tempi.esteri Venerdì 30 Luglio 2010 
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Richard Muller: L’energia per cambiare aria

Tra negazionisti e catastrofisti il realismo paradossale del fisico Richard Muller. «Per raffreddare il pianeta meglio sperare nelle nuvole che nel protocollo di Kyoto»

di Rodolfo Casadei
Al Gore? Un mistificatore mosso da un’agenda politica. Il riscaldamento globale e il contributo antropico al fenomeno? Realtà innegabili, ma non procedenti secondo il ritmo forsennato asserito dai catastrofisti. Il summit di Copenaghen? Un evento caricato di troppe attese, perché gli impegni che in materia di riduzione delle emissioni di Co2 gli Stati Uniti e i paesi che hanno già firmato i Protocolli di Kyoto assumeranno non serviranno a nulla, in assenza di analoghi impegni da parte della Cina e delle altre economie emergenti. Parla chiaro e forte come sua abitudine Richard Muller, pluripremiato (MacArthur Foundation e National Science Foundation) fisico dell’università di Berkeley nonché consulente del ministero della Difesa Usa, autore del brillante Fisica per i presidenti del futuro – La scienza dietro i titoli dei giornali (Codice 2009, 323 pagine).
A 40 giorni dall’apertura dell’attesissima conferenza Onu di Copenaghen sui mutamenti climatici, la Fondazione Enrico Mattei dell’Eni è riuscita a portarlo a Milano per una lecture a numero chiuso proprio sul tema delle energie alternative in vista del vertice. E lui, fedele al personaggio, non ha lisciato il pelo a nessuno: «Il riscaldamento climatico globale e l’esistenza di una componente umana del fenomeno sono realtà. Ma i catastrofisti esagerano intenzionalmente i fatti per terrorizzare la gente e mettere insieme il consenso politico necessario per poter attuare le loro costose strategie di riduzione delle emissioni; e i negazionisti approfittano della grossolanità delle esagerazioni dei catastrofisti per dire che non sta succedendo nulla, una posizione totalmente antiscientifica». Ma la bestia nera di Muller è soprattutto l’ex vicepresidente americano Al Gore: «Nel suo documentario Una scomoda verità Al Gore non mente mai ma esagera sempre, creando false impressioni. Ipotizza che New York venga sommersa dai ghiacci sciolti della Groenlandia, ma questo potrebbe accadere solo con un aumento di 8 gradi della temperatura globale! Enfatizza il grande numero di uragani sull’Atlantico negli ultimi anni, ma omette di ricordare che in passato semplicemente non esistevano gli strumenti per osservarli, perciò non si possono fare raffronti. Sbaglia nel confrontare il numero degli incendi spontanei negli Stati Uniti oggi con quelli del passato, dà l’impressione di attribuire a cause umane l’innalzamento del livello degli oceani, quando al massimo la metà dell’incremento è attribuibile a cause antropiche. L’ex vicepresidente si rivolge al pubblico degli ignoranti per impressionarli e convincerli più facilmente del suo programma. Io rispetto troppo l’intelligenza delle persone per fare la stessa cosa: preferisco parlare di come stanno le cose veramente, poi ciascuno è libero di trarre le sue conclusioni».
Muller si arrabbia quando vengono attribuite al riscaldamento globale, che è un fenomeno di lungo termine, vicende congiunturali come l’ondata di calore del 1998, lo scioglimento del ghiacciaio del Kilimangiaro o gli orsi polari che affogano. Ma sulla sostanza del problema non ha dubbi: «Nel suo rapporto del 2007 l’International Panel for Climate Change ha affermato che “gran parte dell’aumento osservato della temperatura media globale dalla metà del XX secolo è molto probabilmente (cioè al 90 per cento) dovuto all’osservato aumento delle concentrazioni di gas a effetto serra prodotte dall’uomo”, e questa è la dichiarazione più scientificamente fondata di cui attualmente disponiamo. Si tratta di un aumento di 0,5 gradi nell’ultimo mezzo secolo, verosimilmente destinato a ulteriori incrementi se continuerà ad aumentare la concentrazione di Co2 nell’atmosfera». E qui fa la sua apparizione il Muller pessimista: «Effettivamente, siamo in un vicolo cieco: anche se Usa e paesi firmatari dei Protocolli di Kyoto dovessero impegnarsi a Copenaghen a ridurre la quantità delle loro emissioni di Co2 dell’80 per cento entro il 2050 i primi, del 60 per cento entro la stessa data i secondi, la mancanza di impegni da parte di Cina, India e altri paesi condurrà a uno scenario per il quale, nel 2050, i milioni di tonnellate di Co2 emessa non saranno più 200 all’anno, ma 350. Le economie emergenti sono decise a demandare ogni sforzo alle economie già industrializzate, e forse se fossimo nei panni dei governanti cinesi o indiani anche noi la penseremmo così».

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