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L’energia “pulita” cinese inquina moltissimo

febbraio 9, 2017 Leone Grotti

Il nuovo ambientalismo con caratteristiche cinesi prevede 50 impianti che convertono il carbone in gas e che producono emissioni più inquinanti del 270% rispetto al gas naturale

Trump promette di mandare in pensione lo «storico» accordo di Parigi (Cop21) sul contrasto ai cambiamenti climatici, scatenando l’ira degli ambientalisti di tutto il mondo, ma i loro occhi farebbero bene a concentrarsi verso l’estremo oriente del mondo, in Cina, perché è lì che i patti rischiano seriamente di naufragare.

LE NUOVE CENTRALI. Mentre il partito comunista promette di ridurre le emissioni di Co2, nei fatti permette politiche inquinanti che rendono inaffidabile qualunque discorso green. È il caso delle centrali che convertono il carbone in gas, un procedimento molto costoso, che richiede un’enorme quantità di acqua e che secondo il New York Times rilascia nell’aria «più diossido di carbonio di qualunque altro metodo tradizionale di produzione energetica».

«ASSOLUTAMENTE IRRAZIONALE». Negli ultimi quattro anni, almeno quattro impianti di questo tipo sono stati aperti, soprattutto in regioni ricche di carbone come la provincia nord-occidentale dello Xinjiang. «È assolutamente irrazionale sviluppare una simile tecnologia», sostiene Li Junfeng, consulente per l’energia del governo e firma ospitata dal China Energy News, pubblicazione del Giornale del popolo, megafono del partito comunista.

MILIARDI DI TONNELLATE DI CO2. L’economia del Dragone si basa per quasi il 90 per cento sui combustibili fossili e la Cina emette ufficialmente 10,4 miliardi di tonnellate di Co2 all’anno (in realtà molti di più). Anche per questo Pechino ha promesso a margine della Cop21 di fermare l’aumento delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e raddoppiare fino al 20 per cento l’utilizzo di energia pulita. Obiettivi importanti, confermati dal presidente Xi Jinping a Davos, che però fanno a pugni con la promozione delle centrali che convertono il carbone.

APRONO GLI IMPIANTI. Nel 2014, secondo una ricerca di Greenpeace, la Cina progettava di costruire 50 centrali di questo tipo, che produrrebbero 1,1 miliardi di tonnellate di diossido di carbonio all’anno. Quaranta di queste dovrebbero aprire nella Cina nord-occidentale, dove si concentrano immense riserve di carbone. L’anno scorso un impianto di questo tipo ha cominciato ad operare nell’Henan, il primo nell’est del paese. Sempre nel 2016, il ministero per la Protezione ambientale ha approvato altri tre progetti, mentre tre già esistenti si stanno espandendo.

ALTRO CHE “ENERGIA PULITA”. Mentre le compagnie statali definiscono la riconversione del carbone in gas “energia pulita” o “nuova energia”, in realtà, sostiene l’esperto Li Junfeng, «il processo non riduce le emissioni». Queste infatti, rispetto al gas naturale, sono superiori del 270 per cento. Questo, però, è solo l’ultimo problema dell’ambientalismo con caratteristiche cinesi.

ANCORA CARBONE. Nel 2015 Greenpeace ha rivelato che il governo ha autorizzato una spesa di 74 miliardi di dollari per costruire 155 nuove inquinantissime centrali a carbone, per un totale di 123 gigawatt, che da sole costituirebbero il 40 per cento delle centrali operative in America. Nel 2016, secondo il New York Times, è arrivata una nuova conferma: da qui al 2020 la Cina costruirà una nuova centrale a carbone a settimana, per un totale di 400 gigawatt prodotti a fronte di una spesa di 150 miliardi di dollari.

Foto Ansa

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