tempi.esteri Mercoledì 17 Marzo 2010 
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Praga è giovane, carina ed euroscettica

Alla fine ha firmato il Trattato di Lisbona, ma diffida ancora dei burocrati dell’Unione. Viaggio nel paese che non ci sta a veder scambiata per xenofobia la propria fierezza nazionale

di Ernesto Massimetti
Praga
Certo, ci sono volute molta pazienza e temperanza. Nonché ripetuti viaggi degli sherpa di Bruxelles e molte lusinghe all’orgoglio boemo, ma la bandiera dell’Unione sventola infine sul castello di Praga. La diplomazia ha dovuto superare le bizze del presidente euroscettico (ma lui preferisce definirsi “eurorealista”) della Repubblica Ceca, Václav Klaus. Sono servite l’abilità e la mediazione dell’allora ministro degli Esteri Karel Schwarzenberg, la flessibilità dell’attuale premier Jan Fischer per convincere Klaus a firmare. Ma, seppur recalcitrante, anche il governo boemo ha alla fine ratificato i trattati di Lisbona. Attenzione, però: non si tratta di bizze da bambino capriccioso. C’è ben altro, nei dinieghi di Praga.
Per capire di cosa si tratta, bisogna dirlo come si dice qui, sentenziando fra una birra al caffè Louvre e un bicchiere di vino caldo all’Imperialpub: «Ceskych a jsme nejlepsi!», ovvero: «Noi cechi siamo i migliori!». In questa affermazione che è così facile sentir pronunciare nei luoghi di ritrovo della capitale c’è una miscela di ribellismo hussita, voglia di autonomia, ritrovato orgoglio nazionale e insofferenza verso i burocrati di Bruxelles. A palpitare lungo queste vie è l’Europa delle piccole patrie, che riprende a farsi sentire soprattutto adesso che infuria la crisi economica. «C’è sempre stata questa voglia di indipendenza, innata nella nostra gente – spiega Petra Hulova, 31 anni, scrittrice della nuova generazione. Qualcuno ora la scambia per arroganza, qualcun altro per incoscienza, ma è un’analisi sbagliata. Semplicemente, non amiamo che ci mettano addosso le briglie». La Hulova non appartiene alla generazione che rimpiange i “bei tempi” andati del governo comunista di Gustav Husak, non è iscritta ai comunisti del Kscm, che nel paese raggiungono comunque il 15 per cento, non è neppure una militante dei partitini euroscettici che hanno mandato qualche rappresentante in Parlamento. È una giovane scrittrice che ha girato il mondo, da New York a Londra alla Mongolia. È il simbolo del fatto che l’euroscetticismo, visto come rafforzato autonomismo e indipendenza nelle scelte, avanza nel ventre del paese e guadagna votanti e sostenitori nelle nicchie più insospettabili della società. Uno dei militanti di quel fronte così composito è Benjamin Kuras: giornalista espatriato a Londra dopo l’invasione russa del 1968, scrittore, rientrato dopo la rivoluzione di velluto di Václav Havel. L’anno scorso Kuras è stato fra i fondatori del Sso, il Partito dei cittadini liberi, guidato dall’ideologo Petr Mach. Un gruppo di intellettuali che si raccoglie intorno alla rivista Laissez faire. «Guardiamo il caso dell’euro – spiega Kuras a Tempi. Voi pensate che la moneta unica sia un bene per tutta l’Unione, sorta di rete di protezione per i paesi più deboli. Magari questo discorso può andar bene per la Slovacchia, per l’Ungheria. Per noi la questione non sta affatto così. Non vogliamo rinunciare alla corona, possiamo resistere alla crisi restando noi stessi. Anche dal punto di vista monetario». Orgoglio ceco, incoscienza di piccoli ingenui, ignoranza delle grandi scelte monetarie? A dire il vero negli ultimi mesi la corona ha retto il confronto con la crisi: il cambio con l’euro resta leggermente sfavorevole, ma favorisce ancora le esportazioni e gli arrivi dei turisti, italiani in primis. Niente di paragonabile a quel che è successo in Ungheria, in Lettonia o in Grecia dove l’abisso del debito pubblico divora i risparmi della gente.
Ma dietro le scelte monetarie, traspare un senso di autosufficienza, una lenta “elvetizzazione” del paese, a cui molti pensano in prospettiva. Pavlina Kvapilova è caporedattrice di Ceska Televize, la tivù pubblica ceca. Segue da giornalista l’evoluzione della posizione “antieuro”: «Mi sembra soprattutto folclore. Tutto nasce dalle posizioni di Klaus, le stesse di quando era attivo nell’Ods. Oggi la maggioranza dei cechi è pragmatica, ha voglia di integrazione, non pone questioni di principio sulla legittimità dell’adesione all’Unione. Il vero termometro saranno le elezioni politiche del prossimo maggio. Con il debutto della nuova formazione moderata del Top 09, in cui è confluito anche l’ex ministro degli esteri Schwarzenberg. Credo che saranno decisivi per battere l’asse antieuro. Non penso che con una forte maggioranza europeista il capo dello Stato possa alzare più di tanto la voce. E non dimentichiamo che mancano solo due anni alla fine del suo mandato». Sta di fatto che, per adesso, il fronte antieuro raccoglie un’alleanza composita e trasversale. I comunisti del Kscm, guidati dall’eurodeputato Miloslav Ransdorf, una parte dei moderati dell’Ods, la maggioranza dei conservatori, molto forti in provincia. Un fronte che sembra rafforzarsi sempre più, e che potrebbe presentare i conti proprio alle prossime elezioni di primavera.

Bruxelles non convince
«Chi parla di cechi xenofobi – spiega ancora Kuras – dice una grande menzogna. Siamo il cuore d’Europa, abbiamo una mentalità aperta, mitteleuropea per eredità e convinzione. Per secoli, però, abbiamo obbedito ai diktat di altri. Oggi vogliamo fare finalmente da soli. Nell’economia, nella moneta, nelle politiche sociali, nei rapporti internazionali. Non mi pare che la gestione di Bruxelles sia sempre stata intelligente, oculata, attenta alle esigenze delle piccole nazioni». L’anima della rivista Laissez Faire è sicuramente Petr Mach. Euroscettico convinto, ma con ponderate motivazioni: «Non siamo un gruppo di intellettuali snob, come ci dipinge qualcuno. Spesso si dimentica che è la maggioranza del paese a pensarla come noi. Lo stesso presidente Klaus ha un forte supporto della gente. Il nostro “eurorealismo” nasce dalla triste esperienza del periodo comunista: non amiamo eccessive regole e condizionamenti. L’altro motivo di freddezza viene dalla scelta poco felice della federazione “ceco-slovacca”: la democrazia non funziona quando viene imposta dall’alto. I comunisti, invece, loro sono contro l’euro per motivi diversi: vedono soprattutto il ruolo dominante della Germania, delle lobby della grande industria nella nuova Europa. E su questo, non si può dargli completamente torto». Per gli ottimisti si tratta solo di un problema di moneta. Ma chi vincerà, a maggio, il match di Praga? La partita è aperta.

 

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Certo, non e' razzismo.

Inserito da Agnes Bencze il 29 Gennaio 2010 - 11:09am

Certo, non e' razzismo. Pero' la storia della firma di Václáv Klaus non e' per niente tutta "rose e fiori".

Vedete l'altra faccia della medaglia: http://www.voceditalia.it/articolo.asp?id=40649&titolo=La%20firma%20del%...

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