tempi.in evidenza Domenica 14 Marzo 2010 
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Non scriverò il mio testamento biologico, mi fido di più dei miei cari

di Luigi Amicone

Io non scriverò il mio testamento biologico. Non lo scriverò, primo, perché nel caso un medico del pronto soccorso dovesse ricevere il mio povero corpo maciullato, morente o comatoso vorrei che il medico facesse in fretta a guardarmi e nel caso a mettermi le mani, il bisturi, i tubi, i sondini e le macchine addosso per tentare di strapparmi alla morte, senza perdere ulteriore tempo in un ennesimo intralcio burocratico (ce ne sono già tanti, anche a causa dell’esistenza dei sindacati ospedalieri e della burocrazia di stato). In secondo luogo non lo scriverò perché nel caso entrassi in uno stato vegetativo permanente o perdessi coscienza o gridassi come una scimmia malata di Alzheimer il mio testamento è che mi fido totalmente del buon senso e della carità cristiana dei miei cari, dei miei amici in generale e dei miei amici medici in particolare. Terzo, non lo scriverò perché in generale non mi fido dello Stato (che è la struttura più variabile e periclitante del nostro vivere insieme, essendo lo Stato non la personificazione dei cittadini, ma, come diceva Machiavelli, il complesso delle posizioni, degli interessi e dell’ideologia dominanti una certa fase storica: e se prendo una fase storica di un Presidente o un Partito che ha come ideale principale lo Stato e, in subordine, la persona, che mi succede? Che mi fanno morire per disidratazione o per camera a gas). Quarto, non lo scriverò perché mi fido in generale degli esseri umani, dei miei simili. È l’unico pegno che ho in questo mondo in cui si nasce e si dura come l’erba del mattino che viene tagliata la sera. Non lo scriverò perché ho questa fiducia fondamentale che spero di comunicare giorno dopo giorno ai miei figli, ai miei amici, ai miei lettori. No, non farò mai, se Dio vuole, nessun gesto formale che appanni questa fiducia fondamentale per scegliere, in direzione contraria a una vita buona, il ripiegamento nel sé autodeterminato. Che non esiste, che non è mai esistito, che è solo la fola del vuoto di carità e pieno di narcisismo che attraversa questo povero tempo sbandato, preda di un cinismo da vagabondi.

(tratto da Il Giornale, 13 febbraio 2009)

 

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