07 Luglio 2009
Se questo è un golpe
Il presidente banderuola, le ingerenze di Caracas, i timori di Obama. In Honduras è successo di tutto, tranne che un colpo di Stato
di
Rodolfo Casadei
Un presidente, fortunosamente approdato alla poltrona di capo dello Stato col 28 per cento appena dei voti popolari, decide di indire un referendum per convocare un’assemblea costituente attraverso la quale modificare la Costituzione che non gli consente di svolgere più di un mandato presidenziale e di ripresentarsi alle elezioni. Il suo atto è una palese violazione della Costituzione vigente, poiché in base ad essa solo il Parlamento può indire un referendum per modificare le norme costituzionali e il presidente che cerca di farlo al suo posto è ipso facto esautorato, ma il presidente non sottopone il suo atto ai deputati, ben sapendo di andare incontro a una bocciatura. Poiché il Tribunale supremo elettorale si rifiuta di sovrintendere al voto, il presidente si fa inviare il materiale elettorale da un paese straniero e ordina al capo di Stato maggiore delle forze armate di organizzare la logistica della consultazione. Costui si rifiuta per tre buone ragioni: la prima è che la Corte suprema ha sentenziato che il referendum è incostituzionale e che l’esercito non è tenuto a collaborare, la seconda è che il Procuratore generale della repubblica ha ammonito che tutti coloro che prenderanno parte all’organizzazione della consultazione saranno incriminati, la terza è che nel frattempo il Parlamento, che era stato tagliato fuori dal presidente, ha appena votato una legge che annulla il referendum. Il presidente allora rimuove il capo di Stato maggiore, e si rifiuta di reinsediarlo nelle sue funzioni anche dopo che la Corte suprema gli ordina di farlo. Con una turba di sostenitori fa irruzione nella caserma dove è custodito il materiale elettorale arrivato dall’estero e se ne impadronisce. A questo punto la Corte suprema chiede alle forze armate di far rispettare la legge, straziata in tutti i modi dal presidente, mentre il Parlamento esprime parere favorevole al provvedimento. I militari arrestano il capo di Stato che ha tradito la Costituzione e lo mandano in esilio in un paese straniero. Il Parlamento, col sostegno di tutte le altre istituzioni del paese, si riunisce e nomina un presidente ad interim incaricato di reggere il paese fino alle elezioni presidenziali, previste per il mese di novembre.
Se voi foste il capo del governo o il ministro degli Esteri del vostro paese o di un altro paese dell’Unione Europea, o il segretario delle Nazioni Unite, o il segretario dell’Organizzazione degli stati americani (Osa), o il presidente degli Stati Uniti, o il re di Spagna, o il presidentissimo aspirante dittatore del Venezuela, come definireste questa situazione? Ebbene, vi sembrerà impossibile, ma per tutti costoro il presidente fellone è la povera vittima di un colpo di Stato, e quelli che l’hanno cacciato senza torcergli un capello sono golpisti che hanno violato la legalità e disprezzato la democrazia.
Ciò che abbiamo sin qui descritto è successo in Honduras, paese dell’America centrale di 7,5 milioni di abitanti grande come l’Italia settentrionale, povero assai (reddito pro capite di 1.130 euro all’anno), indipendente da più di 170 anni, ma che ha rinunciato ai regimi militari soltanto dal 1982. Facile quindi, per i superficialoni, dare dei golpisti ai soldati del generale Romeo Vasques Velasquez e della povera vittima al deportato presidente Manuel Zelaya. Ma le cancellerie e le organizzazioni internazionali? Possono ignorare il vero svolgimento degli avvenimenti e passare sopra al fatto che l’unico capo di Stato di un paese della regione che, oltre a condannare il “golpe”, ha dichiarato: «Piegheremo questo golpe dall’interno e dall’esterno, nonostante le loro forze militari», è lo stesso che aveva fornito il materiale elettorale per il referendum truffaldino e al cui modello politico egemonico voleva ricollegarsi Zelaya, cioè Hugo Chávez presidentissimo del Venezuela? Lo stesso che domenica scorsa ha fornito aereo e pilota per il volo con cui Zelaya ha tentato senza successo di rientrare in patria? Possono ignorare che da quasi un decennio il presidente venezuelano e i suoi sodali dell’Alba (Alleanza Bolivariana delle Americhe composta da Venezuela, Bolivia, Ecuador, Cuba, Nicaragua, Antigua, Dominica e Honduras) usano lo strumento della democrazia per distruggere la sostanza della democrazia? Il caso dell’Honduras è paradigmatico. Zelaya è stato eletto presidente nel 2005 come candidato di una formazione moderata, il Partito liberale. Presto però si è avvicinato – contro il parere del suo stesso partito – all’uomo forte di Caracas, che in cambio gli ha concesso petrolio a condizioni di favore, crediti d’aiuto e trattori. E gli ha trasmesso il suo credo politico: annientare il sistema di pesi e contrappesi e di separazione dei poteri che è l’essenza della democrazia e dello Stato di diritto, garantirsi la rielezione all’infinito. Com’è noto, Chávez non è ancora pienamente riuscito nel primo dei due intenti, ma nel secondo sì. Zelaya ha cercato di ottenere tutto in un colpo solo, e mal gliene è incolto.
Gli Stati Uniti non rischianoAnche gli Stati Uniti, dei quali sempre l’Honduras è stato un alleato di ferro (al tempo della guerra fra contras e sandinisti in Nicaragua nei primi anni Ottanta gli aiuti americani agli insorti passavano tutti da lì, e ancora oggi nel paese c’è una base militare statunitense), si sono uniti al coro di quanti hanno condannato senza sfumature i fatti di Tegucigalpa e chiedono a gran voce la restaurazione al potere del presidente deposto. Per un tic progressista o per arrendevolezza verso l’espansione chavista? Niente affatto. La crisi honduregna rappresenta una partita dalla posta altissima che gli Stati Uniti non si possono permettere di perdere. In palio c’è la leadership politica subcontinentale, che da tempo Chávez contende a Washington.
Appena è scoppiata la crisi il presidente venezuelano ha colto la palla al balzo per lustrare la sua retorica anti-yankee e riproporsi come l’alternativa e il catalizzatore della resistenza all’imperialismo americano. Ha accusato la Cia di essere dietro al golpe e ha definito l’Honduras senza Zelaya «una base politica, militare e terroristica dell’impero nordamericano». Quindi ha minacciato un’azione militare a guida venezuelana per ristabilire la legalità. Da un intervento del genere presentato come un’operazione di polizia internazionale per ristabilire la legittima autorità il prestigio e l’influenza di Chávez nella regione ne uscirebbero ingigantiti. Gli Stati Uniti sono corsi subito ai ripari. Si sono uniti al coro di quanti condannano la deposizione di Zelaya e negano il riconoscimento al governo capeggiato dal presidente ad interim Roberto Micheletti, e con ciò hanno subito disinnescato le accuse di Chávez. Quindi si sono impegnati in seno all’Osa perché venisse adottata una linea centrata su pressioni politiche e diplomatiche, senza fare ricorso alla forza. «Invito tutti gli attori politici e sociali in Honduras a rispettare le norme democratiche, la legge e i princìpi della Carta democratica interamericana. Qualunque disputa o tensione esistente deve essere risolta pacificamente per mezzo di un dialogo libero e senza interferenze esterne», ha dichiarato Barack Obama. Poco dopo l’Osa ha lanciato all’Honduras un ultimatum perché permettesse il rientro del presidente Zelaya, trascorso il quale il paese sarebbe stato espulso dall’organizzazione, come è poi avvenuto.
Gli Stati Uniti sono stati fra i pochi paesi che non hanno richiamato in patria gli ambasciatori per consultazioni, motivando la decisione con la necessità di tenere i contatti con tutte le parti in causa. Non c’è dubbio che per Washington la soluzione ideale della crisi sarebbe il reinsediamento di uno Zelaya che si impegna a non ripresentarsi alle elezioni presidenziali del novembre prossimo e lascia perdere il progetto del referendum costituzionale. Per far cambiare idea a Micheletti e al Parlamento honduregno, che a botta calda avevano reso noto che Zelaya non sarebbe mai più potuto rientrare nel paese se non venendo arrestato, potrebbero bastare poche settimane di embargo commerciale: l’Honduras dipende fortemente dagli aiuti internazionali americani, europei e chavisti, oltre che dal commercio coi paesi confinanti. Resterebbe comunque il paradosso di un presidente, Zelaya, che al summit delle Americhe dell’aprile scorso si era battuto per la reintegrazione immediata nell’Osa di Cuba, esclusa in quanto il suo sistema politico non soddisfa i criteri di democrazia fissati dalla Carta democratica interamericana sottoscritti da tutti gli aderenti all’organizzazione, e che poi per farsi aiutare a recuperare il potere perduto invoca quella stessa carta.