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aprile 7, 1999 Tempi

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Milosevic e Kosovo, destini intrecciati Fra i quotidiani stranieri della settimana scorsa, Le Monde merita una citazione per essere riuscito a spiegare l’intreccio di destini fra il Kosovo e Slobodan Milosevic in un articolo a tutta pagina intitolato “Kosovo, dieci anni di conflitti”. Ripercorriamo insieme i capitoli di questa ottima sintesi.

La rottura La stella di Milosevic comincia a brillare nella primavera 1987 quando, giovane capo della Lega comunista dei serbi, inizia a predicare il suo Vangelo nazionalista centrato sull’idea di riscattare la Serbia dall’”umiliazione” inflittale da Tito, che aveva fondato l’equilibrio del mosaico jugoslavo su un indebolimento della componente serba. “Slobodan Milosevic esige “la riunificazione della Serbia” col ricongiungimento delle province autonome di Kosovo e Vojvodina e alimenta un’ondata di nazionalismo attraverso gigantesche adunate popolari. In breve tempo gode di un vero culto della personalità”. “Due anni più tardi il suo partito diventa il primo della Serbia e fa adottare, nel marzo 1989, una nuova Costituzione caratterizzata dal recupero delle due province autonome, la Vojvodina e, soprattutto, il Kosovo, al quale Tito aveva concesso, nel 1974, un’ampia autonomia”.

La provocazione “Nel giugno 1989, in occasione del sesto centenario della battaglia di Kosovo Polje che ha visto la sconfitta totale dei serbi cristiani contro gli invasori turchi, Slobodan Milosevic appare come il grande maestro della cerimonia, che ha luogo nei pressi di Pristina. Egli dichiara che “la Serbia si trova davanti a nuove battaglie, non più armate, anche se queste ultime non sono escluse”. Più di un milione di persone lo acclamano in occasione di questa enorme “festa”, definita dal leader della comunità albanese Ibrahim Rugova “una vera provocazione”. Milosevic è al culmine della sua gloria, e viene eletto presidente della Serbia nel luglio 1989. In Kosovo tenta di ripopolare la provincia con 100mila serbi e montenegrini per controbilanciare il peso della popolazione albanese”.

Lo Stato di emergenza “Dopo la rimozione dei dirigenti albanesi ritenuti troppo nazionalisti, la moltiplicazione degli scioperi e delle manifestazioni porta all’instaurazione dello Stato di emergenza e di un coprifuoco in Kosovo. Quarantaquattro dirigenti albanesi sono arrestati per “complicità” coi “nazionalisti”. Più di 100 persone sono uccise e centinaia di altre ferite nel corso degli scontri che si moltiplicano fino al 1990. Le scuole vengono chiuse, gli scioperi e le manifestazioni proseguono mentre un apartheid di fatto s’installa nel Kosovo. Duecento professori vengono allontanati dall’università; giornali, radio e televisione albanofoni vengono chiusi. In totale 75mila persone, secondo l’opposizione, perdono il loro posto di lavoro”.

La resistenza passiva “La “Repubblica del Kosovo” è autoproclamata nel settembre 1990, in seguito a un referendum clandestino sull’indipendenza della provincia. Il suo principale dirigente, Ibrahim Rugova, chiama alla resistenza passiva. Una società parallela si organizza progressivamente. Nelle case private, nei garage o negli hangar professori e studenti gettano le basi di un sistema educativo pirata. Piccole imprese private, agricole e commerciali di tutti i generi, si sviluppano per far fronte alla crescente appropriazione delle società pubbliche da parte dei serbi, considerata a Pristina come “una colonizzazione economica del Kosovo”. A partire dal ‘93, Rugova comincia a pronosticare che “un’assenza di soluzione politica rischia di sfociare su una vera radicalizzazione””.

La rivolta “All’inizio del 1996 le violenze si moltiplicano. L’allora misteriosa Armata di Liberazione del Kosovo (UCK) rivendica per la prima volta, in febbraio, una serie di attentati dinamitardi. Scontri oppongono albanesi alle forze dell’ordine e a civili serbi. Cominciano ad apparire divisioni in seno alla comunità albanese sulla strategia da seguire. Al dialogo senza violenza, credo di Ibrahim Rugova da dieci anni, una frangia radicale – diretta da Adem Demaci – oppone un appello allo scontro e alla lotta armata. Nello stesso momento l’UCK moltiplica gli attacchi contro i commissariati serbi e uccide numerosi poliziotti in diversi luoghi della provincia”.

La guerra “Belgrado invia importanti rinforzi di polizia e militari nella provincia, e s’impegna in una repressione feroce. I combattimenti provocano l’esodo di oltre 200mila persone. Di fronte all’aumentare della tensione, il Consiglio di sicurezza dell’ONU adotta, nel settembre 1998, la risoluzione 1.199 e lancia così un avvertimento a Belgrado, minacciando implicitamente il ricorso alla forza. Meno di un mese più tardi la NATO dà alle sue forze l’”ordine di attivazione”, poi lo sospende dopo un inizio di ritirata delle forze serbe e l’ingresso, nel mese di dicembre, di 1.500 “verificatori” dell’Organizza-zione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Ocse) in seguito all’accordo strappato all’ultimo momento dall’emissario americano Richard Holbrooke. Malgrado questa presenza le forze serbe si impadroniscono del villaggio di Racak nel gennaio 1999 dove 45 kosovari sono massacrati. Seguirà il fallimento dei negoziati di Rambouillet, in febbraio”.

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