissato. Tra gli operatori, «sono ancora molte le perplessità in merito alla riforma e probabilmente sono già in atto sforzi elusivi», spiega a Tempi Giuliano Cazzola, già dirigente generale del dicastero di via Veneto nell’ultimo governo Berlusconi e oggi in lista per il Senato con Monti. Al tempo stesso «si registra il tentativo di selezionare tra le forme contrattuali a loro disposizione quelle che paiono più “a portata di mano”». Qualche esempio? «Anzitutto, le imprese, che si stanno da tempo orientando verso la somministrazione, preferita rispetto al tradizionale contratto a termine». Cazzola fa poi l’esempio di una realtà della sua terra, l’Emilia Romagna. Qui l’associazione degli enti di formazione di ispirazione cristiana ha sempre avuto, accanto ai circa 300 dipendenti a tempo indeterminato assunti, anche più di 200 collaboratori per coprire tutte le esigenze di flessibilità tipiche della formazione. «Ora non possono più restare, perché con le nuove regole c’è il rischio di incappare in contenziosi che sfocerebbero nell’obbligo di trasformare il rapporto di lavoro a tempo determinato in uno a tempo indeterminato». Del resto, continua Cazzola, «l’aveva già detto Marco Biagi: “Nessun incentivo economico è in grado di compensare un disincentivo legislativo”». E aveva ragione, perché, «se è vero che le norme da sole non creano mai nuovi posti di lavoro, però, sicuramente sono in grado di ostacolarne la formazione». 
Un’altra novità introdotta dalla riforma che ha avuto «esiti contraddittori» è la cosiddetta “stretta sulle false partite Iva”. Secondo Cazzola, infatti, «molti lavoratori, che avevano una partita Iva tutt’altro che fasulla, si sono trovati di punto in bianco senza più lavoro da parte dei loro tradizionali committenti; questo è successo perché è difficile stabilire in anticipo, a inizio anno, se si fattureranno più o meno di 18 mila euro annui», limite sotto il quale la partita Iva è dichiarata fasulla e c’è il rischio che scatti l’obbligo di assunzione. Anche il vincolo sulla durata massima di otto mesi e quello sull’impossibilità di fatturare verso un unico committente oltre l’80 per cento del volume d’affari non sono così semplici da rispettare. «Come faccio a sapere in anticipo se fatturerò più o meno dell’80 per cento presso un unico committente? Sarà sempre il mercato a deciderlo, io posso saperlo solo a posteriori». Si tratta di interventi e limitazioni che hanno avuto un effetto molto semplice: «Oggi si aprono meno partite Iva in favore di nuove società, le consulenze vengono affidate a queste società e i lavoratori autonomi di prima percepiscono ora uno stipendio come amministratori di società». La «legge Fornero è troppo complessa», sentenzia in definitiva Cazzola, che per il futuro vede un’unica via percorribile: «Occorre recuperare un rapporto molto stretto con le parti sociali, sindacati e imprenditori, per valutare insieme a loro quali sono i problemi più urgenti da affrontare e quali i possibili interventi migliorativi da apportare». Anche se il tema «assolutamente prioritario» è quello dell’«abbattimento delle tasse sul lavoro e sull’impresa». Si potrebbe poi «rimettere mano anche alla disciplina dell’articolo 18» e «semplificare ulteriormente il contratto di lavoro a tempo determinato», oltrechè rivedere la «contrattazione collettiva nella direzione di accordi in deroga stipulati in base all’articolo 8 dello Statuto dei lavoratori».

Sacconi e lo spirito della legge Biagi. «Sono in atto due evidenti emergenze lavoro», rilancia Maurizio Sacconi, già ministro del Lavoro dell’ultimo governo Berlusconi e candidato a Palazzo Madama nelle liste del Pdl: «La prima ovviamente è l’andamento in sé non positivo del mercato del lavoro; la seconda, invece, ha a che fare con fattori specifici del mercato italiano». Ed è su questo fronte che «la legge Fornero ha contribuito a gravare con effetti devastanti la già scarsa propensione ad assumere, irrigidendo ulteriormente le forme contrattuali più flessibili e l’ha fatto in un tempo di aspettative incerte». Oltretutto, «in un momento in cui il mercato del lavoro sconta ancora il disastro educativo delle nostre scuole: larga parte dei titoli di studio italiani, infatti, sono disprezzati dal mercato del lavoro e ciò penalizza alquanto i nostri giovani che sono disorientati». L’origine di tutto questo è stato «l’eccesso di un’offerta costruita quasi interamente sui comodi di alcuni docenti, piuttosto che sulle reali esigenze degli studenti». Ed è a simili «antiche e recenti disfunzioni del mercato del lavoro che si aggiungono le conseguenze del ciclo economico sfavorevole». Nessun dato, tuttavia, ha finora certificato un fallimento della riforma. «È vero, ci sono, però, evidenze empiriche tali per cui non occorre attendere statistiche che, nel tempo, confermeranno questa impressione». Stando a quanto risulta a Sacconi, e non solo a lui, infatti, «non c’è attività di sorta che non abbia rinunciato a riconfermare lavoratori assunti a termine o a progetto». D’altronde «gli esiti nefasti della riforma si erano già fatti intravedere dopo il suo solo annuncio». Per non parlare poi dell’«ulteriore incremento del costo del lavoro determinato dalla nuova assicurazione sull’impiego e della tassa sui licenziamenti che, purtroppo, più che inibire i licenziamenti, ha finito per inibire le assunzioni».
La cura prescritta da Sacconi si basa sull’assunto per cui «la semplificazione non deve essere un’ingerenza tecnica ma la scelta coraggiosa di saper rinunciare a un impianto che, con la scusa di sistemarlo, ha eccessivamente irregimentato il mercato del lavoro», ed è quella di «cancellare la riforma Fornero, almeno nella parte che regola i contratti flessibili, per ritornare nel solco tracciato dalla legge Biagi, riscrivendo da capo un nuovo Statuto dei lavori che sostituisca quello dei lavoratori». L’obiettivo dichiarato è quello di «delegificare tutto ciò che non ha a che fare con le tutele fondamentali del lavoro e consentire una maggiore libertà di contrattazione individuale sulla base di un piano comune di regole essenziali». Ci sono poi la proposta “shock” di detassare per 4 o 5 anni tutti i contratti di apprendistato e permanenti per i giovani e quella di rimodulare le risorse da destinare agli ammortizzatori sociali sulle base di un rinnovato patto con le regioni. Chi offre una valutazione non negativa della riforma Fornero è Pietro Ichino, in lista con Monti dopo essere fuoriuscito dal Pd. Per il giuslavorista milanese, il primo merito della legge è quello di aver «riformato gli ammortizzatori sociali che da 18 anni nessun governo italiano era riuscito a fare. Questo significa una assicurazione contro la disoccupazione universale, per tutto il lavoro dipendente, di livello europeo; e la graduale riconduzione della Cassa integrazione alla sua funzione originaria: non sarà più possibile mettere le persone in Cassa integrazione per cinque, sei o sette anni». Positiva, per Ichino, la riscrittura dell’articolo 18, che ha permesso di «eliminarne l’effetto perverso di determinare nelle aziende sopra i 15 dipendenti un regime di sostanziale “job property”».

Il lavoro che resta da fare.  Ma secondo Ichino «la legge Fornero è riuscita a compiere solo la prima metà del lavoro necessario, cioè ripristinare il rigore originario con cui la legge Biagi aveva delimitato il possibile ricorso al “lavoro a progetto”. Questo ha fatto sì che oggi centinaia di migliaia di collaborazioni autonome continuative in posizioni di sostanziale dipendenza debbano essere regolarizzate o siano condannate a cessare». Mentre «l’altra metà della riforma doveva consistere nel predisporre un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato che potesse assorbire queste centinaia di migliaia di collaborazioni, senza shock di costo e/o di rigidità per l’impresa. Questa è la parte di riforma ancora da fare, e con urgenza». La sua proposta è quella di «rimodulare costi e disciplina del rapporto, in modo da consentire la migrazione di questi lavoratori nell’area del lavoro subordinato senza costi eccessivi e attenuando le rigidità». Per farlo si potrebbe predisporre un «rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato reso meno costoso da una riduzione del cuneo fiscale e contributivo; e reso più flessibile mediante l’applicazione di una nuova tecnica di protezione del lavoratore in caso di licenziamento per motivi economici od organizzativi».

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