Giovedì 11 Marzo 2010 Così l’alleato di Obama in Medio Oriente ha voltato le spalle a Israele e ora guarda verso est. Stringendo amicizie molto poco “americane”
Istanbul
Sarà anche questione di buon vicinato, ma ultimamente la politica estera del governo islamico moderato guidato da Recep Tayyip Erdogan sembra decisamente guardare più a est che a ovest. Il mese di ottobre ha visto consumarsi l’ennesima crisi fra Ankara e Gerusalemme. E, per quanto il premier turco continui a dire che i rapporti diplomatici sono intatti e i giornali locali ad affermare che tra i due è Israele ad avere più bisogno dell’alleanza con la Mezzaluna, la situazione resta delicata. Per decenni Gerusalemme e Ankara hanno intrattenuto relazioni eccellenti, tanto che la Turchia era considerata fra gli alleati più fedeli di Israele nel mondo musulmano. Da quando Erdogan è salito al potere, per la prima volta nel novembre del 2002, queste relazioni hanno iniziato a deteriorarsi lentamente. Le rispettive diplomazie, però, di volta in volta hanno sempre trovato un modo per riallacciare i buoni rapporti. Fino all’anno scorso, quando è arrivato il colpo di grazia. Dopo la guerra nella Striscia di Gaza, dura reazione israeliana agli attacchi di Hamas, Erdogan ha virato nettamente su posizioni anti-Gerusalemme, suscitando un seguito popolare impressionante per le strade di Istanbul. Il culmine dell’insofferenza nei confronti dello Stato ebraico è stato raggiunto a Davos lo scorso gennaio, quando il premier turco, durante il suo intervento al World Economic Forum, ha attaccato direttamente il presidente israeliano Shimon Peres.
E ora, proprio quando la frattura sembrava essere ricomposta, è arrivato il segnale che la Turchia non ha seppellito l’ascia di guerra. A inizio ottobre Ankara ha escluso Israele da un’esercitazione militare congiunta con altri paesi delle forze Nato che doveva tenersi sui cieli di Konya, in Anatolia, provocando il vivo risentimento degli Stati Uniti. Nei giorni successivi, fonti del ministero degli Esteri hanno messo la decisione in diretta relazione con i fatti di Gaza, mandando a monte tutti i tentativi di ricomporre la crisi. Poi si è buttato nella mischia anche il ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman, criticando pesantemente lo sceneggiato Ayrilik, mandato in onda dalla televisione di Stato turca, dove, a detta sua, l’esercito israeliano era ritratto come una banda di assassini. Le scene più cruente sono state tagliate e la diplomazia turca si è affrettata a precisare che quello che va in onda non rispecchia la posizione del governo, ma la frattura ormai era aperta, al punto che in Israele è partito il boicottaggio di alcuni prodotti turchi come il celebre caffè. Sarà compito del presidente della Repubblica Abdullah Gül tornare alla normalità. Il capo di Stato turco potrebbe recarsi in visita ufficiale in Israele entro dicembre per parlare con la sua controparte Peres. E in molti credono che dovrà sfoderare le sue migliori doti di diplomatico.
Se con Gerusalemme i rapporti non sono idilliaci, più si va verso est più la situazione migliora. A fine ottobre Erdogan si è concesso un tour de force di cinque giorni fra Pakistan e Iran. Il viaggio a Islamabad è stato inserito quasi all’ultimo nella sua agenda. Motivazione ufficiale: rinforzare la leadership fra i due paesi. In realtà il premier turco, durante il colloquio con la controparte pachistana Yousuf Raza Gillani, si è proposto come mediatore fra Pakistan e Iran, che hanno cominciato a guardarsi male dopo l’attentato contro i pasdaran nella regione iraniana del Baluchistan, costato la vita a 42 persone. Della strage, rivendicata dal gruppo sunnita Jundallah, Teheran ha incolpato prima Stati Uniti e Gran Bretagna, poi il Pakistan, che sarebbe stato la base logistica dell’attacco. A nulla sono valse le smentite di Londra, Washington e Islamabad, e il clima nella regione si era fatto rovente.
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