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Evgenij che non chiarì mai cosa pensava dell’Urss. Memé destinato alle scene

aprile 14, 2017 Sandro Fusina

Il primo ebbe in occidente una grande eco, il secondo si trovò nel cuore romano di quel gran movimento che negli anni Settanta avrebbe cambiato nel mondo l’idea stessa di teatro

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Evgenij Aleksandrovicˇ Evtušenko. Nacque il 18 luglio 1932. Nacque a Zima, a più di duecento chilometri da Irkutsk, la capitale dello sterminato oblast siberiano, ricco di legname e pellicce. Negli ultimi anni dell’Ottocento Zima divenne una stazione della ferrovia transiberiana. Grazie a quel caso e al titolo di un poema di Evtusˇenko (La stazione di Zima) il villaggio di boscaioli divenne famoso nel mondo.

Il cognome veniva a Evgenij dalla famiglia ucraina della madre, il padre aveva ascendenti lettoni, russi e tatari. Evgenij crebbe a Mosca con la madre, ma la guerra lo riportò nel 1941 a Zima dove rimase fino al 1944. Da ragazzo lesse e scrisse molto, ispirato dai grandi modelli degli anni della rivoluzione, da Vladimir Majakovskij a Sergej Esenin. Partecipò a una spedizione geologica a oriente, si preparò per diventare un calciatore professionista. La morte di Stalin e lo smottamemto culturale che ne seguì decisero per lui il futuro.

A venti anni pubblicò il primo libro di poesie; a ventitré sposò la poetessa diciottenne Bella Achmadulina. A ventiquattro, con il poema narrativo La stazione di Zima si ritrovò al centro di un dibattito che travalicava i confini dell’Urss. Non era esplicitamente critico del regime, ma toccava temi sensibili in quegli anni di cambiamento. Né uscì dal groviglio delle critiche pubblicando nel 1962 Babi Yar. Babi Yar, nome di una scarpata di Kiev dove furono uccisi dagli occupanti tedeschi centomila tra ebrei, rom e russi, divenne il testo e il titolo dell’adagio del primo movimento della tredicesima sinfonia di Shostakovich. In un’esecuzione disertata se non vietata dalle autorità, il successo fu clamoroso. La condanna del tradizionale antisemitismo russo fu apprezzata dai dissidenti, ma non fu perdonato il silenzio sulle vittime di atri gruppi sociali e sulla partecipazione attiva al massacro di volenterosi elementi ucraini.

Senza mai risolvere la questione della sua vera o presunta complicità con il regime, né della sua reale statura poetica, Evtusˇenko trovò in Occidente una grande eco, editori ed estimatori in entrambi i campi. Il settimanale francese l’Express gli commissionò un’autobiografia precoce. Dopo il crollo del regime sovietico tenne un piede negli Stati Uniti, dove insegnò all’università di Tulsa, e un altro in Russia, dove non accettò onori per protesta contro la soppressione dell’autonomia della Cecenia. È morto sabato 1 aprile.

Memé Perlini. Amelio “Memé” Perlini nacque l’8 dicembre 1947. Nacque a Sant’Angelo di Lizzola, in provincia di Pesaro. Avrebbe potuto nascere altrove, essendo la sua una famiglia di giostrai girovaghi. Che nascesse a Sant’Angelo può tuttavia dare qualche argomento ai fautori della predestinazione. Pur essendo di poco conto demografico, Sant’Angelo di Lizzola era allora sede di un vero teatro e aveva avuto visite illustri, di Giacomo Leopardi per dirne una, grazie alla casa avita del patriota, poi ministro della Pubblica istruzione conte Terenzio Mamiani. Fu l’esistenza di quel teatro aristocratico o lo spettacolo popolare dei suoi maggiori giostrai a orientare Memé?

La pittura e la scenografia erano sue passioni, ma soprattutto il carattere e i tempi erano estrosi. Memé si trovò al centro della filiale romana di quel gran movimento che negli anni Settanta avrebbe cambiato nel mondo l’idea stessa di teatro. C’erano gli italiani: come Carmelo Bene dal Salento, attore, regista di teatro e di cinema, scrittore, o come Eugenio Barba, di Brindisi, che il teatro aveva scoperto nelle danze dell’India meridionale e ritornava dalla Danimarca con una straordinaria compagnia intitolata a Odin. C’era Lindsay Kemp, che portava spettacoli di danza inimmaginabili; c’erano Judith Malina e Julian Beck, il Living Theatre; c’erano gli artisti della scuola romana. C’era poi un patrimonio di letteratura surreale, come il Locus Solus di Raymond Roussel.

In quell’acqua vorticosa Memé Perlini si fece pesce, fu scenografo, regista attore, di teatro e di cinema. Quando quei gorghi rallentarono si trovò a boccheggiare. È morto mercoledì 5 aprile.

Foto Wikipedia

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