03 Febbraio 2009
Sharia? Yes, please
Perché agli islamici britannici non sembra più così lontano il giorno in cui anche ai ladri del Regno Unito saranno mozzati mani e piedi
di
Rodolfo Casadei
Una proposta «disastrosa per la nazione», la cui attuazione incoraggerebbe una parte dei musulmani a tentare di trasformare il Regno Unito in un paese retto dalla legge islamica, l’ha definita George Carey, ex arcivescovo di Canterbury e Lord del regno. Un passo che finirebbe per creare un «apartheid legale», lo ha giudicato la baronessa Sayeeda Warsi, ministro ombra conservatore per gli Affari sociali. «Una ricetta per il caos sociale» l’ha definita Andy Burnham, laburista ministro della Cultura. Un’ipotesi «assolutamente divisiva e realmente pericolosa» l’ha etichettata l’afrobritannico Trevor Phillips, direttore della commissione per l’Uguaglianza e i diritti umani. L’intervento con cui l’arcivescovo di Canterbury in carica Rowan Williams nel febbraio dello scorso anno ha proposto l’integrazione parziale della sharia nel sistema di diritto britannico è stata seppellita da una valanga di critiche. Peccato che quello che Williams ha descritto come uno sviluppo inevitabile rappresenti in realtà il presente del Regno Unito: la sharia ha già valore legale, ci sono corti sciaraitiche in alcune località che emettono sentenze vincolanti anche per la Common Law britannica e provvidenze di welfare destinate alle famiglie poligamiche. Dopo avere a lungo accarezzato l’idea, il governo ha rinunciato a emettere “bond islamici”, cioè titoli di Stato compatibili con la dottrina morale musulmana che proibisce il prestito a interesse, ma ha dichiarato che incoraggerà i privati a ricorrere a questa forma di indebitamento riducendo la tassazione sui “sukuk”, i prestiti conformi alla sharia.
La mappa delle corti sciaraiticheLa rivelazione dell’esistenza di corti islamiche dotate di poteri riconosciuti dallo Stato risale a settembre ed è opera del Times. Il quotidiano di Londra ha scoperto che, fra le centinaia di corti informali create dalle comunità musulmane negli ultimi trent’anni e basate sulla sottomissione volontaria dei ricorrenti alle sentenze emesse, ce ne sono almeno cinque i cui responsi possono essere resi esecutivi dai poteri del sistema giudiziario britannico. Sono quelle che fanno riferimento al tribunale di arbitraggio musulmano dello sceicco Faizul ul Aqtab Siddiqi e hanno sede a Londra, Birmingham, Bradford, Manchester e Nuneaton (Warwickshire), dove si trova la sede centrale. Prossimamente altre due corti saranno insediate a Edimburgo e Glasgow. Il carattere istituzionale di questi tribunali si fonda su un comma dell’Arbitration Act, una legge del 1996 che regola la materia degli arbitrati. «Abbiamo scoperto che in base all’Arbitration Act avremmo potuto emettere sentenze che sarebbero state applicate dalle corti di contea e da quelle superiori», ha spiegato Siddiqi. «La legge permette che si risolvano dispute usando tribunali alternativi. Questo metodo si chiama risoluzione alternativa di controversie, che è proprio ciò che le corti sciaraitiche significano per noi musulmani». Questi tribunali esercitano i loro poteri su casi riguardanti divorzio, successioni ereditarie, controversie finanziarie e violenze domestiche: le materie evocate nell’intervento di Rowan Williams e poi anche in quello del Lord Chief Justice Phillips of Worth Matravers, che nel luglio scorso aveva provocato un’altra alzata di scudi affermando: «Non vedo alcuna ragione per cui i princìpi della sharia, o di qualunque altro codice religioso, non dovrebbero essere la base per mediazioni e altre forme di risoluzione alternativa di controversie. È possibile in questo paese, per tutti coloro che concludono un accordo contrattuale, scegliere che l’accordo sarà governato da una legge diversa dal diritto inglese». Ed è esattamente quello che sta accadendo nel Regno Unito dall’agosto 2007: nel primo anno di funzionamento i tribunali islamici hanno passato un centinaio di sentenze su materie che vanno dai divorzi all’eredità e alle liti fra coniugi e fra vicini. In alcuni casi la sentenza si è discostata molto da quello che sarebbe avvenuto se i casi fossero stati trattati sulla base della Common Law: in una disputa a Nuneaton la proprietà di un abitante delle Midlands è stata suddivisa fra cinque eredi, tre figli e due figlie, dando ai due maschi il doppio di quello che è stato assegnato alle tre femmine. In ben sei casi di violenza domestica nei quali le donne denunciavano maltrattamenti da parte dei mariti, i giudici si sono espressi in termini estremamente miti, condannando gli uomini a seguire corsi per la gestione della rabbia e lezioni presso gli anziani della comunità. In ciascuno di questi casi le donne hanno ritirato le denunce che avevano sporto presso la polizia e quest’ultima ha cessato di indagare sui casi.
«Ma così si alienano i musulmani»A chi obietta circa l’evidente diseguaglianza di trattamento della donna nel diritto islamico, viene risposto che anche nel diritto ebraico la donna è inferiore all’uomo, e che nel Regno Unito le corti giudaiche Beth Din partecipano alla risoluzione alternativa di controversie in modo analogo alle corti sciaraitiche, cioè in forza di quanto previsto dall’Arbitration Act. La contro-obiezione non sembra cogliere la specificità della realtà dei cittadini britannici di religione musulmana, quasi tutti immigrati recenti. «Lord Phillips e l’arcivescovo discettano di cose che non conoscono», taglia corto Khalid Mahmood, deputato laburista di un distretto di Birmingham. «Queste iniziative creeranno una società a due velocità. È una cosa altamente retrograda. Segregherà e alienerà la comunità musulmana dal resto della società britannica». Taslima Ahmed, assistente sociale musulmana che lavora col Centro di consulenza di Bradford che amministra programmi per donne musulmane bisognose, spiega che tale tipo di donna non conosce i suoi diritti sotto la legge britannica e si rivolge alle corti islamiche per problemi relativi al matrimonio o al divorzio non trovando sostegno né nella famiglia né nella comunità islamica, in quanto queste donne vengono escluse anche dai servizi delle moschee.
Ancora più sorprendente la decisione del governo di estendere i benefici del welfare anche alle seconde, terze e quarte mogli di poligami, se i matrimoni sono stati contratti all’estero in modo legale. In Gran Bretagna la poligamia è punita col carcere fino a sette anni, ma se avete sposato le vostre mogli in Arabia e ora vi trovate disoccupato a Liverpool insieme a loro, il Dipartimento per il lavoro e le pensioni (Dwp) vi pagherà 33,65 sterline di reddito di sostegno per ogni “sposa addizionale”. Non è tutto: avrete diritto a case popolari più spaziose e a riduzioni sulle tasse comunali in quanto la vostra è una famiglia numerosa. Questa politica è stata decisa dopo oltre un anno di consultazioni fra i ministeri del Tesoro e degli Interni, il Dwp e l’Agenzia delle entrate, e dovrebbe beneficiare circa un migliaio di famiglie poligame la cui presenza è stimata sul territorio nazionale. «Questa decisione crea un precedente che porterà ad altre richieste affinché le realtà culturali di altri paesi siano rispecchiate nelle leggi e nelle politiche di welfare britanniche», ha protestato Chris Grayling ministro ombra conservatore per le Pensioni.
Che l’estensione del campo di applicazione della sharia sia fra gli obiettivi di molti musulmani che vivono in Inghilterra appare chiaro, anche se secondo i sondaggi coloro che fra di essi auspicano questo sviluppo rappresentano solo il 40 per cento della comunità. «Anche se il taglio delle mani e dei piedi, o la fustigazione degli ubriachi e dei fornicatori sembrano orribili, una volta che sono applicate diventano un deterrente efficace per l’intera società», ha dichiarato Suhaib Hasan, giudice unico di una corte islamica di East London, in un’intervista alla Bbc. «State certi che se per una volta sola un’adultera fosse lapidata, dopo più nessuno commetterebbe questo delitto. È per questa ragione che il tasso di criminalità in Arabia Saudita è estremamente basso». I sostenitori britannici della sharia non intendono sostituirsi allo Stato: «Il diritto penale è un compito dello Stato islamico, non spetta a un’istituzione pubblica come la nostra applicarlo», spiega Hasan. «Solo un governo che crede nell’islam lo metterà in pratica. Perciò è fuori questione chiedere che la legge penale islamica sia introdotto nel Regno Unito». Semmai dovrebbe essere lo Stato britannico a rendersi conto che l’adozione integrale della sharia è nel suo interesse: «Noi offriamo il diritto penale islamico alla società britannica. Se lo accettasse, ciò andrebbe a suo vantaggio; se non lo accetta, sarà costretta a costruire un numero sempre più grande di prigioni».
Inserito da Nader il 4 Febbraio 2009 - 8:34pm
Concentrazione degli sforzi.
Si chiama così,in tecnologia dei materiali, quella proprietà che rende possibile la rottura di un cetriolo (o una banana) avendone fatto una piccola incisione trasversale,proprietà che tutti conosciamo.Introdurre elementi della sharia è predisporre la spaccatura del integrità del vivere civile.semplicemente da incoscienti!