tempi.in evidenza Giovedì 02 Settembre 2010 
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Testamento biologico

Un articolo di Luigi Amicone su "Il Giornale"

di Tempi

Il bene dell’esistenza non può essere affidato alle carte bollate


Fosse stato per me avrei ribadito come tabù (come tabù è l’incesto, l’antropofagìa, lo stupro) che il bene della vita è indisponibile. E che per quanto riguarda il problema della crescente medicalizzazione dell’esistenza umana bastano e avanzano le carte sul «consenso informato». Fosse stato per me – e credo con questo di rappresentare la maggior parte dei cittadini che non hanno perduto il buon senso davanti alla lacerazione leguleia che ci ha voluto imporre la crociata mortifera della medicina secondo La Quiete di Udine - la legge sul testamento biologico non l’avrei fatta. Perché? Perché nel momento in cui tu consegni a una legge il potere di normare il tratto più misterioso e delicato della vita umana, non solo aggiungi l’ennesima carta di stato ai cumuli di carta che già affollano gli interventi urgenti in chirurgia piuttosto che al Pronto Soccorso. Ma così facendo tu strappi la vita umana dal suo alveo naturale. Che è vita in quanto è relazione con altri uomini. Che è l’essere di quel malato lì in rapporto con i suoi cari e i suoi medici. Che è fiducia tra simili che come su un aereo che potrebbe finire in picchiata condividono lo stesso destino.
Lo so anch’io che la vicenda Eluana ha suscitato una tempesta di emozioni e una scia di menzogne che segneranno la storia di questo Paese. Lo so anch’io che anche certi cattolici parrocchiani si sono sentiti confusi e disorientati davanti alla furia benintenzionata con cui è stata proclamata la bontà dell’atto che ha tolto il filo di vita misteriosa che pulsava in Eluana. Lo so che adesso ci sbattono in faccia il dolore e la sofferenza, come se dolore e sofferenza non fossero mai esistiti prima di noi. E ti dicono: «Guarda, ti sembra vita questa?». Le vedo anch’io tutte le obiezioni fasulle di Ignazio Marino e tutte le ricerche scientifiche che ha trovato per dimostrare che certe vite sono proprio inutili (anche sotto il profilo dei costi per la sanità pubblica). Così uno si sente un po’ come con le spalle al muro. Fucilato dai buoni sentimenti. Impedito a parlare dal «Come ti permetti, se tu fossi al posto suo». Annichilito dal «Come puoi pensare che quello non sia amore».E invece è proprio così. Tutto falso. Tutto propagandistico. Prova ne è che devono cancellare la parola «eutanasia». Prova ne è che hanno dovuto mentire a se stessi e dire «morte naturale». Adesso vogliono costringerci ad azzuffarci sul sondino, la ventilazione, l’ossigeno. E discernere quale si possa considerare accanitamente crudele e quale no. Vogliono costringerci a essere moralisti come quando una volta si discuteva fino a che punto si poteva arrivare col sesso.
Dunque, il problema del popolo è che adesso ciascuno non deve farsi fregare dalla propaganda. Non deve farsi fregare da un criterio di giudizio che non provenga dalla propria esperienza elementare del vivere. La condizione dei disabili gravi, comatosi, terminali è diventata improvvisamente oggetto di una pietà universale che li condanna (a morte – ditelo come volete, atto di carità, tenerezza, pietà eccetera – a morte!). Ma perché succede questo? Perché fino a ieri la difficoltà e il mistero di queste vite veniva in qualche modo accettata e se c’era da interrompere le cure la cosa si decideva nel privato dialogo di parenti, amici e medici? Perché ciò che è stato fatto fino a ieri per una quantità di malati che avremo sempre con noi (a meno di volere essere così coerenti da stabilire che ci sono anche altre vite non degne di essere vissute: per esempio i barboni, si pisciano addosso, vomitano per strada, fanno schifo, portano malattie...) oggi è messo in discussione da questa tenerezza dolcissima, angosciatissma, documentatissima?
Perché il tarlo del nulla, del non senso del dolore, della disperazione, è stato introdotto propagandisticamente e lo si vuole affermare come verme velenoso nella società. Affermare per legge. Uno scandalo per i nostri bambini. Uno scandalo a cui i veri padri e la vera politica dovrebbe rispondere picche. Come finalmente sarebbe l’ora di rispondere picche alla giustizia maramaldo che sta lacerando la società italiana tentando di imporre il suo punto di vista a colpi di sentenze. Una giustizia che, altro che lodo Alfano, dev’essere rovesciata come un calzino e riformata dalla cima ai piedi.

Tratto da Il Giornale, sabato 21 febbraio 2009

 

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