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«Eravamo nemici, ora siamo fratelli». La storia di Zahed l’iraniano e Najah l’iracheno

maggio 15, 2015 Leone Grotti

Il documentario “My enemy, my brother” racconta la storia «miracolosa» di questi due uomini che si sono salvati la vita a vicenda: prima in Medio Oriente, poi a distanza di oltre 20 anni in Canada

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«Eravamo nemici, ora siamo fratelli». Quella di Zahed e Najah è una storia incredibile e il documentario della regista coreana-canadese Ann Shin, pubblicato dal New York Times, dal titolo My enemy, my brother, la racconta in modo commovente. È la storia di una coincidenza impossibile, che i protagonisti non hanno timore a chiamare «miracolo».

VETERANI DI GUERRA. Zahed Haftlang è un veterano iraniano che ha combattuto nella terribile guerra tra Iran e Iraq, cominciata nel 1980 e terminata nel 1988. Najah Aboud ha affrontato quella stessa guerra, ma con l’esercito opposto, essendo un veterano di guerra iracheno.

iran-iraq-new-york-times-documentario1L’IRACHENO NAJAH. Najah (foto a fianco) è entrato nell’esercito di Saddam Hussein con riluttanza a 18 anni. Aveva «un lavoro che mi piaceva, un ristorante, e una fidanzata da cui aspettavo un figlio». Ma la coscrizione era obbligatoria: «Mi avrebbero ucciso se non mi fossi arruolato». E così è partito per la guerra, nella quale sarebbero cadute 1,5 milioni di persone.

L’IRANIANO ZAHED. Zahed invece aveva 13 anni e si è arruolato volontariamente. «Mio padre mi picchiava a casa, così sono scappato. Ho sempre molti incubi. Cerco di dimenticare quello che è successo, ma è impossibile. Il mio ruolo era scavare le fosse comuni per gettarvi dentro i cadaveri iracheni. Ho desiderato di scappare tante volte, ma non potevo».

L’INCONTRO. L’incontro tra Zahed e Najah è avvenuto durante la battaglia di Khorramshahr. Zahed, il ragazzino iraniano, doveva entrare nei bunker iracheni e farli saltare in aria. «Dio, ero spaventato. A volte i soldati iracheni rimasti dentro si facevano esplodere per uccidere i nemici. Entrando dentro a uno dei bunker ne ho trovato uno ancora vivo steso per terra».

IL CORANO IN TASCA. Era Najah, ferito a morte e indifeso. Pregava di essere risparmiato in lingua irachena, ma Zahed non poteva capirlo. «Quel soldato mi ha frugato nelle tasche, voleva derubarmi», racconta Najah. «Ha trovato il Corano che portavo in tasca e che mi aveva dato mia madre, dicendomi: “Portalo con te, ti proteggerà”. Dentro avevo messo una foto della mia fidanzata e del bambino».

DIVENTARE UN ESSERE UMANO. Quando Zahed trova quella foto, viene come risvegliato dall’incubo della guerra, cambia immediatamente e decide di salvarlo. «Non era più un nemico, un killer», ricorda Najah. «Era diventato un essere umano. Era come se nel bunker fosse entrato un angelo». «Mi ha sorriso e quel sorriso mi ha scaldato il cuore», racconta Zahed. «Ho deciso di nasconderlo, coprendolo con altri cadaveri e gli ho dato degli antidolorofici».

LA FINE DELLA GUERRA. Quella battaglia fu vinta da Zahed e gli iraniani. Najah fu portato in un ospedale militare e poi fu trattenuto in carcere come prigioniero di guerra anche dopo la fine della guerra. Ne uscì solo nel 2000, ma non ritrovò più la sua fidanzata e si trasferì in Canada, a Vancouver, dove viveva già suo fratello.

iran-iraq-new-york-times-documentarioMORTO SENZA SAPERLO. Zahed (foto a fianco), invece, venne catturato poco prima della fine della guerra dall’esercito iracheno. Passò due anni in carcere. Quando tornò a casa dalla sua famiglia, scoprì che tutti lo credevano morto e che al cimitero c’era già una lapide con il suo nome inciso sopra. «È stato difficile andare avanti. Non sapevo cosa fare. Sono diventato marinaio e sono approdato per la prima volta a Vancouver su una nave. Ho deciso di restare ma volevo suicidarmi, non volevo più vivere».

IL SECONDO INCONTRO. Un amico gli consigliò di andare al Vast, associazione di sopravvissuti alla tortura. Senza niente da perdere, Zahed si recò al centro lo stesso giorno in cui anche Najah si stava dirigendo in quell’ufficio. Si incontrarono in sala d’aspetto, senza riconoscersi. Capirono di essere entrambi del Medio Oriente e si salutarono in arabo.

«QUEL SOLDATO ERO IO». «Sono iracheno», gli disse Najah. «Sono un prigioniero di guerra. Ero a Khorramshahr». «Io iraniano, ero nella stessa battaglia e sono stato prigioniero di guerra anch’io», rispose Zahed. «Ma in quale giorno? E quale bunker?». Il primo a capire tutto fu l’iraniano Zahed: «Avevi un Corano con la foto della tua fidanzata?». «Sì, come fai a saperlo?». Zahed cominciò a tremare e gridò: «Quel soldato ero io, io, io». Si abbracciarono e uscirono insieme da quell’ufficio, piangendo.

«ORA SIAMO FRATELLI». Zahed e Najah si sono incontrati tra 36 milioni di persone. «Sai com’è, è un miracolo», afferma Zahed. «Io vivevo nell’oscurità ma Najah mi ha portato alla luce, mi ha mostrato la via. Non pensavo che un iracheno sarebbe mai stato parte della mia vita e del mio destino. Questa volta è stato lui a salvarmi». Najah ha bisogno di poche parole per descrivere l’incontro: «Ora siamo come fratelli, siamo veri fratelli».


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