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Enrico Ruggeri: «La mia anima punk vi racconta il rock dei Rolling Stones»

luglio 11, 2012 Carlo Candiani

Il cantautore italiano ripercorre la carriera del gruppo di Mick Jagger, nato cinquant’anni fa: «È l’unica band che resiste all’usura del tempo. I Beatles non sono riusciti a invecchiare con i loro fan».

12 luglio 1962. Esattamente mezzo secolo fa i Rolling Stones debuttavano ufficialmente al Marque Club di Londra. Anche se è una data contestata, per quanto riguarda l’inizio di carriera di Jagger & co., rimane un’occasione per riflettere sul ruolo della band nella storia mondiale del rock. Per comprendere le ragioni del successo di questo gruppo, vera e propria icona del fenomeno musicale che ha rivoluzionato il ‘900, meglio chiedere aiuto al più rock dei nostri cantautori, Enrico Ruggeri: «I Rolling Stones sono la prima band che, agli inizi degli anni 60, coniuga il rock bianco con il blues afroamericano. La curiosità e l’attenzione al movimento musicale che si sviluppava lungo i grandi fiumi americani, porta Mick Jagger e compagni a unire due universi che non si erano mai intrecciati. Un’altra particolarità delle “Pietre rotolanti” è la loro longevità: i gruppi rock hanno sempre dato il meglio nei primi anni di attività, dopodiché o si sono sciolti o hanno vivacchiato. Solo loro resistono all’usura del tempo e sono ancora belli carichi, integri e appena sfiorati dalla morte di Brian Jones (tra i fondatori del gruppo, ndr). Tutto sommato, dopo le tante peripezie della loro vita privata, sono ancora qui a raccontarsi. È anche una questione di fortuna».

Sono invecchiati insieme a noi.
Esatto, cosa che non è potuta accadere con i Beatles.

Da ragazzini cantavamo “C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones”. C’è chi contesta questo verso perché forse sarebbe più corretto cantare “…che amava i Beatles o i Rolling Stones”. È d’accordo?

Ero anch’io bambino quando Morandi cantava questo brano, ma ho vissuto questi dualismi da adolescente. C’era chi preferiva Emerson Lake & Palmer o gli Yes. In realtà è vero che ci fu una spaccatura tra i fan, una specie di Bartali e Coppi, ma secondo me non è corretto metterli in contrapposizione. I Beatles e i Rolling Stones sono stati i due più grandi percorsi  musicali nati negli anni 60 e si sono incrociati spesso. Tra l’altro, erano molto più amici di quello che certa stampa di allora voleva far credere. Si stimavano ed erano anche compagni di merende. Noi che li ascoltavamo non potevamo che amarli entrambi.

Il rock blues più classico dei Rolling e la produzione dei Beatles sono stati e sono ancora fonte d’ispirazione per la musica contemporanea.
I Beatles e i Rolling sono i più imitati nella storia musicale della seconda metà del secolo scorso. I Beatles hanno determinato la nobiltà del pop: tutti quelli che negli anni hanno scritto belle canzoni, devono sempre qualcosa ai quattro di Liverpool. Senza di loro non sarebbero mai nati i Bee Gees e i Queen. I Rolling Stones rappresentavano la parte più sporca, aldilà del fatto che erano più simpatici, hanno dato spunti perfino al punk della fine dei 70: privilegiare l’anima e il sentimento più che la tecnica, ispirò gruppi punk come i New York Dolls.

A cosa è dovuta la longevità dei Rolling?
Rispetto ai Beatles, che volevano scrivere semplicemente belle canzoni, per Mick Jagger e compagni il rock è una fede e questo sentimento li ha tenuti uniti. I Rolling sono i sacerdoti del rock, i Beatles gli impiegati del pop.

Quali sono per lei i loro brani più rappresentativi? Quelli da consigliare ai più giovani?
È molto difficile scegliere fior da fiore, tanto è sterminata la produzione. Nonostante in quel momento nel gruppo suonasse il chitarrista meno rilevante della loro storia, Mick Taylor, direi Sticky Fingers, del 1971, l’album del 1974, It’s only rock’n roll, e poi Black and Blue, nel 1976. Tra i primi, Aftermarth, del 1966. Ma ripeto, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

Nel panorama musicale italiano c’è stato un gruppo, un cantautore, che in qualche modo si è ispirato ai Rolling Stones? Io penso al primo Lucio Battisti.
La parte “sporca” di Battisti ricorda alcuni passaggi dei Rolling. A me vengono in mente i più recenti Negrita, che suonano come le Pietre Rotolanti, avendo in formazione due chitarristi dello stesso livello, mentre invece di solito esiste il chitarrista “principe”. Vi sorprenderò, ma per associazione di idee e per una certa proprietà transitiva, essendo estimatore di Bob Dylan, che a sua volta apprezzava i Rolling, il musicista italiano più vicino a Jagger & co. è Francesco De Gregori.

Enrico Ruggeri, invece, parte dal punk con i Decibel alla fine degli anni 70. Era un modo di smarcarsi da un certo rock “aristocratico”, che all’epoca aveva perso il contatto con il popolo?
Quando siamo nati il rock italiano ci interessava ben poco: viaggiavamo spesso a Londra, praticamente eravamo dei ragazzi inglesi nati per sbaglio in Italia. Tutto quello che noi facevamo, pensavamo, ascoltavamo e vivevamo era in assoluta sintonia col movimento punk “originale”. Il punk era l’occasione per ragazzi come noi, musicisti poco tecnici, di poterci esprimere pienamente, in un momento in cui spopolava il rock progressivo con campioni come Keith Emerson o Steve Howe. Avevano successo Lou Reed, David Bowie, i Roxy Music, che sicuramente erano meno bravi a suonare dei Jethro Tull o dei Gentle Giant, ma in noi c’era, comunque, una certa frustrazione. Il punk ci fece capire che se avevi una certa rabbia, idee, capacità comunicativa, potevi essere un musicista anche se non eri Steve Hackett dei Genesis.

Oggi però si avverte una crisi di creatività, nel mondo del pop-rock.
In realtà è una crisi economica, di vendite, che, fatalmente si ripercuote sulla creatività. Per quindici anni sono uscito con un disco all’anno e c’era una certa attesa, potevo fare quello che volevo. Ora sarebbe piuttosto problematico: si attuano altre strategie.

Il concerto, può compensare la crisi del cd?
Beh, si. E lo sta domandando all’artista italiano che forse ha fatto più concerti di tutti: la sfida è fra me e i Nomadi.

E cosa vede muoversi di nuovo, nell’orizzonte musicale italiano?
È difficile rispondere con onestà intellettuale. Di primo acchito, direi che vedo poco. È anche vero che oggi le band e i cantautori sono totalmente abbandonati a se stessi. Quando, dopo l’esperienza dei Decibel, uscii con il primo album solista Champagne molotov, vendetti cinquecento copie. La casa discografica mi permise, comunque, di poter pubblicare altri tre o quattro album: credevano in me e pensavano che prima o poi potessi esplodere. E non capitò solo a me. Oggi fanno un contratto per un singolo, con un’opzione sul secondo.

Intanto lei continua a migliorare il record di concerti.
Si, giro l’Italia e mi diverto un sacco. Ho una produzione di una trentina di album e mi piace andare a ripescare vecchi pezzi, cambiando sonorità e arrangiamenti. In questo momento sto valutando seriamente la proposta per la direzione artistica di una scuola musicale. Perché io lontano dalla musica non so proprio stare.

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