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Eternit, Di Federico: «Sentenza amara che lascia molti interrogativi sulla discrezionalità dei giudici e lentezza dei processi»

novembre 22, 2014 Chiara Rizzo

Per una delle massime autorità in tema di giustizia, «la Cassazione ha scelto un’interpretazione in punta di diritto pur davanti ai morti. La procura cerca di compensare i suoi errori, ma è stata troppo lenta»

Per Giuseppe Di Federico, una delle massime autorità italiane nel campo del diritto la sentenza con cui la Cassazione ha ritenuto prescritto il reato di disastro ambientale per l’Eternit «pone una riflessione sul tema della discrezionalità dei giudici».

Professore, cosa ne pensa della sentenza di mercoledì sera con cui la Suprema corte ha annullato la sentenza di condanna del magnate svizzero Stephan Schmidheiny, proprietario delle aziende Eternit?
È una sentenza che lascia delle tracce molto amare, più gravi per quelli che hanno subìto il danno, i parenti delle vittime dell’amianto. Quest’amarezza può suscitare in molti, me compreso, un giudizio negativo di fronte ad una sentenza che ha dato più importanza all’aspetto formale del reato che a quello sostanziale: può essere corretta la prescrizione, in punta di diritto, ma rimaniamo comunque di fronte al fatto che ci sono migliaia di persone morte. Eppure si sceglie di privilegiare l’interpretazione del diritto. Occorrerà leggere le motivazioni per cui i giudici hanno fatto questa scelta.

La Cassazione, ancora prima di depositare le motivazioni, ha diffuso una nota stampa in cui sottolinea che «l’oggetto del processo era esclusivamente l’esistenza o meno del disastro ambientale, la cui sussistenza è stata affermata dalla Corte che ha dovuto, però, prendere atto dell’avvenuta prescrizione del reato. Non erano, quindi, oggetto del giudizio i singoli episodi di morti e patologie sopravvenute, dei quali la Corte non si è occupata». Il reato c’era, ma era troppo tardi per giudicarlo, insomma. Cosa ne pensa?
Ci sono varie interpretazioni. In questi giorni vari giuristi, da Gustavo Zagrebelsky a Carlo Federico Grosso a Pietro Grasso hanno scritto che la Cassazione avrebbe potuto interpretare la norma delle prescrizioni anche in modo più favorevole alle vittime. Io penso che i margini interpretativi dei giudici siano estremamente ampi, e in questo caso concordo con chi dice che era possibile una soluzione diversa. Bisogna anche tener presente che la corte di Cassazione è una corte di legittimità che dei fatti istituzionalmente non si occupa, ma si occupa del diritto. Un’interpretazione alla lettera, “dura lex, sed lex”.

Altri giuristi in questi giorni argomentano: sarebbe andata diversamente in Cassazione, se l’accusa – la procura di Torino e il pm Raffaele Guariniello – nel 2004 avesse compiuto una scelta diversa, cioè perseguire Stephan Schmidheiny per il reato di omicidio, valutando uno per uno i casi di morte e le possibili cause, anziché creare un maxi processo di più casi insieme per il reato di disastro ambientale. Lei che ne dice?
Che se così fosse stato non ci sarebbe stata la prescrizione, senza alcun dubbio.

Invece ora il pm Guariniello ha deciso di chiedere il rinvio a giudizio per Schmidheiny con l’accusa di omicidio per 256 morti di amianto. Cosa ne dice? Ha commesso un errore prima?
Non era un errore. Il procuratore di Torino, Guariniello, è molto noto per la sua inventività e ora ha trovato un modo per riqualificare il reato e quindi di consentire al processo di ripartire. Ho letto quest’ultimo fatto come un modo di rimediare all’esito della sentenza di Cassazione. Io però la considero una scelta strumentale. La domanda da porsi, e che rimane aperta, è: perché la procura non ha preso questa scelta sin dall’inizio? Perché Guariniello non ha scelto prima di lavorare sull’accusa di omicidio per i morti di amianto? Probabilmente perché riteneva che la prima imputazione per disastro ambientale fosse giusta: solo che ora che il processo si è concluso e quel reato resta prescritto, per compensare si ricomincia daccapo. Insomma ad un eccesso di rigore della Cassazione si risponde con un ampio ricorso alla discrezionalità del pubblico ministero.

Cosa ci insegna il caso Eternit dal punto di vista giuridico?
Varie cose, due in particolare. Il diritto lascia degli spazi di discrezionalità al giudice: è del tutto possibile che la corte scegliesse in maniera diversa dando un’interpretazione diversa sulla prescrizione. Potrebbe inoltre esserci stata una discrezionalità anche nella procura nella scelta di perseguire il reato? Da quello che conosciamo allo stato attuale, si può ritenere che ci sia stata molta discrezionalità anche nei pm, oltre che nella Suprema corte. Questa vicenda ci dice anche che c’è un problema di giustizia lenta, e ciò soprattutto nel penale. Il nostro sistema non risponde in tempi accettabili: tuttavia vorrei ricordare, quando oggi si dà la colpa a chi decide la prescrizione nel 2014, che prima ci sono stati lunghi momenti di pausa nelle indagini. Quindi la responsabilità finale della prescrizione non è della Cassazione, che ha giudicato adesso. È passato troppo tempo da quando l’azione penale sulle morti per Eternit è stata avviata.

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2 Commenti

  1. Saverio scrive:

    Stimerei di più il Guariniello di turno se oltre a indagare su danni da Eternit, danni da Stamina, ecc., agisse con pari solerzia per stoppare pericoli ormai indubbiamente accertati, prendendosi il rischio di andare davvero, ma davvero contro corrente.
    I danni da cellulare, ad es.,… chi si prende cura di mettere sul banco degli imputati chi ne è responsabile?
    Digitare su Google “danni cellulare” per credere…

  2. Agostino scrive:

    Ricordatevi che per Guariniello ogni Imprenditore è potenzialmente un pericoloso pluriomicida, e questo indipendentemente dalla sua effettiva e consapevole responsabilità.
    Così è stato per AD di THYSSEN e così è stato per il Padrone di ETERNIT, anche se fino agli anni 80 nessuno si era reso conto della pericolosità dell’amianto, tanto che si erano costruite case, scuole e perfino Chiese con quel materiale.
    Certo a mio parere è giusto chiedere alla Eternit di risarcire sul piano civile le vittime, e contribuire ai costi di bonifica dei siti produttivi, ma è illogico sostenere l’imputazione di omicidio volontario in un caso nel quale neppure le strutture sanitarie si erano rese conto del grave rischio a cui erano esposti i lavoratori e le persone che abitavano nelle vicinanze delle imprese che lavoravano o utilizzavano l’amianto.

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