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Facebook: non prendetevela con la felpa di Zuckerberg

agosto 20, 2012 Massimo Giardina

La quotazione di Facebook va sempre peggio e il titolo ha perso da maggio oltre il 40 per cento. C’è chi se la prende con Mark Zuckerberg ritenuto inadeguato alla conduzione. Ma qualcuno ci ha guadagnato nell’affaire?

Tutti contro Zuckerberg e tutti contro la sua felpa ritenuta indegna di essere indossata dalla più alta carica di una società quotata in borsa come Facebook. Risultato? Il titolo del Nasdaq newyorkese crolla.
 È vero che l’abito non fa il monaco, ma a Wall Street certe cose contano e se rappresenti una società che fattura oltre 3,7 milardi di dollari e genera 1 miliardo di utile bisogna rigorosamente vestirsi a modo, altrimenti il manager “casual dressed” subirà il dimezzamento del prezzo del titolo in rapporto al valore di collocamento.
Tutti contro Zuckerberg dunque, troppo giovane, troppo casual e ritenuto inadatto alla guida della società che lui stesso fondò nell’università di Harvard nel 2004 e che ora supera i 900 milioni di utenti.


A dir la verità, Zuckerberg non è la causa principale della difatta e la Waterloo finanziaria era annunciata già a fine gennaio, nel momento in cui trapelarono dal Wall Street Journal i valori con cui si sarebbe valutata la società: 104 miliardi di dollari, ovvero il valore dell’utile moltiplicato per cento.
 Per chi conosce le procedure di quotazione è evidente che tali numeri devono essere sostenuti e supportati da qualcuno che sa fare il proprio mestiere e la giusta domanda da porsi riguarda i soggetti che hanno sostenuto presso la Sec una quotazione siffatta. Chi sono? In testa c’è Morgan Stanley come capofila di un gruppo formato da Goldman Sachs – che ha investito 900 milioni in Facebook -, Marrill Linch, Barclays, Jp Morgan e altre banche d’affari. Non manca nessuno tra le big e pare strano che i soggetti che determinano gli andamenti della finanza mondiale non abbiano previsto un percorso di continua discesa iniziato il lunedì successivo alla quotazione avvenuta il 17 maggio, fatta eccezione di una piccola inversione di rotta avvenuta a fine giugno. Sta di fatto che in tre mesi il titolo ha perso la metà del suo valore iniziale.
 Chi ci ha guadagnato? È un caso che un esperto come Warren Buffett aveva affermato di non voler investire in Facebook?

Il meccanismo di remunerazione verso i soggetti incaricati alla quotazione è espresso in percentuale rispetto al valore collocato. Nel caso di Facebook il controvalore delle azioni quotate è di 16 miliardi di dollari. Vista la caduta vertiginosa del numero di Ipo e vista l’importanza dell’operazione, la commissione sul collocamento di Facebook è stata sicuramente più bassa rispetto alla media, infatti secondo alcune indiscrezioni rilevate da Bloomberg, le commissioni ammonterebbero all’1,1 per cento: un valore molto basso se confrontato al 3,6 per cento medio incassato dalle banche d’affari per le 10 più grandi quotazioni degli Stati Uniti. Si tratta comunque di 175 milioni di dollari entrati in primis nelle casse di Morgan Stanley con una quota del 38,5 per cento pari a 68 milioni e in parte minore alle altre partecipanti alla quotazione: a Jp Morgan è andato il 20% e Goldman Sachs il 15% del totale.

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