tempi.in evidenza Venerdì 12 Marzo 2010 
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Le provocazioni contro il regime e i duelli con Dostoevskij

di Enzo Manes

Quello di Wajda è un cinema che scova l’eroico nello scavo della quotidianità: esperienze mai separate dai fatti. Stanze di vita normale e débâcle di stampo ideologico. Pensiero novecentesco e insieme evergreen, il suo. Un dramma dell’umanesimo ateo per immagini e parole raccontato con indosso il cappotto culturale dei grandi romanzieri dell’Est europeo. Dostoevskij il paltò preferito. La sua filmografia è densa, importante, provocatoria. E certo tenace nell’inchiodare al suo posto la più terribile delle illusioni che ha segnato il secolo scorso. Si pensi a Danton (1982), lucidissimo affresco sulla fase avanzata e quasi terminale della Rivoluzione francese; quando, passando sopra tutto e tutti, i protagonisti, ormai in preda all’autodafé si scambiano la parte di vittime e carnefici. Con l’affidarsi infine all’utopia dell’incorruttibilità che ha nella ghigliottina l’oggetto della purificazione. Altro contesto, quello di casa sua, la Polonia, ma come questioni siamo più o meno lì. Sia ne L’uomo di marmo (1976) che nel suo seguito, L’uomo di ferro (1981), Wajda affonda a piene mani nell’abisso del comunismo realizzato. Non fa teoria, racconta vicende mai perdendo di vista l’uomo imprigionato dal Partito signore della storia. Nel primo caso si sofferma sull’ascesa e il declino dello stakanovista Birkut; nel secondo dà voce e respiro alla rivolta ragionevole degli operai di Danzica al tempo di Solidarnosc. Naturalmente Wajda ha duellato in pellicola con I demoni. Con quel genio che aveva capito molto cose. Il film, del 1988, è un’impietosa fotografia del tarlo che consuma l’io quando azzarda senza senso. È l’incedere del progressivo annichilimento, del sospetto come pane quotidiano, dell’uomo come problema. In quest’ottica non c’è mai un amico. Mai una ragione. Neppure un punto di fuga. E le parole dette dalla moglie al marito mediocre musicista dopo che a lui è riuscito il piano nichilista di far saltare, per la banalità del male, un evento sinfonico dall’evidente rimando salvifico (Direttore d’orchestra, 1981), appaiono un j’accuse nudo e crudo che va ben oltre la sfera del salotto di casa: «Tu non sei libero; non ami la musica; per te è solo un mezzo per conquistare una posizione, per avere il potere. Tu disprezzi te stesso e vuoi distruggere tutto. Quando hai incontrato un uomo superiore, hai incominciato a odiare. Lascia questa professione: vi sono altri mestieri nei quali l’odio ti sarà più utile». Avrebbe potuto fare con soddisfazione il boia.


 

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