tempi.esteri Mercoledì 17 Marzo 2010 
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Haiti, ritrovare il volto dell’uomo tra le macerie

Tra le rovine di Port-au-Prince emerge il notevole contributo occidentale a una efficiente gestione della crisi. Più in là, alle persone, ai loro incredibili bisogni e sofferenze, arriva solo la presenza cristiana. Nascosta e appassionata come sempre.
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di Alberto Reggiori

da Port-au-Prince

La giornata è sempre aperta dalla Messa alle 6,30. C’è un ritmo monastico che non permette spreco di tempo. Io e la collega Chiara Mezzalira siamo medici. Nei primi giorni della nostra permanenza ad Haiti, solerti suore sudamericane ci hanno invitato a gestire il loro ambulatorio. Tutti i medici haitiani sono scappati e loro hanno una fila di pazienti che attende vociando sin dal mattino presto fuori dal cancello. Nell’ospedale St. Camille abbiamo incontrato padre Gianfranco Lovera, il responsabile sanitario. Incarna in maniera perfetta lo spirito del suo padre fondatore, san Camillo de Lellis, che si era fatto ultimo per servire Cristo nei sofferenti. È un uomo calmo e tranquillo nonostante viva in un vortice. L’ambiente è più che dignitoso, pulito, pieno di pazienti, alcuni dei quali, non fidandosi di dormire nelle camere, hanno il letto in mezzo al cortile con le flebo che sembrano fili elettrici collegati a loro per tenerli in vita. L’ospedale è quasi intatto, poche crepe nei muri, solo il serbatoio dell’acqua è inclinato e pericolante. «Se cade siamo finiti», dice padre Gianfranco. «Senz’acqua l’ospedale è morto».
La settimana scorsa abbiamo accompagnato padre Giuseppe, detto Bepi, in questa isola da oltre trent’anni, al funerale dell’arcivescovo di Haiti e del suo vicario, morti sotto le macerie della cattedrale. Il vicario è rimasto vivo cinque giorni, riuscivano a comunicare con lui e gli passavano dei viveri, ma quando l’hanno raggiunto era tardi. Aveva l’ostia in mano, si era preparato alla morte celebrando la Messa là sotto. Mentre la banda suonava in tono sommesso inni religiosi, alle nostre spalle incombeva, enorme, come una montagna ferita, la facciata della cattedrale. Il sole delle 8 del mattino filtrava attraverso il grande rosone policromo intatto, che sovrasta il portone. La Messa è iniziata con uno struggente canto della tradizione cattolica francese: «Esule vado e vagabondo, ovunque sono uno straniero…». Il Vangelo riferiva di Gesù davanti al crollo di una torre che aveva sepolto decine di persone: «Credete voi che i morti fossero peggiori dei sopravvissuti? No, io vi dico… qualcuno è preso e qualcuno è lasciato».
È veramente tutto un mistero. Chi potrà mai spiegarci duecentomila persone morte in un minuto, scuole che si sono accasciate di schianto, ospedali diventati camere mortuarie, supermercati schiacciati come lattine di birra? Un francescano cileno mi racconta: «Sono passato in macchina davanti a una scuola di tre piani due minuti prima del terremoto, era l’intervallo, si sentiva gridare e ridere dalle finestre aperte. Sono ripassato a piedi dopo un’ora cercando di raggiungere casa mia tra le macerie: la scuola era accartocciata su se stessa, ridotta a un’altezza di neanche due metri, c’era un silenzio lacerante. Nessuno si lamentava».

Come continua la vita rimasta
Decine di migliaia di cadaveri, compresi i bambini di quella scuola di tre piani, sono già stati sepolti. O meglio, gettati in enormi fosse comuni. La vita rimasta continua. La gente della città ha occupato marciapiedi e piazze, spianate attorno alla periferia, anche alcune strade sono occupate dalle tende, i mercatini si sono trasferiti in mezzo alla via e si vende di tutto, seduti sulle macerie o sotto tetti pericolanti. Il traffico in città è mostruoso: si viaggia sempre a passo d’uomo giocando all’autoscontro con bus, Tir, pulmini multicolori con la faccia di Gesù o di Maria, motociclette e pedoni suicidi. C’è un religiosità che fa parte del dna degli haitiani: ogni locale ha un nome che richiama. C’è il bar “Potenza di Dio”, il bazar “Paradiso eterno”, l’hotel “Beata vergine”. Un camion porta dipinta davanti la Madonna di Lourdes, e sul fianco una donna prosperosa in bikini.
Padre Bepi celebra la Messa in una chiesa senza il tetto, sostituito da teloni blu che svolazzano alle raffiche di vento. La chiesa è piena, l’età media non supera certo i trent’anni. C’è molta compostezza, eppure anche qui non c’è famiglia che non sia stata toccata da morte e distruzione. In città la situazione è tesa, la distribuzione di cibo sta finalmente decollando: vediamo haitiani che trasportano sacchi di riso e zucchero con la bandiera americana stampata sopra. Anche l’Ong italiana Avsi, che ha patrocinato il nostro intervento ad Haiti, distribuisce nelle diverse baraccopoli in cui è presente. È stato un rischio calcolato, perché non ci vuol niente a essere circondati da migliaia di persone senza il cibo sufficiente per tutti. Ogni distribuzione è protetta dai marines americani o dai caschi blu dell’Onu stanziati qui da quasi vent’anni.

Quattro lenzuola e un tavolo
Nell’ospedale St. Damien sbircio nella sala di rianimazione, dove energici medici americani in divise azzurre sono al letto dei malati. Pazienti ovunque. Anche nei cortili c’è gente stesa su materassi. I più numerosi sono gli amputati agli arti inferiori. Un elicottero che passa a bassa quota è il pretesto per criticare gli Stati Uniti. Qualcuno dei volontari internazionali sbuffa: «Non capisco a cosa servano gli elicotteri nei terremoti». Ma le polemiche che hanno appassionato i media qui non si sentono. Tutti gli haitiani cui ho chiesto qualcosa circa la presenza americana mi hanno risposto: «Mercì Dieu!». pag. 1 | | |

 

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