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Esportare la “soluzione islandese”? Possibile, basta non pagare i debiti

giugno 20, 2012 Daniele Ciacci

C’è chi predica per i paesi in crisi una soluzione simile a quella islandese: non pagare il debito pubblico, lasciar morire le banche e aumentare l’inflazione.

Non bisogna guardare troppo lontano per scovare un’economia funzionante. Anzi, gli occhi possono rimanere in Europa, e posarsi su quell’isola sperduta a nord-ovest: l’Islanda. Solo da poco tempo la stampa internazionale predica come modello virtuoso l’esempio islandese. Che, infatti, ha un tasso di crescita all’attivo ben superiore rispetto ai colleghi continentali. Si prospetta un incremento del Pil pari al 3 per cento entro l’anno, con una disoccupazione calante oltre il 6 per cento. La scoperta di giacimenti petroliferi e nelle profondità oceaniche prossime all’isola ha permesso, a livello energetico, di poter esportare i preziosi carburanti e di sostenersi mediante le centrali geotermiche.

Così, il Wall Street Journal ha deciso di dedicare all’economia del paese dei geyser un certa attenzione. Soprattutto, sul fenomeno dell’emigrazione, prima abbastanza sostenuta e via via sempre in diminuzione. Anche i nostri cugini d’oltralpe strizzano l’occhio ai compari dell’isola. Anche perché, con la salita al potere di Francois Hollande, gli elementi di vicinanza con l’attuale premier Jóhanna Sigurðardóttir, alla guida una colazione socialista-comunista, si moltiplicano. Anche dalla penisola iberica giungono i primi segnali di stima. Soprattutto da parte degli indignados, che con lo slogan «l’Islanda è la soluzione» mostrano i denti alle banche, colpevoli di aver ridotto il paese in ginocchia. E l’Islanda stessa, non molto tempo fa, si trovava nella stessa situazione, se non addirittura peggiore, di quella attuale degli spagnoli.

Soltanto quattro anni fa, l’Islanda collassò. Le tre grandi banche che dominavano il settore finanziario, dopo aver gonfiato artificialmente il valore delle proprie azioni comprando quello delle altre banche e viceversa, avevano raggiunto un patrimonio pari a 8 volte il Pil della nazione. Questo, chiaramente, mediante la copertura dei propri traffici dietro ad aziende fittizie stanziate in paradisi fiscali da cui era facile tenere le fila della vicenda. Inoltre, le stesse banche avevano creato dei conti online ad alto rendimento – gli Icesave – pubblicizzati a inglesi e olandesi, che avevano così acquistato parte del patrimonio non reale degli istituti bancari. Quando il Fmi chiese al governo islandese un resoconto dell’azione delle sue banche, l’esecutivo locale si trovò in braghe di tela e fu costretto a chiedere un prestito di circa 5 miliardi alla Bce per sanare la situazione. Ma era tardi per fermare la sfiducia del mercato internazionale: il valore delle azioni e degli immobili precipitatarono, le banche fallirono.

Ma proprio quando l’Islanda sembrava inguaiata, un colpo di coda gli ha permesso di uscire dal cul de sac. Crollato il governo, la nuova leader Sigurðardóttir ha nazionalizzato le tre banche e ha indetto un referendum: li paghiamo i debiti contratti con i paesi stranieri o no? Così, con oltre il 93 per cento dei consensi, l’Islanda è uscita dalla crisi. Semplicemente non pagandoli.  Inglesi e olandesi sono rimasti con le tasche vuote.
L’Islanda ha svalutato la corona – sua moneta locale – di oltre il 40 per cento e fatto ripartire le esportazioni di pescato, alluminio, energia. Ha reso più economico e accessibile il turismo termale e naturalistico. Il governo ha adottato sì misure di austerità, ma senza diminuire la spesa sociale. E le tre banche? Lasciate fallire senza alcun sostegno.

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