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The end per Belgrado

giugno 9, 1999 Farina Renato

La Serbia verso la resa. La disperazione di un popolo che non aspetta altro che Milosevic tratti la pace. Le colonne di Kosovari vessati dai miliziani. I volti dei serbi sacrificata dal regime nazional-comunista. Primo di due articoli

Belgrado, 1 giugno. Forse mentre leggete queste righe, in lontananza la voce di Ennio Remondino da Belgrado o di Fabrizio Del Noce da New York dice: “La pace sta per essere firmata”. Visto da Belgrado questa profezia pare incredibile. Ma tutto può essere. Può anche essere che le bombe che poco fa sono esplose vicino al punto da cui detto l’articolo e che fanno piombare tutto di nuovo nel buio siano solo il modo un po’ roboante per salutare la pace che viene. Viene da essere stupidamente ironici quando si è in una situazione del genere, quando tutto chiama alla normalità, quest’estate che fa esplodere la voglia dei ragazzi di conoscersi, di trovare amori, di girare il mondo, e invece qui non si può. Eppure questa voglia di normalità è la garanzia che c’è qualche cosa nel fondo dell’uomo che urla, che non può sedersi nella guerra. La guerra non è normale. A Belgrado lo si capisce, perché la guerra ha una pretesa tremenda, ed è quella di essere la totalità dell’essere. La guerra non è un particolare nella vita, la guerra è il Dio che incombe. Non ci può essere un pensiero, un bicchiere d’acqua bevuto, un fiore offerto che non sia dentro questo dominio assoluto e incontrastato. È come l’idea che tutto ciò che c’è nel nostro cuore che dice cose diverse dalla violenza e dalla morte, sia inutile, sia addirittura falso. Per questo la guerra ha qualcosa di demoniaco, qualche cosa di irrazionale. Perché nega esattamente ciò cui tutta l’umanità aspira. Dopo questo sfogo da notte di guerra, dopo aver visto in un sanatorio decine di morti giacenti al suolo in pose innaturali, afferrati dalla vivida morte, anziani, bambini, diventa difficile alzare lo sguardo dalla quotidianità che uno è chiamato a vivere. E allora qui da Belgrado sarei quasi indotto a dire solo delle cose che ho visto e sentito, senza pensare che esiste altro. Eppure no, eppure voglio uscire da questa situazione di ostaggio cui la guerra costringe, imponendoti di essere da una parte, di stare da un fronte solo. Prima di descrivere una galleria di personaggi che qui ho visto, conosciuto e vi voglio presentare, voglio ricordare insieme con voi i profughi del Kosovo, i deportati del Kosovo. Proprio mentre partivo per andare a vedere i morti di Surdulica, 350 chilometri a sud est di Belgrado, vicino al Kosovo, dei poveri morti serbi, mi sono imbattuto nella notizia che la Cnn dava di 150 nuovi poveri uomini, smagriti, violentati in tutto, che attraversavano il confine macedone dopo essere stati in carcere percossi dai serbi. Bisogna ricordarsi di tutto, non bisogna dimenticare niente. Io qui posso però raccontare solo di persone che ho conosciuto e che ho visto.

Sasa e Olivera Comincio da Sasa e Olivera. Incontrati il 69° giorno di guerra, mentre suonano di nuovo le sirene, all’una meno cinque di una domenica di sole sulla piazza della Repubblica a Belgrado. Sasa e Olivera sognano la pace. Sono due fidanzati. Vivevano insieme. Dovevano sposarsi il 15 maggio. Il ricevimento era previsto all’Hotel Jugoslavia. Ma lui è partito per la guerra il 20 aprile. L’hotel è stato bombardato. Ricevimenti impossibili. Se ne stanno seduti al “Café de vida”. Non stupitevi del nome spagnolo. Belgrado è esattamente come una città dell’Occidente, quasi come Milano, soltanto un po’ più verde e ora un po’ più povera. Lui ha la divisa ed è in licenza. Chiedo: voi adesso state bevendo una bibita e fumando una sigaretta. Ma che cosa sta facendo Milosevic? Risponde Olivera che porta occhi verde e un nome che sembra spagnolo, mentre in realtà è il nome più serbo che ci sia: si chiamava così la figlia del principe Lazar, il capostipite dei serbi. Dice lei: “Spero che stia pensando questo: vincere è militarmente impossibile, la vittoria morale è già nostra. E dunque tratti la pace. Ma voi della Nato vi fermerete? Io non ho mai amato Milosevic, sono scesa in piazza contro di lui nel 1991 e nel 1992, proprio qui, in questa piazza. Allora ci sono stati dei morti. E l’Occidente, invece di aiutare noi democratici, a quel tempo sostenne Milosevic, giudicato fattore di stabilità. Ora per cacciare Milosevic bombardano noi. Lo incriminate al Tribunale dell’Aja. Lo avete scelto voi Milosevic! E ci bombardate!”. Sasa e Olivera vorrebbero fare da grandi gli imprenditori, vorrebbero fare una famiglia come tutti, vorrebbero sposarsi. Mi chiedo qual è il diavolo che secondo noi ha preso possesso dei serbi così da giustificarne quasi una lotta d’annientamento? Io in loro non lo vedo. Sono tali e quali i ragazzi che girano per le nostre strade. Certo, c’è un punto però che mi colpisce. Il modo come Olivera, così gentile e carina, 30 anni come il futuro marito, parla dei Kosovari albanesi. Li dipinge bene, dice che andrebbero accolti dovunque. Poi racconta di essere stata in Kosovo e dice: “Ma sono dei ladri, rubavano la luce e il gas, è molto difficile vivere con loro”. Nega, insieme al fidanzato, che ci siano state violenze verso i Kosovari. E dice: “Forse la verità sta a metà. Non è vero quello che dice la Cnn e la Bbc, ma forse non è neppure vero quello che dicono i nostri giornali”.

Zaga e Dovra Due personaggi antichi Zaga e Dovra e la figlia Adana. Li ho incontrati al cimitero, al nuovo cimitero di Belgrado. Era la festa ortodossa delle anime dei morti. In pieno caldo canicolare, la gente va in questo cimitero che è avvolto da una coltre di alberi verde scura, profonda, profumata. Sulle tombe portano il cibo, lo offrono ai morti, lo benedicono, fumano e mangiano insieme coi cari estinti. Ho incontrato Zaga perché ho posato un mazzolino di fiori su una tomba che non aveva nessun visitatore che la curasse. Zaga si è commossa del gesto e ha cominciato a parlare, 75 anni, faceva la cantante, è stata in Italia. Si tiene molto su, si trucca ancora, ha i capelli biondi. Mi ha colpito perché in lei ho riscoperto l’anima profonda e ortodossa del popolo serbo. Mi ha detto: “Io ho molto vissuto, sto con il mio popolo. Ma davanti a Dio non posso mentire e dico che siamo anche noi colpevoli. Che via d’uscita c’è?”. Mi ha offerto una fetta di torta che aveva destinato al fratello morto. Mi ha detto che ha una figlia meravigliosa, che abita nella provincia profonda della Serbia. Ha un dono questa figlia, che si chiama Nana e ha 57 anni: è cieca, quindi non vedendo le cose vicino, vede i cuori. E così mi sono recato, attraversando la Serbia, a casa della signora Nana, accompagnato da Zara. È stato un viaggio incredibile, la Serbia profonda è diversa dalla città. È una campagna come l’Italia degli anni ’50. Ho visto una processione con degli stendardi rossi e ragazze che camminavano tra i papaveri. E la fiera dei montoni in un paesino. Poi siamo arrivati finalmente a Verico Gradisca. In una sorta di Veneto. In mezzo a case mezze costruite e mezze no, come usa tra gli immigrati che appena possono tirano su un po’ di mattoni. In una di queste case Nana mi ha offerto il caffé. È cieca, ma si muove benissimo. Lei ama molto Dio, professa. E ha avuto questo dono. Allora tre anni fa si è spostata da Belgrado, prevedendo la guerra e ha costruito questa casetta, predisponendola come un bunker. “Non perché io voglia difendere me stessa, ma perché voglio che i miei figli e i miei nipoti possano continuare a vivere normalmente qua sotto”. Anche lei, come la madre, dice: “Non c’è nessuno che non sia colpevole. Ma per cominciare a vivere la pace occorre ricordarsi della misericordia di Dio, confessare la propria colpa con umiltà e perdonarsi”. Questa è la Serbia profonda. Certo, ci sono i famosi massacratori della bande di Arkan. Ma qual’è il nesso tra i bombardamenti e l’aiuto ai profugfhi del Kosovo? Sì, qualche militare può teorizzarlo, ma francamente si vede solo il male che viene rovesciato a secchi sulla povera gente.

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