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Ricordi e cicatrici di Farida, la yazida ridotta a «schiava bambina dell’Isis»

aprile 24, 2016 Elisabetta Longo

Il libro che racconta la storia di una ragazza irachena rapita dai terroristi islamici nel 2014 insieme alle sue amiche, vicino a Mosul

farida-schia-bambina-isis-copertinaFino all’estate del 2014, per Farida, una giovane yazida irachena, la vita ha il profumo della marmellata di albicocche che cuoce nella cucina di casa, è fatta di lunghi pomeriggi trascorsi a casa dell’amica Envin, fantasticando su come potrebbe essere il futuro. Ma il 6 giugno 2014 nel centro di Mosul esplode un’autobomba. In breve tempo la città viene invasa da convogli carichi di terroristi, armati fino ai denti, contro i quali nulla possono i soldati dell’esercito regolare. Comincia così il racconto drammatico di Farida Khalaf, contenuto nel libro La schiava bambina dell’Isis (Piemme, 240 pagine, 17,50 euro), scritto insieme con la giornalista tedesca Andrea C. Hoffman.

L’INVASIONE. Farida vive con la sua famiglia in un villaggio sulle montagne dell’Iraq poco lontano da Mosul. Gli abitanti sono tutti yazidi, una minoranza etnica non musulmana, e questa è la loro principale colpa, agli occhi dei miliziani invasori dell’Isis. Inizialmente, ricorda Farida, al sindaco del villaggio viene proposto un affare: convertitevi e sarete risparmiati. Gli yazidi si rifiutano di rinnegare la propria fede e vengono trattati come infedeli. Uomini e donne vengono separati, Farida vede suo padre rivolgerle un ultimo sguardo e da quel momento le loro strade si dividono per sempre. La ragazza, la sua amica Envin e tante altre donne vengono sequestrate e portate via, nessuna di loro sa dove. I jihadisti controllano le loro dentature, come si fa con le bestie, e in quel momento Farida realizza che le voci che circolano sono terribilmente vere: le “schiave” saranno vendute al mercato di Raqqa.

LA SCHIAVITÙ. Prima che accadesse tutto questo Farida era una studentessa modello, appassionata di matematica, che sognava di diventare insegnante. Ora tutto è cambiato, l’unica cosa che è rimasta della sua vita precedente è l’epilessia. Ma nei momenti concitati dell’arrivo dell’Isis al villaggio, Farida non ha avuto il tempo di prendere con sé le medicine necessarie a tenere sotto controllo gli attacchi. Ora che non ha più i farmaci con sé è vittima di molte crisi, che spaventano i suoi carnefici. Non osano avvicinarsi a lei come fanno con le altre ragazze, ne hanno ribrezzo. Per un periodo è proprio quella malattia a salvarla. Farida è sempre fianco a fianco con Envin. Diverse volte le due giovani amiche tentano di uccidersi, non ci riescono mai. «Non mi abbandonare», si dicono l’un l’altra nelle lunghe notti da prigioniere. Finché non fa capolino una speranza, il ricordo di un vecchio zio di Envin che vive in Germania.

SEGNI INDELEBILI. Il racconto è molto duro. Mentre le pagine del libro si susseguono, si moltiplicano i segni indelebili lascianti sul corpo e nella mente di Farida da quei giorni terrificanti di prigionia. I volti di coloro che abusavano di lei e delle sue compagne sono scolpiti nella sua memoria, niente li potrà mai cancellare. Niente potrà far dimenticare a Farida il modo in cui ogni giorno i terroristi dell’Isis pregavano prima di scegliere le schiave da sottomettere, o il dolore che provava ogni volta che veniva percossa. I ricordi sono ancora vivi, anche se oggi Farida è ormai al sicuro in Germania, dove ha scritto questo libro e dove ha deciso che rimarrà per studiare matematica come aveva sempre sognato. Il suo desiderio però è quello di tornare un giorno in Iraq, tra le sue montagne, e poter insegnare ai bambini yazidi che saranno tornati come lei ad abitare in quei luoghi, ad oggi ancora occupati dallo Stato islamico.


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